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Kim Vs Trump, è guerra di nervi e parole

ESTERI
Kim Vs Trump, è guerra di nervi e parole

(Afp)

di Marta Repetto

Una guerra, prima che sul campo, si combatte a colpi di retorica. E quella in corso fra Nordcorea e Stati Uniti è forse la regina tra le 'guerre di parole', un conflitto sulla carta che va avanti da più di mezzo secolo e che trova il suo leitmotiv negli insulti spesso reciproci e, almeno finora, fine a sé stessi. Ma qualcosa sta cambiando, e a fare la differenza e rompere gli schemi ormai consolidati del passato è il nuovo interlocutore di Kim Jong-un, il non esattamente diplomatico Donald Trump.

E' infatti il presidente Usa la 'variabile impazzita' che preoccupa non poco gli analisti politici di tutto il mondo. Più delle dichiarazioni di guerra a cadenza settimanale del leader nordcoreano, a scardinare il consueto schema di botta e risposta privo di conseguenze è Trump che - in maniera del tutto inedita rispetto ai predecessori - incalza il nemico con toni sempre più allarmanti, rendendolo così visibile e reale.

"Le parole della Corea del Nord sono le stesse. E' la reazione di Trump che le rende diverse", titolava ieri sul tema il Washington Post, che ha raccolto in un articolo a firma di Anna Fifield ed Emily Rauhala le analisi di alcuni esperti di politica nordcoreana e di comunicazione di regime, giungendo alla conclusione che la responsabilità dell'esacerbarsi dello scontro e l'eventuale passaggio dalle parole ai fatti sia, al di là delle dichiarazione propagandistiche di Kim, da imputare alla presenza massiccia della controparte americana su media e social media e all'eccesso di attenzione che il presidente Usa dedica alla questione.

"Non sono preoccupata. La Corea del Nord - ha spiegato al quotidiano Tatiana Gabroussenko, insegnante alla Korea University di Seul ed esperta di propaganda - ama la retorica colorita e lo ha sempre fatto. Il problema ora è Trump. Reagisce, risponde, twitta, rendendola visibile". Secondo Gabroussenko, le dimostrazioni di forza della Nordcorea sarebbero ormai storia nota e parte del dna del Paese: "L'anti-americanismo è alla base della cultura e della storia nordcoreana. Si può tornare indietro alla retorica del Paese negli anni Cinquanta e trovare lo stesso tipo di linguaggio". Il punto, quindi, non sarebbe la retorica in sé stessa, ma l'importanza che ora le viene attribuita.

In questo scambio di insulti e accuse, è difficile per il presidente Trump mantenere i nervi saldi: è solo di pochi giorni fa la minaccia di "distruggere" la penisola se il Kim Jong-un - definito davanti alla platea dell'Onu "Rocket man in missione suicida" - dovesse proseguire nello sviluppo del programma nucleare. E la differenza nelle dichiarazioni di intenti fra le parti, apparentemente simili, sarebbe invece sostanziale: se è vero che la Nordcorea ha a disposizione un arsenale nucleare, è altrettanto vero che si tratta di armi necessarie alla difesa del territorio più che all'attacco del nemico. Per gli esperti, insomma, a Kim Jong-un, cosciente del potere militare dell'America, non interesserebbe attaccare per primo, ma solo veder legittimato il suo Paese come potenza nucleare agli occhi della comunità internazionale. Possibilmente senza danni.

"Tutte le provocazioni della Corea del Nord sono verbali", ha spiegato ancora al Washington Post Shen Dingli, vice decano dell'Institute of International Affairs della Fudan University di Shanghai. "La Nordcorea ha già minacciato di attaccare Guam, ma non l'ha fatto. La sua artiglieria - chiarisce - potenzialmente può far esplodere Seul mentre una qualunque delle sue armi nucleari potrebbe ribaltare l'Asia nordorientale. Ma inizierebbe davvero per prima una guerra?", si chiede. La risposta è "no, le sue armi nucleari servono alla difesa e la Nordcorea è ben cosciente che gli Stati Uniti potrebbero spazzarla via dalla faccia della Terra se solo la colpissero".

Quale soluzione adottare allora? Per Shen la palla è in mano agli Stati Uniti, che avrebbe due sole possibili soluzioni al conflitto: rifiutare di interloquire con la Nordcorea e restare a guardare mentre il Paese rinforzerà sempre più il suo arsenale o mantenere un dialogo diplomatico con Pyongyang in modo che, nel tempo, sospenda il suo sviluppo nucleare.

Un appello alla diplomazia e per la pace che, almeno per ora, Trump sembra non aver colto in pieno: "Appena sentito il ministro degli Esteri della Corea del Nord parlare alle Nazioni Unite - ha infatti cinguettato il 24 settembre scorso su Twitter -. Se rilancia i pensieri di Little Rocket Man, nessuno dei due durerà a lungo!".

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