Un nome importante, un'eredità importante - discende dal 'dantesco' conte Ugolino - segnata dal legame profondo con la sua terra, la Toscana, e il Castello di Castagneto Carducci, è in libreria con ''Al tempo di una volta. Tracce di una vita'
"Non aspetattevi imprese memorabili nè rivelazioni straordinarie. Troverete ricordi semplici, sprazzi di vita vissuta da un uomo che ha deciso di mettere ordine, in quel magazzino disordinato che è la memoria, senza negare una certa nostalgia per un tempo in cui i rapporti tra persone erano più diretti, più umani". Parola di Gaddo della Gherardesca, discendente dal conte Ugolino, 'cantato' da Dante nella Divina Commedia, che ha firmato per l'editore Rizzoli, una sua singolarissima biografia 'Al tempo di una volta. Tracce di una vita'. Otto capitoli, otto grandi contenitori tematici "dove ho raccolto ricordi sparsi, piccoli frammenti di vita e pensieri". Un nome importante, un'eredità importante segnata dal legame profondo con la sua terra, la Toscana e il Castello di Castagento Carducci, luogo simbolo di una famiglia, di un'epoca, di una civiltà anche se il conte Gaddo è nato a Firenze (nell'anno del Signore 1949), città dove la sua famiglia risiedeva dal 1405.
Il libro racconta gli anni trascorsi al Morosini a Venezia ('collegio severo, ma formativo. Lì ho imparato a vivere. Niente segni distintivi, se non i gradi del corso e il numero di matricola, io ero il 132') e prima ancora al Collegio La Quercia. La memoria rievoca, attraverso la scrittura, Villa Emilia in Maremma, le estati trascorse in Sardegna a Santa Caterina di Pittinuri nel Sulcis, i legami con la monarchia sabauda, le persecuzioni durante la II Guerra mondiale ('mio padre e mio nonno furono salvati grazie al coraggio di un appuntato brigadiere che li avvertì in tempo dell'arrivo delle SS. Così riuscirono a fuggire e nascondersi'). Tutto scorre attraverso i ricordi come flash back di un'opera che ha un profumo 'proustiano' con riflessioni ('... per il dolore di quegli anni, oggi più che mai, il Paese avrebbe bisogno di ritrovare unità, invece di riaprire e esasperare vecchie ferite') e tratti di ironia e sorrisi pungenti ricordando, per esempio, quello che soleva ripetere il nonno ('quando la gente andava a piedi noi avevamo i cavalli. Quando cominciarono a cavalcare noi avevano le carrozze. E quando si riempirono di carrozze noi avevamo le automobili. Ora che tutti hanno un'auto, forse converrebbe tornare a camminare").
Un racconto in cui la storia della famiglia (un'aquila nera con le ali spiegate divisa in due parti, simbolo di potere e nobiltà concessa dall'imperatore Federico II, era lo stemma araldico) attraversava la grande storia del '900, indirettamente, come ricorda il conte Gaddo, ripensando al matrimonio dello 'zio Ugolino' con una bellissima principessa Kurakin 'fuggita' dalla Rivoluzione d'Ottore.
Il libro è anche cronaca di una quotidianità, seppur aristocratica. Cita 'le 50 famiglie coloniche che 'gravitavano sotto la nostra casata'', cuochi, camerieri, chauffeur e anche guradacaccia, accanto a percorsi di vita e lavorativi dell'autore della preziosa 'autobiografia'. Studi a Milano, alla Bocconi, i primi passi da imprenditore, il lavoro alla Ciba Geigy di Origgio e successivamente alla Bombrini Parodi Delfino, poi presso la casa editrice la Scode, specializzata in giornali sportivi dedicati allo sci e al golf, ai quali più tardi si aggiungerà anche la vela. Animo forse inquieto e irrequieto il conte Gaddo della Gherardesca ama lanciare continuamente sfide alla sua apparente immobilità. Dopo qualche anno lo troviamo "non più come imprenditore, ma come partner nella Prs, una società fondata dal prossor Rica, braccio destro del grande Angelo Rizzoli'.
