Infortuni, quando la lingua diventa un rischio per la sicurezza nei campi

L'intervista di Alberto Semeraro, segretario generale della Flai Cgil Lombardia, all'adnKronos

Infortuni, quando la lingua diventa un rischio per la sicurezza nei campi
19 agosto 2026 | 19.29
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Il gap linguistico può diventare un fattore di rischio per la sicurezza sul lavoro in agricoltura, soprattutto in un settore caratterizzato da una forte presenza di lavoratori stranieri. A sottolinearlo all'AdnKronos è Alberto Semeraro, segretario generale della Flai Cgil Lombardia, intervenendo sul tema degli infortuni e delle condizioni di lavoro nel comparto agricolo lombardo. “Uno dei problemi che ci troviamo ad analizzare è che spesso i lavoratori agricoli sono stranieri. E quindi il primo problema è il gap linguistico”, spiega Semeraro all'AdnKronos. Una difficoltà che, secondo il sindacalista, può avere conseguenze concrete quando si tratta di impartire indicazioni sulla sicurezza. “È facile capire che magari io ti dico ‘stai attento a quella cosa lì’ e tu mi dici di sì, perché vuoi comunque far capire che la lingua la conosci abbastanza bene, ma nello specifico non ti è chiaro che cosa ti ho segnalato”.

Il problema, sottolinea, è particolarmente rilevante in agricoltura, dove le attività sono meno standardizzate rispetto ad altri ambienti di lavoro. “Il lavoro agricolo non è un lavoro in officina, che ha un flusso continuo e regolare e dove tante cose ti ricapitano alla stessa maniera”. Nei campi, invece, “sali su una pianta, raccogli una cosa, tieni qui, guardi là e magari io ti do un'indicazione”. Per questo, aggiunge, “occorre più conoscenza tecnica” e una maggiore comprensione delle indicazioni ricevute.

Tra i fattori di rischio c'è poi la fatica fisica, che può iniziare ancora prima dell'ingresso nei campi. “A volte abitano in cascina, a volte devono fare molta strada per arrivare, magari con i mezzi pubblici, quindi significa partire molto presto per arrivare e iniziare un lavoro magari molto presto”. In altri casi, spiega Semeraro, “c'è gente che fa lunghi tratti in bicicletta”. Anche il tragitto casa-lavoro può dunque incidere sulla sicurezza: “Alle 4 del mattino, alle 3 e mezza o alle 5 e mezza, quando a volte è buio, è comunque una certa pericolosità. E comunque ti affatica: arrivi al lavoro che sei già, tra virgolette, affaticato”.

Un altro tema centrale è quello delle alte temperature. “L'ultimo tema (ma non in ordine di importanza) è, ovviamente, l'emergenza caldo. Anche lì c'è la necessità di essere idratati, la necessità di pause”. Le misure per evitare il lavoro nelle ore più calde sono positive, osserva, ma possono produrre altri effetti sulle condizioni complessive del lavoratore: “Se comincia molto prima significa svegliarsi molto prima e, se si fa una pausa lunga e una persona non abita vicino, gli vai a rattoppare l'andata e ritorno da casa”.

Il caldo, inoltre, non riguarda soltanto le ore trascorse sotto il sole. “Quando si parla di colpo di calore non è che uno ha tutto col momento e gli viene il colpo come se fosse una martellata sulla testa: è un accumulo di calore che si ha nel tempo”. Anche le condizioni abitative possono quindi incidere sulla capacità di recupero. “Magari hai passato la notte in bianco perché vivevi in una casa che è molto calda e così via: questo comporta ovviamente dei problemi”.

Quanto alla distribuzione territoriale delle irregolarità, Semeraro invita a non individuare semplicisticamente una provincia come più critica delle altre. Il Mantovano, osserva, è “la zona più vasta”, oltre a essere caratterizzato da “un'altissima densità agricola” e da una forte necessità di manodopera, anche proveniente dalle regioni confinanti, come Veneto ed Emilia-Romagna. “Non mi sento di dire che un gruppo di imprenditori agricoli mantovani sia più propenso all'irregolarità rispetto a uno bresciano o milanese”, precisa. Piuttosto, “sono delle conformazioni dove c'è tanta raccolta” e, dove “c'è la necessità di avere tanta manodopera”, è più probabile che emergano fenomeni di questo tipo.

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