Teheran attacca: "Stati Uniti coinvolti nei disordini". Usa: "Accuse deliranti". Media: Khamenei ha messo Pasdaran in allerta più alta da giugno. Ong: "Almeno 65 morti da inizio proteste". Trump: "Pronti ad aiutare"
Mentre proseguono da settimane le manifestazioni in Iran contro il regime degli ayatollah, il procuratore generale iraniano Mohammad Movahedi Azad ha avvertito che tutti i manifestanti potranno essere perseguiti come "nemici di Dio" ('mohareb'), un’accusa che in Iran è punibile con la pena di morte. Lo riferiscono i media statali iraniani, riportati da Sky News, citando una sua dichiarazione nella quale si afferma che il reato sarà contestato non solo a presunti "rivoltosi e terroristi" che danneggiano proprietà e compromettono la sicurezza pubblica, ma anche a coloro che li aiutano.
Movahedi Azad ha inoltre esortato le procure a preparare rapidamente i processi e a non mostrare "alcuna clemenza, compassione o indulgenza" nei confronti degli imputati.
La polizia iraniana ha intanto rivolto un avviso alle famiglie con bambini e adolescenti. Secondo l’agenzia semi-ufficiale Tasnim, le autorità hanno evidenziato la presenza "in alcune manifestazioni" di "gruppi terroristici e individui armati" e i loro presunti piani per causare vittime, esortando "le famiglie a prendersi cura dei loro giovani e adolescenti", si legge nel comunicato della Faraja, la forza di polizia iraniana.
Le autorità hanno inoltre precisato che, "al fine di proteggere vite e proprietà, l’azione decisa contro i terroristi è prioritaria e senza compromessi".
L'unità d'intelligence dei Guardiani della Rivoluzione iraniani ha quindi annunciato l'arresto di uno straniero sospettato di spionaggio a favore di Israele, riporta ancora Tasnim, non rendendo nota la nazionalità del sospettato.
"L'Iran sta guardando alla libertà, forse come mai prima d'ora. Gli Stati Uniti sono pronti ad aiutare!!!", ha intanto ribadito in un post su Truth social il presidente americano Donald Trump, che aveva già avvertito Teheran su un possibile (e duro) intervento Usa qualora il regime avesse ucciso ancora i manifestanti.
Gli Stati Uniti hanno intanto definito 'deliranti' le accuse del ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi a Israele e agli Stati Uniti di aver fomentato le proteste in corso nella repubblica islamica. "Questa dichiarazione riflette un tentativo delirante di distogliere l'attenzione dalle enormi sfide che il regime iraniano deve affrontare in patria", ha dichiarato un portavoce del Dipartimento di Stato americano in risposta ai commenti fatti dal ministro degli Esteri di Teheran durante una visita in Libano.
Araghchi aveva infatti dichiarato come Israele e Stati Uniti siano "direttamente coinvolti" nei disordini in corso in Iran, ma le possibilità di un intervento militare diretto rimangono "molto basse". Lo ha detto il ministro degli Esteri iraniano durante la conferenza stampa di ieri a Beirut conclusiva della sua visita ufficiale in Libano, riportata da Al Arabiya.
Araghchi ha poi spiegato che durante gli incontri con le autorità libanesi sono state esaminate "le minacce israeliane che riguardano tutti gli abitanti della regione e le modalità per affrontarle. Secondo il capo della diplomazia di Teheran, i due Paesi condividono la consapevolezza della "portata dei pericoli provenienti dal fronte israeliano".
L'ayatollah Ali Khamenei ha messo i Guardiani della rivoluzione in uno stato di allerta più alto che a giugno, quando c'era stata la guerra con Israele e i raid americani. Lo hanno rivelato al Telegraph fonti della Repubblica islamica, secondo cui il leader spirituale iraniano ha ordinato ai Pasdaran "di rimanere al più alto livello di prontezza, anche più alto che durante la guerra di giugno". Khamenei, hanno aggiunto le fonti, "è in contatto più stretto con i Guardiani della rivoluzione (Irgc) che con l'Esercito e la polizia, perché ritiene che il rischio di diserzioni nell'Irgc sia quasi inesistente", mentre negli altri corpi ce ne sono state in passato, "ha messo il suo destino nelle loro mani".
Sono almeno 65 i morti e 2311 le persone arrestate dall'inizio delle proteste scoppiate in Iran il 28 dicembre scorso. Il bilancio è stato aggiornato dalla Ong HRANA con sede negli Stati Uniti.
Delle vittime, 38 sono state segnalate nelle province di Chaharmahal e Bajtiari, Ilam, Kermanshah e Fars, nella parte centrale ed occidentale del paese. Secondo fonti mediche citate dalla rivista americana 'Time' il numero dei manifestanti morti potrebbe essere di 217.
