Vita, morte e dignità umana: le battaglie di Ruini su fecondazione e i casi Englaro e Welby

Per il cardinale Camillo Ruini le questioni di bioetica erano il banco di prova più drammatico del relativismo contemporaneo

Il cardinale Camillo Ruini - Fotogramma /Ipa
Il cardinale Camillo Ruini - Fotogramma /Ipa
16 giugno 2026 | 23.08
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Per il cardinale Camillo Ruini, morto oggi a 95 anni, le questioni di bioetica, legate alla vita e alla morte, erano il banco di prova più drammatico del relativismo contemporaneo contro cui la Chiesa doveva opporsi. Nel 2005 guidò la mobilitazione dei vescovi italiani contro il referendum sulla fecondazione assistita, scegliendo la via dell’astensione. A suo parere, non era una battaglia di retroguardia, ma un modo per riaffermare che la vita umana non è mai riducibile a materiale disponibile o a prodotto tecnico.

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Nel 2009, durante il dramma di Eluana Englaro, arrivò a definire la sospensione di alimentazione e idratazione come un “omicidio”, un atto che infligge la morte “in maniera terribile” a una persona indifesa. Non si trattava, nelle sue parole, di una disputa astratta, ma della difesa di chi non può più difendersi. Anche sul caso di Piergiorgio Welby, che da malato cosciente chiese di morire, Ruini mantenne una posizione netta: non si può rivendicare al tempo stesso l’appartenenza al cattolicesimo e l’autonomia assoluta nel decidere sulla propria vita.

Per lui, la vita non era un oggetto a disposizione del singolo, ma un dono indisponibile, che lo Stato e la comunità hanno il dovere di proteggere. Dietro queste posizioni c’era una diagnosi più profonda, che Ruini mutuava dal magistero di Benedetto XVI: la “dittatura del relativismo”, cioè la perdita di punti fermi e di riferimenti etici condivisi. Per questo sosteneva che le scelte sulla vita e sulla morte non erano semplici questioni confessionali, ma riguardavano la tenuta stessa della società.

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