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Il 'Candide' del Maggio Fiorentino in fabbrica tra Barbie e Ken

'L'ho ambientato in una industria che produce creature antropomorfe e sex toys'

SPETTACOLO
Il 'Candide' del Maggio Fiorentino in fabbrica tra Barbie e Ken

"Il messaggio di libertà di 'Candide' oggi diventa estremamente urgente. Viviamo in un momento difficile in cui la società contemporanea non è affatto costruita a tutela dell'uomo. Insomma, non viviamo nel migliore dei mondi possibili". Parola di Francesco Micheli che, in un'intervista all'Adnkronos racconta il suo allestimento del 'Candide' di Leonard Bernstein che dal 23 maggio andrà in scena all'Opera di Firenze con la direzione di John Axelrod (allievo di Bernstein) per la stagione del Maggio Musicale Fiorentino.

Un'opera complessa "dalla messa in scena difficilissima, tanto che quando me lo proposero ero molto spaventato", confessa il regista, da sempre avvezzo a curare la regia di opere italiane. "Questo 'mood' alla Broadway mi faceva sentire un pesce fuor d'acqua, per questo ho scelto di tornare in Europa a quelli che sono i temi filosofici dell'opera, con Voltaire e Leibniz". 'Candide' è tratta dall'omonima opera letteraria che Voltaire scrisse, sulla spinta del terribile terremoto che devastò Lisbona nel 1755, in polemica con il pensiero ottimistico di Leibniz per dire che non è vero che viviamo nel migliore dei mondi possibili. E duecento anni dopo, spinto da un altro 'terremoto' devastante, il maccartismo che limitava le libertà individuali, Bernstein e la drammaturga Lilian Hellmann decisero di fare del 'Candide' un'opera musicale.

"Nell'allestimento fiorentino di 'Candide' non faccio alcun riferimento al maccartismo, ma parto dall'idea di Leibniz che lamentava l'arretratezza tecnologica del suo tempo e ne auspicava il miglioramento, con un ottimismo di fondo - spiega Micheli - legato alla fiducia nella capacità dell'uomo di imitare Dio. Leibniz teorizzava anche una società capace di imitare la natura attraverso la tecnologia, e la sede naturale della tecnologia è la fabbrica. Ecco perché - afferma il regista - ho scelto di ambientare l'opera in una fabbrica che produce creature antropomorfe con varie funzioni: Cunegonde è la ragazza ideale, una Barbie, Maximilian è Ken e Paquette, la servetta di cui il filosofo Pangloss abusa sessualmente, è un sex toy".

La 'fabbrica Westfalia' in cui è ambientata l'opera di Bernstein "diventa anche il simbolo del viaggio che i personaggi compiono nel corso dell'opera "dalla Westfalia, appunto, al Portogallo, fino a Parigi, Buenos Aires, Venezia. Una moderna fabbrica - spiega Micheli - non produce, ma assembla parti realizzate in tutto il mondo, una specie di viaggio continuo. Inoltre - aggiunge - la fabbrica ci consente anche di riflettere sul mondo del lavoro di oggi, che non è il migliore dei mondi possibili, anzi, ci racconta una società che non è costruita a tutela dell'uomo".

Nel finale, sottolinea il regista, "l'affermazione di Candide che bisogna coltivare il proprio giardino, è dannatamente italiana perché dà l'idea di un personaggio schiacciato da un sistema in totale deregulation che chiude con enorme amarezza. Ed è il sistema italiano, che avvilisce le anime più belle, non premia il merito e costringe i giovani ad andare via. L'Italia è un Paese che sta attraversando enormi problemi, che in questi giorni si riflettono anche nelle vicende dell'Opera di Firenze, costretta a licenziare 40 persone".

Il testo di Voltaire è quindi "fondamentale per la cultura occidentale. Non a caso nel mio spettacolo Lella Costa, che interpreta Voltaire, in realtà più che interpretare il filosofo illuminista, lo legge nei panni di una donna delle pulizie della fabbrica, che va avanti e indietro sui pattini e tra una spazzata e una spolverata, legge il testo e si rende conto ma mano che va avanti che quel che legge del lontano '700 è sempre più reale e concreto intorno a lei", conclude Micheli. L'opera sarà in scena fino al 3 giugno, nell'edizione che fa riferimento a quella diretta dallo stesso Bernstein nell'incisione discografica della Deutsche Grammophon.

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