L'esercito iraniano assicura che andrà fino in fondo per tutelare l'interesse nazionale e disarticolare quella che definisce una "cospirazione" orchestrata dagli Stati Uniti e Israele e che ha convertito le iniziali proteste in un'ondata di disordini in tutto il paese.
"Il nemico, attraverso l'ennesima cospirazione, sostenuta dal regime sionista criminale e infanticida e da gruppi terroristici ostili, cerca di turbare l'ordine e la pace nelle città e la sicurezza pubblica del Paese", ha dichiarato l'esercito iraniano in un comunicato diffuso dall'agenzia di stampa semi-ufficiale Tasnim.
"L'Esercito della Repubblica Islamica dell'Iran invita la nazione iraniana a sventare i complotti del nemico mantenendo la vigilanza, sostenendo al contempo l'unità e la coesione", conclude la dichiarazione.
Le autorità iraniane hanno imposto da quasi 48 ore un blackout di internet definito dagli esperti "senza precedenti per estensione e precisione". Secondo un’analisi del Guardian, il regime degli ayatollah sta utilizzando strumenti sempre più sofisticati per cercare di arginare le proteste antigovernative in corso da settimane. La novità, spiegano gli analisti, non riguarda solo la severità del blocco, ma anche la sua selettività, che consente ad alcuni soggetti governativi di continuare a comunicare mentre gran parte della popolazione resta isolata.
Con l’entrata in vigore del blocco, si è fermato circa il 90% del traffico internet del Paese. Le chiamate internazionali risultano interrotte e i telefoni cellulari non hanno servizio, ha spiegato l’esperto di diritti digitali Amir Rashidi, descrivendo "l’assenza di segnale e antenne, come se si vivesse nel mezzo del nulla". Il livello di oscuramento è considerato più severo rispetto al blackout del 2019 e va oltre esempi già visti in altri Paesi, come l’Egitto nel 2011 o l’Afghanistan sotto i talebani, distinguendosi però per un grado di selettività molto maggiore.
Secondo Doug Madory, analista di infrastrutture internet, l’elemento di novità consiste proprio nella capacità di rendere il blocco contemporaneamente capillare e mirato. Mentre la popolazione è di fatto tagliata fuori dalla rete, i canali di comunicazione governativi continuano a funzionare: l’ayatollah Ali Khamenei ha pubblicato numerosi post su X e alcuni canali Telegram istituzionali risultano ancora attivi. Gli esperti ritengono che Teheran stia applicando una "whitelist", ovvero una lista di siti e piattaforme autorizzati, per garantire la circolazione della propaganda e le comunicazioni ritenute essenziali, riducendo al minimo il resto del traffico. Anche il sistema satellitare Starlink, che durante le proteste del 2022 aveva rappresentato un’importante valvola di sfogo informativa, risulterebbe in parte disturbato da attività di jamming.
Questa configurazione, osservano Rashidi e Madory, potrebbe consentire all’Iran di mantenere il blackout a lungo, evitando i costi e le paralisi legati allo spegnimento totale della rete – come accadde in Egitto, quando "non funzionava nulla". Da anni Teheran lavora al rafforzamento degli strumenti di censura e alla creazione di un’infrastruttura nazionale capace di connettere gli utenti interni isolandoli dal resto del mondo, sul modello cinese, anche se tali servizi oggi risultano in gran parte inaccessibili. "Stanno cercando di configurare il sistema in modo da non dover riattivare tutto", conclude Madory, ipotizzando che la chiusura "potrebbe durare a lungo".
"Il nostro obiettivo non è più solo prendere le strade, l'obiettivo è prepararsi a prendere e tenere i centri delle città". E' quanto afferma Reza Pahlavi, il figlio dello Scià deposto nel 1979 che vive in esilio negli Usa, in un messaggio video pubblicato sui social media in cui esorta ad altre proteste oggi e domani e afferma che sta "preparando il ritorno nella mia patria" in un giorno in cui crede "molto vicino".
Nel messaggio pubblicato su X, Pahlavi ha espresso la convinzione che le manifestazioni riusciranno a mettere "completamente in ginocchio la Repubblica islamica e il suo logoro e fragile apparato di repressione". E quindi invita "i lavoratori e gli addetti dei settori chiave dell'economia, specialmente i trasporti, il petrolio, gas e energia a iniziare un processo di sciopero a livello nazionale".
Ed infine ha esortato la popolazione iraniana "a scendere in piazza oggi e domani, questa volta a partire dalle 18, con bandiere, immagini e simboli patriottici e a occupare spazi pubblici". "Il nostro obiettivo non è più solo scendere in piazza, il nostro obiettivo è prepararci a conquistare e difendere i centri urbani - ha concluso - allo stesso modo mi preparo a tornare nella mia patria per stare al vostro fianco, la grande nazione dell'Iran, quando la nostra rivoluzione trionferà. Credo che questo giorno sia molto vicino".