Libri, 'Il lungo Novecento della frontiera adriatica' nel volume di Davide Rossi

Il docente dell'Università degli Studi di Trieste ripercorre i passaggi storici e giuridici del confine orientale tra ferite da sanare e futuro

Libri, 'Il lungo Novecento della frontiera adriatica' nel volume di Davide Rossi
11 marzo 2026 | 15.34
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Nel breve volgere di meno di un secolo l'Alto Adriatico ha assistito a continui passaggi di sovranità: dall'Impero Austro-Ungarico al Regno d'Italia, dal Territorio Libero di Trieste alla Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia, cui aggiungere l'impronta ideologica fascista, prima, e comunista poi. Processi che hanno lasciato segni indelebili dal punto di vista istituzionale e giuridico, tra resistenze ed innovazioni, permanenze e tentativi di riforme. ‘Il lungo Novecento della frontiera adriatica. Transizioni istituzionali e modificazioni giuridiche' (ed. Rubbettino Università) di Davide Rossi, docente presso l'Università degli Studi di Trieste, punta proprio a ripercorrere "questa caleidoscopica esperienza valorizzando quelle complessità che necessariamente caratterizzano l'accavallarsi di sensibilità e presupposti culturali differenti". Dalle dimensioni di un confine tra Impero austro-ungarico e Regno d'Italia all'utopia costituzionale della Fiume dannunziana, il volume parte da lontano per riflettere su un territorio in cui nazionalismi e ideologie si sono sovrapposti e mescolati tragicamente.

Tra le grandi "fratture" evocate nel libro, la mancata partecipazione dell’area della venezia-giulia al referendum del 2 giugno 1946 sulla forma istituzionale dello Stato che portò alla nascita della Repubblica e all'elezione dell’Assemblea Costituente, di cui quest’anno ricorre l’ottantesimo anniversario: "Non si votò per tutta una serie di motivi, primo fra tutti per la complessa situazione internazionale, quindi per problemi di ordine pubblico e perché il destino di quelle zone non era assolutamente definito - spiega all'Adnkronos il prof. Rossi - ma, a prescindere dalle cause, non partecipare al momento fondativo della Repubblica ha avuto certamente un valore politico e ancor più simbolico. Significa essere stati esclusi da quel processo di ricostruzione valoriale di cui la Costituzione è espressione".

Nel testo emerge come la multietnicità aveva caratterizzato queste terre di frontiera, che “erano state comunque capaci di trovare un loro equilibrio, anche se labile; perché la convivenza non è mai facile". "Ma il Novecento - continua - è diventato il secolo dove tutto quell’equilibrio si è fratturato, sotto il giogo dei nazionalismi e delle ideologie. Il confine orientale è diventato una sorta di paradigma di una storia globale: ha vissuto la presenza di due opposti Risorgimenti, portato i segni indelebili dei due conflitti mondiali, è stato un terreno anticipatore della guerra fredda. Adesso bisogna riuscire a storicizzare le tragedie vissute, fare in modo che diventino patrimonio indelebile della cultura italiana, evitare altresì che limitino quel percorso di ricucitura e, grazie al tessuto connettivo e valoriale europeo, si riesca a guardare oltre". Per Rossi infatti "il modello che queste aree possono ambire ad indicare è proprio quello che - dopo aver vissuto gli estremismi ideologici e nazionalistici - si può sperare in una convivenza, figlia dei tempi che stiamo vivendo".

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