Biennale Arte, il 6 maggio opening blindato del padiglione russo

Il governo indaga, la Fondazione veneziana: "nessun invito a Mosca"

Biennale Arte, il 6 maggio opening blindato del padiglione russo
03 maggio 2026 | 17.19
LETTURA: 7 minuti

Mercoledì 6 maggio si preannuncia come una delle giornate più controverse e cariche di significati politici dell'intera 61/a Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia. Nei Giardini, all'estremità sud della città, infatti, nello stesso arco di poche ore si intrecceranno due eventi destinati a restare simbolici: da un lato l’opening (solo su invito) del Padiglione della Federazione Russa alle ore 17, dall’altro una grande azione di protesta artistica e politica prevista nella tarda mattinata, dalle ore 10 alle 13, che attraverserà lo spazio pubblico tra l'ingresso dei Giardini e la laguna. Un doppio appuntamento che cristallizza, ancora una volta, frattura profonda generata dalla guerra in Ucraina e dalle tensioni geopolitiche tra la Russia e l'Unione europea.

CTA

Secondo l’invito recapitato all’Adnkronos dalla commissaria del padiglione russo Anastasia Karneeva, l’evento pomeridiano del 6 maggio alle ore 17 è definito “conviviale” e "dedicato esclusivamente alle performance degli artisti". Il contesto, tuttavia, è tutt’altro che ordinario. Il Padiglione della Federazione Russa, presente ai Giardini dal 1914 e di proprietà del governo di Mosca, si presenta infatti come un caso unico nell'intera edizione 2026: sarà l’unico padiglione nazionale non accessibile al pubblico per tutta la durata della manifestazione (9 maggio – 22 novembre).

La performance avrà come titolo “The Tree is Rooted in the Sky” ("L’albero è radicato nel cielo"), una celebre citazione della filosofa francese Simone Weil, che indica come l'energia vitale, la grazia e il senso profondo delle cose provengano dall'alto (cielo/spirito), imprimendo poi il loro marchio sulla terra. Per questo motivo, un albero, secondo quanto risulta all'Adnkronos, è già arrivato nel padiglione russo per realizzare l'installazione simbolica. Durante la performance - tra musica, arte e letture - si esibiranno circa cinquanta artisti tra russi (tutti muniti di visto) e altri provenienti da Argentina, Brasile, Mali e Messico.

A poche ore dall’opening ufficiale del padiglione russo, al mattino del 6 maggio, prenderà forma un’azione pubblica dal titolo “Dai margini dell’Impero alla laguna aperta. Nomi. Volti. Voci”. L’iniziativa è promossa da Arts Against Aggression, Memorial Italia e League of Free Nations, con la partecipazione di artisti e attivisti legati "ai popoli indigeni e colonizzati" della Federazione russa. I partecipanti saranno definiti “padiglioni viventi”, spiegano gli organizzatori: "individui che incarnano culture, lingue e identità marginalizzate, trasformando i propri corpi in dispositivi espositivi". Nel comunicato degli organizzatori, la performance si inserisce nel contesto della guerra in Ucraina e denuncia la continuità tra aggressione militare esterna e repressione interna nella Federazione Russa. Secondo la loro lettura, la presenza del padiglione russo alla Biennale rappresenterebbe una forma di legittimazione indiretta del potere politico, mentre le comunità indigene continuerebbero a essere marginalizzate o assimilate.

Tra le voci più radicali del dissenso artistico russo figura il collettivo Pussy Riot, che sarà a Venezia per un'azione di protesta. Il collettivo proporrà l’esposizione “Resistance Imprisoned”, già presentata a Strasburgo, che raccoglie opere realizzate da prigionieri politici, ex detenuti e artisti morti in carcere. Secondo la fondatrice Nadya Tolokonnikova, "il sistema penitenziario russo rappresenta oggi una forma contemporanea di repressione culturale e politica, in cui l’arte diventa strumento di resistenza".

Sul fronte italiano, il ministro della Cultura, Alessandro Giuli, ha definito la situazione “già chiusa sul piano tecnico”, dopo l'ispezione nella sede della Biennale, rimandando le valutazioni finali a Palazzo Chigi. A parere del ministro, il presidente della Biennale, Pietrangelo Buttafuoco, è stato "vittima di una fantasia pacificatoria, voleva l'Onu dell'arte, ha finito per illudersi di poter fare politica estera. Ma questa spetta al governo e al Parlamento". Secondo Giuli, "il danno d'immagine l'ha causato la Biennale a se stessa. Come ha detto la premier, Pietrangelo è capacissimo, sì, capacissimo di tutto".

Il documento di sintesi dell'ispezione ministeriale domani, lunedì 4 maggio, sarà inviato a Palazzo Chigi e finirà sul tavolo della premier Giorgia Meloni e del sottosegretario Giovanbattista Fazzolari. Questi, in sintesi, i punti chiave della relazione redatta dai funzionari del Ministero della Cultura: nessun “invito formale” alla Federazione russa, una verifica puntuale del rispetto del regime sanzionatorio europeo, la gestione del taglio del cofinanziamento dell'Unione europea da 2 milioni di euro in tre anni per progetti legati al cinema e la scelta delle dimissioni della giuria internazionale, informata del “personale rischio di esposizione al risarcimento dei danni” non solo per la diffida dell’artista rappresentante di Israele, Belu-Simion Fainaru, ma anche per la stessa Fondazione.

