Come si combattono fake news e disinformazione? La risposta secondo Nicola Bonaccini è il prebunking

L'esperto in comunicazione della Presidenza del Consiglio dei Ministri (SNA) spiega in un lungo post su LinkedIn perché il fact-checking non basta e il debunking può fare danno

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23 aprile 2026 | 11.57
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Si parla tanto di fake news e disinformazione. Esiste un vero antidoto che non sia il fallimentare fact-checking? Pubblichiamo un estratto del lungo post su LinkedIn di Nicola Bonaccini, esperto in comunicazione della Presidenza del Consiglio dei Ministri (SNA).

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Le sei tattiche che dovreste imparare a riconoscere

Il gruppo di ricerca di Van der Linden a Cambridge, quello che ha sviluppato il gioco Bad News usato da governi europei nei programmi di educazione civica, ha identificato sei tecniche ricorrenti in qualsiasi campagna di disinformazione. In inglese l'acronimo è DEPICT.

Impersonazione. Imitare l'aspetto, il tono o il nome di fonti autorevoli: giornali, istituzioni, scienziati. Il contenuto falso acquisisce credibilità per associazione. Non convinco con argomenti: convinco con l'etichetta.

Emozione. Usare paura, indignazione, orgoglio, disgusto per scavalcare il ragionamento critico. Il contenuto non deve essere vero: deve fare effetto. Titoli con punti esclamativi, parole come "scandalo", "shock", "vi nascondono che…"

Polarizzazione. Costruire una realtà in cui esistono solo due schieramenti opposti e inconciliabili. L'obiettivo non è convincere: è rendere impossibile la posizione moderata, il dubbio, il compromesso. Qualsiasi questione complessa trasformata in un binario: con noi o contro di noi.

Complotto. Identificare un nemico occulto e onnipotente. La forza della teoria del complotto è che è impermeabile alla smentita: ogni prova contraria diventa parte del complotto stesso. Chi la smonta è al soldo dei poteri forti.

Discredito. Attaccare sistematicamente la credibilità di chi produce informazione verificata: giornalisti, scienziati, istituzioni, fact-checker. L'obiettivo non è dimostrare che hanno torto su un fatto. È convincere che non ci si può fidare di nessuna fonte autorevole.

Trolling. Usare ironia, sarcasmo, provocazione aggressiva per destabilizzare il dibattito pubblico ed esaurire gli interlocutori. Non si argomenta: si logora. Non si vince: si impedisce all'altro di vincere.

Queste sei tecniche non richiedono contenuti diversi ogni volta. Sono meccanismi riutilizzabili all'infinito, su qualsiasi tema, in qualsiasi contesto. Cambiano i contenuti. La struttura rimane identica.

Chi le conosce le riconosce. Chi non le conosce le subisce senza saperlo.

Perché il fact-checking non basta e il debunking può fare danno

Di fronte a tutto questo, la risposta prevalente è ancora il modello reattivo: identifico la narrativa falsa, la smentisco, passo alla successiva.

Il problema è strutturale, non di esecuzione. Lo studio di Vosoughi, Roy e Aral pubblicato su Science nel 2018 ha analizzato 126.000 notizie diffuse da circa tre milioni di persone su Twitter in dodici anni ha dimostrato che le notizie false si diffondono molto più velocemente, più in profondità e più in ampiezza rispetto alle notizie vere. La cosa più scomoda: il vettore principale non sono i bot. Siamo noi. Sono gli esseri umani a preferire condividere ciò che è nuovo, sorprendente, emotivamente carico. Indipendentemente dalla sua veridicità.

E c’è qualcosa di ancora più scomodo. Il debunking, in certi contesti, rafforza la credenza che vorrebbe correggere. È quello che Nyhan e Reifler hanno documentato nel 2010: quando la correzione minaccia un elemento centrale dell'identità di un gruppo, la smentita consolida invece di correggere. Chi ha già deciso non cambia idea perché gli mostri i dati. Cambia la sua interpretazione di chi li produce. E di chi li mostra.

La soluzione che nessuno vuole finanziare

Esiste un approccio più efficace. Si chiama prebunking. E meriterebbe molto più attenzione istituzionale di quanta ne riceve.