E intanto crescono e si autoalimentano, le passioni, anche quelle politiche, perchè come scrive il conte Gaddo: "La passione per l'impegno sociale l'ho ereditata da mio padre. Lui ha sempre creduto fermamente che ciascuno di noi debba dare qualcosa alla società, soprattutto chi è nato dalla parte più fortunata della barricata. Sequendo le orme di mio padre cominciai a muovere i primi passi nella politica, naturalmente nel Partito Liberale, al quale ho dato il voto per molti anni. Non mi hanno mai attratto i grandi partiti. Preferivo - scrive ancora nella sua 'autobiografia' - le formazioni minori, quelle capaci di garantire maggiore libertà di pensiero, non imbrigliate dai rigidi apparati che tendevano a marciare compatti, spesso soffocando ogni voce fuori dal coro'". Numerosi gli incontri e le amicizie 'speciali' con capi di Stato, politici, rappresentanti delle istituzioni, ministri come Gianni De Michelis, Renato Altissimo, Massimo D'Alema, Giorgio Napolitano, in quegli anni vicesegretario del Pci, che venne a trovarlo a Castagneto Carducci.
"Oltre alla sua aria aristocratica - ricorda il conte Gaddo - era un uomo di grande spessore e personalità. Facemmo un giro nel paese. Non potete immaginare la sorpresa dei castagnetani nel vedere sfilare il vicesegretario comunista insieme al conte Della Gherardesca. Un piccolo esempio di compromesso storico". Non nasconde l'autore di 'Al tempo di una volta' la sua profonda simpatia per Matteo Renzi, pur essendo al contempo amichevolmente critico. "Ho seguito con interesse e speranza la sua esperienza a Palazzo Chigi - confessa - purtroppo compromessa da errori che ne hanno segnato l'esito. Con Matteo c'è sempre stata quella schiettezza ironica tipica dei toscani, fatta di battute pronte e tono familiare. Ho sempre ammirato Matteo -aggiunge -per la sua prontezza e il suo spirito vivace, mi dispiace solo che non si sia trovata la possibilità di sfruttarne le doti in modo continuativo".
Il libro è accompagnato da un ricco corredo di foto, dalla metà dell'800 fino ai nostri giorni. Ritratti di antenati, dagherottipi in bianco e nero, antiche immagini delle tenute e dei castelli, Bolgheri, Castagneto Carducci, Donoratico, villa Emilia, la casa di campagna di Tregozzano o quella di Montepergoli. E poi i ricordi dei viaggi intorno al mondo, l'Asia centrale, la Turchia, l'Iran, l'Afghanistan, l'India e il Sudafrica, il Kenia accanto alla grande e aristocratica passione per la caccia ('ogni occasione per andare a caccia era sempre benvenuta, perchè allora non c'erano i divertimenti di oggi. I passatempi erano più semplici e legati alla natura. Si pescava, si andava a caccia, si costruivano rifugi sugli alberi e si passava molto tempo all'aria aperta'). Gli utimi capitoli sono una riflessione sul concetto di 'eredità' e sulla condivisione del patrimonio che si tramanda, come futuro, di padre in figlio. "Se è vero che i faraoni - scrive il conte della Gherardesca- costruivano piramidi per celebrarsi, se è vero che Augusto si è costruito il Mausoleo, noi, nella nostra grande modestia e insignificanza, abbiamo tenuto in piedi un patrimonio di oltre 1200 anni".
E nel gran finale di questa rara 'biografia' il ricordo dei genitori, Guelfo e Adriana, detta Tricchi. "Da giovane sotto la guida dei miei genitori, tutto mi sembrava più semplice. Pochi concetti, ma chiari. L'etica, il senso del dovere, il rispetto.. e il buon umore, che non mancava mai. E poi c'era il nostro mantra familiare, 'never complain, never explain'... E così mentre scrivo, li rivedo. Mio padre che ride forte, mia madre che sorride con gli occhi. E con loro, la casa, i fratelli, gli amici... la vita che è passata, ma che continua a parlare finchè le diamo voce", conclude il conte Gaddo della Gherardesca.