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La linea rossa dell'Italia sui migranti

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La linea rossa dell'Italia sui migranti

(Afp)

L'Italia ha fissato una linea rossa per il Consiglio Europeo di oggi, che discuterà il tema dei flussi migratori in serata. Nelle conclusioni dei capi di Stato e di governo, a quanto si apprende da alcune fonti, dovrà esserci una chiara apertura verso un meccanismo di 'burden sharing', cioè di condivisione degli oneri, per quanto riguarda gli arrivi dei migranti via mare, tramite operazioni di ricerca e soccorso in mare (Sar, Search and Rescue). Per le genti arrivate via mare, è la richiesta dell'Italia, dovrà esserci un meccanismo di responsabilità condivisa, per dividere gli oneri almeno tra i Paesi con frontiere marittime.

Se questo riferimento non dovesse esserci nel 'wording' delle conclusioni, allora l'Italia potrebbe decidere di non approvarle, facendo di fatto fallire il vertice. Il Paese sta cercando di ottenere un linguaggio adeguato che possa codificare questo impegno nelle conclusioni del Consiglio Europeo, l'istituzione dell'Ue che riunisce i capi di Stato e di governo e che stabilisce gli indirizzi generali della politica comunitaria.

Roma riconosce il legame che esiste tra movimenti primari e secondari dei richiedenti asilo, il nodo politico che sta a cuore alla cancelliera tedesca Angela Merkel per motivi di politica interna (ha un grosso problema con la Cdu del ministro dell'Interno Horst Seehofer), ma osserva anche che, se prima dei movimenti secondari non vengono regolati i movimenti primari, cioè gli arrivi di migranti sulle coste italiane, allora trovare un accordo sarà difficile. Le due cose, insomma, devono essere contestuali, in un rapporto di do ut des, necessario per mediare tra i diversi interessi nazionali.

L'Italia sarebbe dunque determinata a non approvare nulla, se questi concetti non saranno contenuti nelle conclusioni. Le posizioni degli altri Paesi sono variegate e bisognerà vedere quanti Stati del fronte Sud sosterranno Roma su questa posizione. In ogni caso, il governo, rappresentato dal premier Giuseppe Conte, sarebbe determinato ad opporsi anche se dovesse ritrovarsi da solo su questo punto.

Simile, nella logica, è la posizione italiana sulla seconda tranche dei fondi destinati alla Turchia, 3 mld di euro (2 mld a carico dell'Ue e 1 mld degli Stati membri), il cui esborso è stato bloccato dall'Italia: per sbloccarli, chiede l'Italia, va colmato il gap nel finanziamento del Trust Fund per l'Africa, che ammonta almeno a 500 mln di euro.

Anche questa verrebbe considerata una linea rossa: l'Italia vuole mantenere l'unità dell'Ue, ma chiede, per riconoscere la rilevanza dei movimenti secondari voluta dalla Merkel, che vengano riconosciute almeno queste due cose, che rispondono all'interesse nazionale.

Per quanto riguarda le piattaforme di sbarco, ispirate ad un'idea dall'Unhcr (l'alto commissario Filippo Grandi ha scritto una lettera in proposito al premier bulgaro Boyko Borissov, presidente di turno del Consiglio Ue: tutto nasce da lì), l'opzione preferita da Roma sarebbe quella di crearli nei Paesi terzi, esterni all'Ue, per esempio a sud della Libia, cosa generalmente condivisa (i Paesi del gruppo di Visegrad ritengono che sarebbero un 'pull factor', se fatti in Europa, mentre sarebbero molto meno attraenti se piazzati, per esempio, nel Niger settentrionale, in pieno deserto del Sahara).

Su questo punto, "siamo determinati a trovare una soluzione - osserva un alto funzionario Ue - se funzionassero, allora la pressione sull'Italia calerebbe parecchio". Cosa che, osserva, potrebbe essere "un'alternativa interessante" a quello che forse è in divenire, la chiusura delle frontiere interne, che "è un'altra possibilità. Questa è la nostra motivazione principale: trovare una soluzione che rispetti il diritto internazionale e che sia efficace". Anche prima dell'accordo tra Ue e Turchia sulle migrazioni, osserva la fonte, c'era chi era scettico sulla sua efficacia, ma i fatti hanno dimostrato che i flussi si possono gestire, se c'è la volontà politica (e le conseguenti risorse).

Tuttavia, anche se si dovesse esplorare la via di creare alcune piattaforme di sbarco in territorio Ue, è chiaro che, se fossero ubicate solo in Italia, sarebbero insostenibili. Anche perché tutto dipende dai numeri: una volta che questi centri diventano sovraffollati, si pone un problema anche di rispetto dei diritti umani e delle convenzioni internazionali (basti pensare ai centri sulle isole greche di Lesbo e Chios). Se invece questi centri fossero condivisi tra più Paesi, allora chiaramente sarebbero maggiormente sostenibili, almeno sulla carta.

Sulla riforma di Dublino, viste le persistenti divisioni tra gli Stati, l'orientamento sarebbe quello di concentrarsi su altri aspetti delle migrazioni, meno divisivi: il presidente del Consiglio Europeo Donald Tusk ha visitato una decina di capitali nelle settimane scorse e ha parlato con molti capi di Stato e di governo al telefono.

"Non abbiamo ragioni di credere che sia possibile trovare soluzioni sul regolamento di Dublino velocemente", spiega un alto funzionario Ue. In ogni caso, secondo l'alto funzionario Ue, "bisogna essere consapevoli che la politica in materia di migrazioni sta cambiando". Negli ultimi mesi "abbiamo visto, in particolare a causa dei cambiamenti politici in Italia, una dinamica completamente nuova".

E naturalmente la decisione presa dal primo ministro spagnolo Pedro Sanchez sulla nave Aquarius "è stata molto applaudita. Spero - aggiunge - che la questione della Lifeline venga risolta, ma credo che ci si debba anche chiedere se il comportamento della Lifeline sia in linea con il diritto internazionale e se se ne debbano trarre delle conseguenze o meno".

In ogni caso, soluzioni come quella che potrebbe arrivare per la Lifeline non sono strutturali: neppure la Spagna di Sanchez ha intenzione di diventare la destinazione principale dei migranti che attraversano il Mediterraneo. "Per questo dobbiamo lavorare a soluzioni sistemiche: altrimenti, la politica prenderà il sopravvento", ragiona la fonte Ue.

Ecco perché Tusk ieri ha scritto chiaramente, nella sua lettera ai leader, che "una precondizione per avere una vera politica Ue delle migrazioni è che gli europei decidano effettivamente chi entra nel loro territorio. Non riuscire a fare questo sarebbe una dimostrazione di debolezza e, soprattutto, potrebbe dare l'impressione che l'Europa non ha un confine esterno. I popoli d'Europa si aspettano, da tempo, che mostriamo di essere determinati nelle azioni volte a ripristinare il loro senso di sicurezza".

Per quanto riguarda infine il nodo Russia, l'Italia non spingerà per annullare le sanzioni, ma chiederà che vengano sbloccati i finanziamenti della Bei e della Bers destinati alle piccole e medie imprese russe, specialmente per quei progetti che hanno un legame con la società civile. Questa, tuttavia non sarebbe una linea rossa invalicabile, a differenza dei due punti sulle migrazioni.

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