La logica è quella del vaccino. Un vaccino non cura la malattia dopo che si è contratta. Prepara il sistema immunitario prima dell'esposizione. Il prebunking inocula la capacità critica prima che arrivi la narrativa falsa, non dopo. Mostra come funzionano le tecniche di manipolazione, le sei che ho elencato sopra, così che le persone le riconoscano quando le incontrano nella realtà.

Van der Linden e colleghi hanno dimostrato nel 2017 che esporre le persone a versioni attenuate di queste tecniche in contesti controllati produce una resistenza cognitiva misurabile e duratura. Non si insegnano contenuti specifici: si insegnano i meccanismi. Che sono stabili anche quando i contenuti cambiano.

L'Università di Cambridge ha tradotto questo principio in un gioco online: Bad News. I giocatori impersonano un produttore di disinformazione, imparano le sei tecniche applicandole direttamente. Dopo aver giocato, mostrano resistenza significativamente maggiore alla disinformazione reale nelle settimane successive. Il gioco è stato adottato dall'UK Foreign and Commonwealth Office, tradotto in sette lingue, usato in programmi di educazione civica europei.

La Finlandia dal 2014 ha integrato l'educazione alla disinformazione nel curriculum scolastico obbligatorio, dalla scuola primaria all'università. Non come materia aggiuntiva: come parte esplicita della strategia di sicurezza nazionale contro le operazioni di influenza russe. Nel 2023 è stata classificata come il paese europeo più resistente alla disinformazione. Non per via delle sue leggi o dei suoi algoritmi di controllo. Per via del suo capitale cognitivo collettivo.

Il problema del prebunking è che non produce risultati visibili nel breve periodo. Non c’è una notizia smentita, non c’è un successo comunicabile, non c’è qualcosa da mettere nel report trimestrale. È un investimento strutturale con ritorni lenti, diffusi, difficilmente attribuibili. Ed è esattamente per questo che viene sistematicamente sottovalutato rispetto al debunking, che invece produce risultati immediati, misurabili, comunicabili. Anche quando quegli stessi risultati si rivelano, nel medio periodo, controproducenti.

L'infrastruttura critica che nessuno protegge

Proteggiamo gasdotti, reti elettriche, cavi sottomarini, sistemi informatici. Li chiamiamo infrastrutture critiche. Investiamo miliardi per difenderli.

C’è un'infrastruttura che viene attaccata con la stessa sistematicità e difesa con molto meno rigore. È il capitale cognitivo collettivo di una nazione: la capacità dei cittadini di valutare l'informazione, riconoscere la manipolazione, tollerare l'ambiguità senza cedere a narrative semplificate. La capacità delle istituzioni di mantenere legittimità in condizioni di incertezza.

Questa infrastruttura si erode lentamente, invisibilmente, senza fare notizia. Non c’è un'esplosione, non c’è un blackout. C’è semplicemente, nel tempo, l'incapacità crescente di prendere decisioni collettive. Di costruire consenso su questioni complesse. Di mantenere fiducia nelle istituzioni democratiche.

Habermas aveva descritto il discorso democratico come una "promessa di intesa": la possibilità che persone con posizioni diverse raggiungano una comprensione comune attraverso l'argomentazione razionale. Quando quella possibilità viene erosa, la democrazia non crolla per decreto. Si svuota dall'interno. Continua a funzionare formalmente mentre perde la sua sostanza.

Un paese con infrastrutture fisiche intatte e infrastruttura cognitiva distrutta è un paese che può essere guidato dall'esterno pur mantenendo la forma della democrazia. Questa non è teoria. È la descrizione di processi già in corso.

La domanda che mi sono portato a casa da quella sala, e che vi lascio, è semplice. I programmi di formazione della vostra organizzazione insegnano a riconoscere le tecniche di manipolazione prima di incontrarle? O aspettate che il danno sia fatto per poi tentare di smentirlo?

Perché difendersi non basta. La vera resilienza si costruisce prima. Si costruisce nel tempo. Si costruisce investendo in qualcosa che non si vede fino a quando non serve davvero.

Il nemico non ha bisogno che tu creda a lui.

Ha bisogno che tu smetta di credere a qualcuno.

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