Il documento, composto da sette pagine, è stato redatto dai tecnici del MiC e controfirmato dalla Biennale giovedì 30 aprile alle ore 15.30 al termine dell’ispezione. Un confronto definito “da accusa e difesa”, con al tavolo, da una parte il capo di gabinetto del ministro Alessandro Giuli, Valerio Sarcone, affiancato da Luca Maggi, Arianna Proietti e Orsola Bonifati, e dall’altra il direttore generale della Fondazione Andrea Del Mercato con Debora Rossi, Francesca Oddi e Martina Ballarin per gli affari legali e istituzionali.

Sul fronte russo, la Biennale, nel verbale, chiarisce in modo netto che la Federazione russa non è stata formalmente invitata e non ha sottoscritto alcun documento di partecipazione, come invece previsto per altri soggetti coinvolti. Il padiglione della Russia, edificio storico risalente all’epoca dello zar Nicola II e restaurato nel 2019, sarebbe stato oggetto di comunicazioni agli enti locali competenti, ma senza una procedura uniforme che coinvolga stabilmente la Fondazione. La Biennale sottolinea inoltre l’assenza di un protocollo consolidato per i lavori di manutenzione dei padiglioni nazionali.

Ampio spazio è dedicato anche alla verifica del rispetto delle sanzioni europee nei confronti di Mosca. La Fondazione riferisce di aver svolto controlli “in ogni momento possibile” sull’osservanza del quadro normativo, nei limiti delle informazioni disponibili e senza possibilità di intervento diretto sui progetti presentati. L’obiettivo dichiarato è stato quello di verificare la conformità delle iniziative alle restrizioni vigenti, pur in un contesto operativo complesso.

Ulteriore precisazione riguarda la natura dell’evento inaugurale, il vernissage previsto tra il 5 e l’8 maggio, definito come appuntamento privato, su invito e non aperto al pubblico. Per questa ragione non sarebbe prevista la presentazione della Scia per manifestazioni pubbliche. La Biennale aggiunge inoltre che, in base alle sanzioni attualmente in vigore, la Federazione russa non potrebbe comunque ottenere le autorizzazioni necessarie per aprire il padiglione al pubblico durante il periodo espositivo. La Biennale informa comunque che, per decisione della Fondazione, "nella corrente edizione del catalogo edito da Biennale non sarà presente la sezione relativa alla partecipazione della Federazione russa in quanto la partecipazione della Russia è in corso di approfondimento alla luce del quadro normativo vigente".

Sul piano più generale, la Fondazione ribadisce la propria natura giuridica, distinguendo il modello della Biennale da quello di Expo: non si tratterebbe di una manifestazione che seleziona direttamente gli Stati partecipanti, ma di una piattaforma in cui i Paesi scelgono autonomamente di aderire.

Un capitolo centrale della relazione riguarda infine il cofinanziamento europeo da circa 2 milioni di euro in tre anni, legato a progetti cinematografici. A fronte del rischio di revoca da parte della Commissione europea, la Biennale ha adottato una linea prudenziale: nel bilancio 2025 è stato iscritto a fondo rischi l’importo relativo all’acconto già ricevuto per il biennio 2026-2027, mentre le risorse previste per gli anni successivi sono state mantenute nel budget 2026, già approvato dagli organi competenti. Il Consiglio della Fondazione si è comunque riservato ogni decisione in attesa di ulteriori sviluppi con Bruxelles.

La seconda parte del verbale affronta la questione delle dimissioni della giuria internazionale, scaturite dalla volontà di astenersi dal valutare ai fini dei premi i Paesi i cui leader sono accusati dalla Corte penale internazionale di crimini contro l’umanità. Un principio applicato sia alla Russia di Vladimir Putin sia a Israele guidato da Benjamin Netanyahu. Il Ministero della Cultura ha chiesto alla Fondazione quali misure intenda adottare per tutelare la propria immagine e prevenire eventuali azioni risarcitorie, dopo che i legali di Fainaru avevano paventato una richiesta di danni per presunta discriminazione. La Biennale riferisce di aver informato la giuria del rischio di esposizione legale, sia per l’artista ricorrente sia per la Fondazione stessa, avviando interlocuzioni per chiarire la posizione assunta. L’obiettivo è valutare le conseguenze della dichiarazione e predisporre eventuali risposte ai legali e all’autorità vigilante. Poche ore dopo la chiusura dell’ispezione, alle 16.30 del 30 aprile, la giuria internazionale ha formalizzato le proprie dimissioni, chiudendo una vicenda che intreccia diritto, diplomazia culturale e responsabilità istituzionali nel contesto delicato della 61/a Esposizione Internazionale d’Arte. (di Paolo Martini)

Riproduzione riservata
© Copyright Adnkronos
Tag
Vedi anche


SEGUICI SUI SOCIAL

threads whatsapp linkedin twitter youtube facebook instagram

ora in
Prima pagina
articoli
in Evidenza