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La Cina verso il Congresso, l'analista: "In pericolo il grande progetto"

Axel Berkofsky (Ispi): "Il Xi-pensiero è tutto e niente, più niente che tutto. Disoccupazione giovanile elemento pericoloso, eccezionale la protesta a Pechino".

(Afp)
(Afp)
14 ottobre 2022 | 16.48
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"Crescita economica e prosperità" in cambio del 'silenzio', della garanzia che non ci saranno sfide "alla governance del Partito comunista cinese". E' l'"accordo tra il Pcc e il popolo cinese" su cui si è basata la forza del Partito-Stato con il cruccio della stabilità interna in una Cina con oltre 1,4 miliardi di abitanti, che insiste sulla politica 'Zero Covid', con serie ripercussioni per l'economia e la vita di milioni di persone. In una Cina che va verso il XX Congresso nazionale del Pcc con Xi Jinping, che si avvia a consolidare il suo strapotere con un terzo inedito mandato da leader. Questo "accordo non sta crollando", ma non funziona più bene "se un regime autoritario non riesce più a creare prosperità materiale" e si "trova in difficoltà". Axel Berkofsky, professore all'Università di Pavia e Co-Head dell'Asia Centre dell'Ispi, ragiona con l'Adnkronos sul futuro della Cina in attesa dell'apertura dell'atteso evento politico nel Dragone, dove ieri si sono registrate proteste con Xi, quel leader il cui "pensiero" è "tutto e niente, più niente che tutto", e che molto probabilmente "governerà a vita".

"La Cina ha una grandissima classe media e non tutti soffrono il declino economico nell'immediato, ma il grande progetto è in pericolo", dice Berkofsky, precisando di non vedere una "crisi di governance nell'immediato", ma non escludendo questa "possibilità" anche perché la "stabilità politica interna dipende dalla crescita economica" e "anche la Cina, se non cambia rotta, potrebbe andare in recessione, magari non ufficialmente". L'esperto insiste sulla "disoccupazione giovanile", sulla politica 'Zero Covid' che "ha creato per la prima volta una disoccupazione significativa soprattutto tra i giovani", un elemento "pericoloso per il regime cinese", e su quella che considera una "fase potenzialmente pericolosa". Sottolinea come sia "eccezionale" quanto raccontato ieri dai media internazionali della protesta a Pechino con striscioni contro Xi ("dittatore e traditore della nazione"), contro la politica 'Zero Covid', per le "riforme". "Eccezionale" anche per la sorveglianza di massa che in Cina è realtà, non solo perché arrivata a pochi giorni dal Congresso del Partito.

Una protesta, subito 'contenuta', in un gigante asiatico in cui probabilmente "governerà a vita" Xi, che "si considera come Mao" e che per ora non ha allevato 'eredi', anche se Berkofsky - sottolineando come per il leader cinese non manchino contestazioni con fazioni che aspetterebbero solo di cavalcare "debolezze" e correnti che "non sono del tutto soddisfatte - invita ad aspettare la conclusione del Congresso e quel 'rito' che vede i vertici del Partito entrare nella Grande Sala del Popolo, in ordine di importanza. Come nel 2017 Xi sarà con tutta probabilità il primo - da segretario generale riconfermato per la terza volta - ma è su chi lo seguirà che si concentreranno gli osservatori. "Circolano dei nomi, ma nulla di concreto, niente di trasparente", osserva l'analista.

Tra i nomi da tenere d'occhio come possibili new entry nel Comitato permanente del Politburo, il Washington Post ha indicato quello di Hu Chunhua perché, cresciuto nella stessa fazione della Gioventù Comunista del premier Li Keqiang, se dovesse entrare nel Comitato permanente sarebbe un segnale della volontà di bilanciare il potere dei super lealisti di Xi. Il Post ha segnalato anche Chen Min'er, fedelissimo del leader cinese, Ding Xuexiang, molto vicino a Xi, e Li Qiang, stretto alleato di Xi, che - secondo Berkofsky - potrebbe continuare (senza eredi) a "eliminare politicamente i rivali".

Il suo pensiero, osserva Berkofsky, è fatto di "slogan e niente altro", come quello del "grande rinnovamento", il "sogno cinese", il cui "ultimo atto è la riunificazione con Taiwan". "Non c'è vero contenuto, è una continuazione della tradizione della politica interna cinese", evidenzia, ricordando come lo slogan della "riunificazione" di Taiwan sia ben lontano dalla realtà per un'isola - di fatto indipendente - che il Partito comunista cinese non ha mai governato, "nemmeno per un giorno". E come Taiwan "non abbia nulla a che fare con il 'grande rinnovamento'", che invece vuole "porre tutto nella stessa categoria" nell'ambito di un pensiero che - ribadisce - "è tutto e niente, ma più niente che tutto perché non sappiamo niente".

Fatto di "slogan" per "dare un senso al suo terzo eterno mandato" e per "vendere il cosiddetto Xi-pensiero (insegnato sin dalla scuola) nella società cinese senza dare dettagli" perché "se aggiungi dettagli la gente inizia a chiedere". E' tutta una "bolla di retorica senza senso" da parte di un leader che - evidenzia l'esperto - dalle "minacce su Taiwan" alla "geopolitica" compie passi che "avranno un impatto molto negativo sull'economia cinese" in un gigante asiatico in cui "la crescita economica rapida ha sempre creato il fondamento della pretesa di potere del Partito".

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