Esce il volume curato da Fulvio Mazza per Amando Editore
Il 4 giugno 1956 il "New York Times" pubblica quello che presenta come il testo autentico e integrale del "Rapporto segreto" pronunciato dal leader sovietico Nikita Chruscev al XX Congresso del Pcus, il 25 febbraio dello stesso anno. Un atto giornalistico clamoroso, ma anche profondamente azzardato. Il quotidiano americano, infatti, disponeva unicamente di un dattiloscritto proveniente dall'Unione Sovietica, potenza nemica nel pieno della Guerra fredda, relativo a un avvenimento avvenuto solo pochi mesi prima. Un tempo troppo breve per una verifica critica approfondita, soprattutto in assenza di un testo ufficiale "madre", corredato da timbri, protocolli e sigilli che ne certificassero l'autenticità e la completezza.
Questo elemento resta centrale ancora oggi: nessuno allora, nessuno oggi, può giurare sull'integrale autenticità e sull'integrale completezza del "Rapporto". Non lo fanno nemmeno gli studiosi più rigorosi, che – fedeli al principio della "ricerca permanente" e non della "ricerca fondata su una sola fonte" - hanno lavorato per decenni su indizi, comparazioni testuali, riscontri indiretti, testimonianze e archivi progressivamente aperti in un contesto di libertà di stampa. È su questo terreno che si colloca il lavoro editoriale e critico che fa da sfondo al volume "Il Rapporto Segreto di Chruscev" (Armando Editore, pagine 164, euro 16,00), curato da Fulvio Mazza, in uscita per la ricorrenza del 70esimo anniversario del testo "Sul culto della personalità e le sue conseguenze", titolo del discorso di Nikita Chruscev, segretario generale del Partito Comunista dell'Unione Sovietica (Pcus) al XX Congresso del Pcus, fortemente critico riguardo al regime del precedente segretario e capo del governo Iosif Stalin, denunciando in particolare le grandi purghe che avevano caratterizzato la fine degli anni Trenta.
La propagazione della notizia di quello che divenne il "Rapporto segreto", nonostante le cautele, induce anche il quotidiano del Partito comunista italiano, "L'Unità", a darne conto, seppure con evidenti attenuazioni e con una chiara volontà di rendere "digeribili" i contenuti a un mondo comunista che ne rimane profondamente scioccato.
Dalle analisi incrociate delle fonti, spiega lo studio coordinato dallo storico Fulvio Mazza,, emerge un quadro inquietante e per molti versi ancora opaco: a lavori congressuali praticamente conclusi, alcuni delegati - ma non tutti e secondo criteri mai chiariti - vengono richiamati nella sala per ascoltare una nuova relazione del segretario. Ai rappresentanti dei cosiddetti "partiti fratelli" il testo viene invece letto da ufficiali dei servizi segreti, che li raggiungono nelle loro stanze. Restano esclusi gli ospiti, i giornalisti, gli osservatori stranieri. Il Rapporto non viene mai divulgato formalmente. È un atto politico che nasce già come documento semiclandestino.
Il libro curato da Mazza ha il merito di affrontare questa complessità senza scorciatoie. In apertura ospita due interviste: una a Fausto Bertinotti, ex segretario di Rifondazione comunista, e l'altra allo storico Aldo Giannuli. Le domande seguono uno schema comune, proprio per far emergere convergenze e divergenze interpretative. Per gli approfondimenti, il volume rimanda al testo del "Rapporto segreto" e si chiude con un'appendice: il discorso del parlamentare socialista Sandro Pertini su Stalin e un indizio che, se confermato, cambierebbe radicalmente la storia del Novecento, ossia una lettera di metà anni Trenta nella quale Lev Trockij invita un giovane Chrucev a mettersi a capo di una sollevazione antistaliniana.
L'impatto del "Rapporto segreto", annota Fulvio Mazza, sul Pci è forte, ma non devastante. Si apre un dibattito interno fra chi lo interpreta come una svolta epocale verso la democratizzazione del Pcus e chi, ancora sotto l'influsso carismatico di Stalin, tenta di ridimensionarne la portata. Il segretario Palmiro Togliatti, intervistato dalla rivista "Nuovi Argomenti", mantiene un prudente basso profilo. Ammette l'uso di metodi arbitrari nelle istruttorie contro i presunti "nemici del popolo" in Unione Sovietica, ma ribadisce anche l'esistenza di forti sospetti di attività cospirative e terroristiche. Sul culto della personalità, lo deplora blandamente, senza mai mettere in discussione il ruolo storico di Stalin come vincitore del nazismo in Europa.
Nel frattempo, però, una parte rilevante dell'intellettualità comunista italiana prende le distanze dal Pci, soprattutto in seguito alla cosiddetta rivoluzione ungherese dell'autunno 1956, una sollevazione armata di spirito antisovietico, repressa nel sangue dei carrarmati russi. Il Pci esce dunque scosso, ma non travolto. Anzi, utilizza la crisi per accelerare quel processo di emancipazione dal Pcus avviato già da alcuni anni, pagando un prezzo relativamente contenuto in termini di consenso popolare, soprattutto fra la base operaia e contadina, poco coinvolta negli intrighi di Mosca. Emblematica resta la "doppiezza" togliattiana, che si manifesta nel deliberato del Comitato centrale del 13 marzo 1956, un testo che appare quasi staliniano e che contribuisce a raffreddare i rapporti con il Psi di Pietro Nenni, proprio mentre i socialisti intensificano i contatti con la Dc in vista di una futura coalizione di centro-sinistra. (di Paolo Martini)