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Le 'quattro piaghe del Mediterraneo', la denuncia dei pescatori

A denunciarle sono i pescatori intervistati dal Wwf

RISORSE
Le 'quattro piaghe del Mediterraneo', la denuncia dei pescatori

(Fotolia)

Cattiva gestione della pesca (soprattutto in Adriatico), inquinamento (soprattutto nel nord ovest del Mediterraneo e nello Stretto di Sicilia), pesca illegale ed eccessiva, cambiamento climatico (ancora in Adriatico): sono le 'quattro piaghe del Mediterraneo' denunciate dai diretti interessati: i pescatori.

Le loro preoccupazioni sono state raccolte dal Wwf insieme agli enti di ricerca coinvolti in due progetti (Safenet e Mantis, finanziati dall’Unione Europea). 165 quelli intervistati in 11 aree: Catalogna, Golfo del Leone, Costa Azzurra, Corsica, Sardegna, Toscana, Adriatico settentrionale e Stretto di Sicilia.

Più della metà dei pescatori intervistati nel Mediterraneo Nord Occidentale e nello Stretto di Sicilia lamenta controversie con la pesca ricreativa; quasi due terzi, problemi di competizione per lo spazio marino con il turismo subacqueo, soprattutto in Stretto di Sicilia e Adriatico, mentre il turismo da diporto è fonte di malcontento in Mediterraneo Nord-Occidentale. Anche i rapporti tra pesca artigianale e pesca a strascico sono spesso conflittuali per la competizione per le stesse risorse, in particolare in Adriatico e Stretto di Sicilia.

E se i pescatori concordano sull'utilità delle aree marine protette per la protezione della biodiversità e delle popolazioni ittiche, ritengono anche che siano poco efficaci per ridurre o moderare i conflitti tra i diversi utenti del mare, o per ridurre la pesca illegale, soprattutto per la carenza di sorveglianza e controllo adeguati all’interno delle stesse (più del 50% nel Mediterraneo Nord-Occidentale e circa il 30% in Adriatico e Stretto di Sicilia hanno espresso questa opinione).

Anzi, paradossalmente, spesso le aree protette sono considerate dai pescatori professionali come un’attrattiva che richiama pescatori ricreativi, turismo e pesca illegale. Idee chiare per quanto riguarda la gestione dell’attività. Oltre il 30% dei pescatori intervistati considera imprescindibile e fondamentale garantire il reddito e proteggere gli stock ittici.

Due i suggerimenti: prima di introdurre nuove norme, andrebbero applicate quelle già esistenti (oltre il 20% degli intervistati in Mediterraneo Nord-Occidentale e circa il 20% in Adriatico e Stretto di Sicilia) e andrebbero adottate chiusure temporanee della pesca in base ai cicli vitali dei pesci (più del 50% degli intervistati in Adriatico e oltre il 20% nel Stretto di Sicilia e Mediterraneo Nord-Occidentale).

Altre misure suggerite sono la riduzione e il controllo dello sforzo di pesca ricreativa, il controllo e l’eliminazione della pesca illegale e azioni sul mercato del pesce (promozione di specie sotto-utilizzate, controllo dei prezzi). Ma quanto sono coinvolti i pescatori nei processi decisionali della pesca? La percentuale varia da un’area all’altra: se oltre l’80% degli intervistati nel Mediterraneo Nord-Occidentale e oltre il 50% nello Stretto di Sicilia ritengono fondamentale che la propria categoria possa partecipare attivamente, soprattutto nel nord-ovest il 57% degli intervistati dichiara di essere già stato coinvolto attivamente in qualche processo decisionale, mentre nello Stretto di Sicilia oltre il 60% dichiara di non essere mai stato coinvolto in alcuna attività di questo tipo.

A tal proposito, è emerso che laddove le organizzazioni tradizionali dei pescatori (come le cofradías spagnole) hanno maggiori capacità di avviare iniziative di co-gestione, le misure gestionali quali chiusure spaziali e temporali della pesca sono generalmente ben accette e rispettate. Al contrario, quando queste organizzazioni mancano o hanno scarsa presa sui pescatori, persistono le opinioni più individualiste ed il rispetto delle misure gestionali risulta più difficoltoso.

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