Il suo romanzo 'Non è un paese per single' è diventato un film in arrivo l’8 maggio su Prime Video, 'ancora non ci credo'
Nasce architetto, ma ama progettare storie d’amore. Felicia Kingsley, pseudonimo di Serena Artioli, è oggi la regina del romance italiano: è stata per tre anni consecutivi l’autrice più letta in Italia, oltre 4 milioni di copie vendute, 23 libri pubblicati. Un caso editoriale che non accenna a fermarsi: i suoi romanzi sono stati tradotti in 20 Paesi. "Sfatiamo un mito: anche gli uomini leggono libri romance", dice Felicia Kingsley, ospite del vodcast dell'Adnkronos, disponibile in versione integrale sul sito www.adnkronos.com e sul canale YouTube. Tra i suoi bestseller ci sono 'Due cuori in affitto', 'Matrimonio di convenienza', 'Una Cenerentola a Manhattan'. Ma è 'Non è un paese per single' ad aver compiuto il salto sullo schermo: il film arriva l'8 maggio su Prime Video, diretto da Laura Chiossone e interpretato da Matilde Gioli, Cristiano Caccamo, Amanda Campana e Sebastiano Pigazzi. La storia è ambientata in una cittadina toscana immaginaria dove tutti sono in coppia o in cerca dell'anima gemella, tranne Elisa. Il ritorno in paese di Michele, amico d'infanzia che aveva perso di vista da anni, sconvolge la sua vita e risveglia sentimenti nuovi e inaspettati, trasformando un'iniziale antipatia in amore. "Vedere il proprio romanzo trasformarsi in un film è un’emozione che si fatica a metabolizzare", ammette Kingsley. Ma non è solo la gioia di un traguardo: "In Italia, il genere romance viene spesso snobbato dal mondo della cultura, nonostante i numeri che colleziona. Ma per molti, i numeri non corrispondono alla qualità". Quando ha visto il risultato sullo schermo, si è sentita "a casa".
La regista e la produzione, racconta, "hanno trattato la storia con una fedeltà e un rispetto tali da farle ritrovare esattamente ciò che aveva immaginato, pur con le necessarie modifiche che il linguaggio cinematografico impone". Lei stessa scherza sul fatto che, con la sua natura "verbosa e barocca", sarebbe stata un disastro in sceneggiatura, ma la produzione l’ha coinvolta in ogni passaggio, condividendo parti della sceneggiatura e chiedendo pareri senza alcun obbligo. "Non mi sono mai sentita estromessa", dice con gratitudine. Il suo romanzo è ispirato ad 'Orgoglio e Pregiudizio' di Jane Austen in chiave contemporanea, ma Kingsley non rivendica alcuna ambizione sociologica. "Il mio intento era scrivere una commedia che facesse ridere, sorridere, sospirare", racconta. Le interessa la dinamica, il gioco, la frenesia sentimentale, non l’analisi dello stato delle relazioni moderne. E ai puristi di Austen che prendono le distanza dal mondo del romance dice: "Sì, Austen fa una critica sociale ma per funzionare, ha bisogno di un mezzo, e Austen ha scelto una storia d’amore". Per Kingsley "non si può raccontare 'Orgoglio e Pregiudizio' senza le parole amore, innamorarsi, matrimonio". Lei fa lo stesso: racconta ciò che vede, ciò che sente, ciò che conosce, senza la pretesa di fotografare la realtà. "Io non faccio un documentario delle relazioni, non sono ‘Superquark’. Scrivo un romanzo che consente di evadere per un paio d’ore". Sull’aderenza alla realtà dei suoi personaggi dice: "Sognare serve a vivere. Se ci togli i sogni, cosa siamo? Macchine da lavoro".
Tornando alla realtà, Kingsley sfata un mito: "Chi scrive d’amore non è necessariamente un esperto d’amore". Anzi. "Io non sono una romantica, tutto il romanticismo che metto nei libri compensa la mia pragmaticità nella vita reale", confessa. Ha due facce: quella che scrive e quella che vive, quella che costruisce storie e quella che si barcamena nella quotidianità. E questa doppia natura la rende ancora più credibile quando parla di personaggi imperfetti, soprattutto maschili, che all’inizio possono essere goffi, insensibili, sbagliati, ma che nel corso della storia crescono, si correggono, imparano. Per lei la narrativa non deve essere didattica, non deve seguire un manuale del comportamento perfetto. "Troppa edulcorazione diventa stucchevole", dice quando le viene chiesto se il politicamente corretto la freni in fase di scrittura. "La libertà di raccontare ombre e difetti è fondamentale".
Sul romance pesa ancora un certo snobismo culturale, e Kingsley non lo nega. "Ciclicamente escono articoli che lanciano strali sul romance, il degrado della cultura", racconta. Ma non si mette sulla difensiva: non chiede che piaccia a tutti, chiede solo che non venga denigrato. "Chi è davvero intellettuale non denigra", afferma. E soprattutto rifiuta l’idea che il romance sia un genere "da donne": riguarda l’amore, e l’amore non ha sesso né anagrafica. Lo dimostrano anche le storie dei suoi lettori: "Due diciottenni si sono innamorati grazie ai miei libri. Seduti su due lettini vicini, si sono accorti che stavano leggendo lo sesso romanzo". Oppure "c’è una coppia, di un’altra età, nata tra gli scaffali di una libreria". E lancia un appello: "Uomini, non snobbate i libri romance, si rimorchia. Sono i vostri migliori alleati", dice ridendo. I social, per lei, non sono da demonizzare, ma un motore. "Io sono la dimostrazione vivente di come il passaparola online catalizzi tutto", racconta.
Prima ancora del successo editoriale, sono stati i blog, i gruppi Facebook, le prime community digitali a far circolare i suoi libri auto-pubblicati. E non teme la versione digitale dei libri, anzi la considera un ponte: molti lettori la scoprono attraverso gli e-book e poi passano al cartaceo. "Per me è ancora uno strumento di conversione", dice. "I miei libri 'femministi'? Il femminismo mi piace, ma oggi preferisco chiamarlo buonsenso: non vuole togliere diritti a nessuno, vuole solo portare chi sta sotto allo stesso livello degli altri. Non dovrebbe essere divisivo".
Nei suoi libri racconta di donne che cercano la propria autonomia, che cercano la propria strada, ma non vuole scrivere manifesti. “Se qualcosa scatta nel lettore, bene. Ma non è un derby maschilisti contro femministe, stiamo giocando tutti la stessa partita". E aggiunge: "Quando qualcuno pensa che una donna debba avere meno diritti, mi chiedo sempre: ‘lo vorresti per tua madre o tua sorella?'". E mentre il film si prepara ad arrivare su Prime Video, lei è già altrove, già dentro un’altra storia. "Ho iniziato il nuovo romanzo il giorno dopo aver messo il punto a 'Mezzanotte a Parigi'", racconta. Non tutti i giorni scrive, non tutti i giorni è produttiva, ma la storia c’è, preme, scalpita. "In testa so quello che devo fare". È la sua urgenza creativa, quella che l’accompagna da quando inventava storie con le Barbie o con i video musicali di Mtv ("è stata la mia baby-sitter"). Una fantasia che non si improvvisa, ma si allena. E lei lo fa da sempre. di Lucrezia Leombruni e Loredana Errico