Home . Sostenibilita . Risorse . Tartarughe marine, più nidi in Italia ma pesca e rifiuti le mettono a rischio

Tartarughe marine, più nidi in Italia ma pesca e rifiuti le mettono a rischio

Agosto è tempo di schiuse, ecco cosa fare se ci imbattiamo in un nido tra la sabbia

RISORSE
Tartarughe marine, più nidi in Italia ma pesca e rifiuti le mettono a rischio

Aumentano le nidificazioni di tartarughe marine sulle coste italiane e il numero degli esemplari salvati grazie alla collaborazione con gli operatori della pesca. Lo scorso anno, sulle nostre coste, sono stati certificati 60 nidi (ma si presume siano stati oltre un centinaio, considerando la difficoltà di censimento) di cui 41 sulle coste della Calabria, e quest’anno probabilmente i numeri saranno ancora più alti. Ma molto rimane da fare.

L’attività condotta durante TartaLife, progetto finanziato dalla Commissione europea, ha permesso di stimare che, solo in Italia, ogni anno circa 50mila tartarughe marine Caretta caretta sono vittime di catture accidentali, con la possibilità di circa 10mila decessi; le reti a strascico e le reti da posta, con oltre 20mila eventi di cattura stimati e i palangari, con oltre 8mila costituiscono le principali minacce alla conservazione della specie.

(segue)

E se le catture accidentali possono diminuire grazie alla collaborazione dei pescatori professionisti disposti a sostituire gli ami dei palangari e le reti tradizionali con strumenti a più basso impatto, molto rimane da fare per salvare le tartarughe dai pericoli legati all’ingestione di plastiche e rifiuti.

L’Università di Siena ha trovato rifiuti di plastica nel tratto gastrointestinale del 71% delle tartarughe analizzate. Nella maggior parte dei casi si tratta di plastiche fluttuanti che le tartarughe scambiano per meduse ma da questi animali sono stati estratti anche cotton fioc, pezzi di rete, tappi e piccoli oggetti abbandonati in mare.

Il progetto TartaLife, in tre anni ha permesso di curare presso i centri aderenti e restituire al mare circa 900 tartarughe, "numero che è in netto aumento rispetto a cinque anni fa - spiega Alessandro Lucchetti del Cnr-Ismar di Ancona, capofila del progetto - segno evidente che l’intensa opera di formazione e sensibilizzazione dei pescatori italiani coinvolti nel progetto TartaLife sta dando buoni frutti".

(segue)

Infatti, "la maggior parte delle tartarughe che arrivano ai centri di recupero sono conferite proprio dai pescatori, principali responsabili del successo delle misure di conservazione della tartaruga marina che stiamo mettendo in campo da tre anni. Tutti i centri stanno collaborando con passione, ma i centri Adriatici della Fondazione Cetacea (a Riccione) e di Legambiente (a Manfredonia), risultano essere i più attivi, riuscendo a curare ogni anno centinaia di tartarughe”, conclude Lucchetti.

“I centri di recupero delle tartarughe marine stanno svolgendo un ottimo lavoro e la collaborazione con i pescatori professionisti ha dato risultati eccezionali – aggiunge Rossella Muroni, presidente di Legambiente – ma le Caretta caretta e le altre specie di tartarughe marine diffuse nei nostri mari sono minacciate anche da altre attività umane. Il traffico marittimo, il degrado e la cementificazione delle coste, la maladepurazione e l’abbandono dei rifiuti sulle spiagge, la pulizia degli arenili con mezzi meccanici invasivi continuano a rappresentare rischi concreti per la sopravvivenza di questi animali”.

(segue)

Fino alla metà di agosto, i centri di cura e recupero organizzano liberazioni degli esemplari curati e pronti per tornare in mare, appuntamenti che possono essere seguiti da cittadini e turisti sulle spiagge o sulle barche che accompagnano gli esemplari.

Il progetto Tartalife è finanziato dalla Commissione Europea attraverso il programma Life ed è cofinanziato dal ministero delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali - Direzione Generale Pesca e dalla Regione Marche, con lo scopo di tutelare le tartarughe marine.

Il progetto è promosso nelle 15 regioni italiane che si affacciano sul mare; il capofila del progetto è il Consiglio Nazionale delle Ricerche (Cnr) – Istituto di Scienze del Mare di Ancona che coordina le azioni degli altri sei partner coinvolti, oltre al Consorzio Unimar: Provincia di Agrigento, Ente Parco Nazionale dell'Asinara, Fondazione Cetacea, Area Marina Protetta Isole Egadi, Legambiente, Area Marina Protetta Isole Pelagie.

Agosto è tempo di schiuse dei nidi di tartaruga marina. E ad ogni schiusa, i piccoli di tartaruga di appena 2-3 centimetri escono dalla sabbia per raggiungere il prima possibile, ed evitare possibili predatori, il mare. ma cosa fare se ci imbattiamo in un nido in questo periodo dell'anno? E’ necessario seguire alcune semplici regole per non rischiare di disturbare i nascituri in un momento così delicato.

Due le regole principali, diffuse dal Wwf. Primo: non avvicinarsi e mantenere le distanze di sicurezza per evitare di disturbare. Seconda regola: no alle luci dirette (compresa quella dei cellulari) e ai flash. E ancora: evitare rumori bruschi e schiamazzi. In genere le schiuse avvengono di notte, ma può capitare che le piccole tartarughe facciano capolino da sotto la sabbia anche in pieno giorno, come è avvenuto l’anno scorso a Menfi, in Sicilia tra gli ombrelloni dei turisti in spiaggia. In quel caso, il nido non era stato identificato e dunque non era presente nessun recinto né tantomeno alcun avviso.

Commenti
Per scrivere un commento è necessario registrarsi ed accedere: ACCEDI oppure REGISTRATI