Per il debutto alla direzione creativa della maison romana minimalismo e sartorialità, Uma Thurman e Ferragni tra ospiti
Il debutto da Fendi non è un esordio qualsiasi per Maria Grazia Chiuri. La prima collezione per la maison della doppia F è soprattutto un ritorno alle origini: il luogo in cui tutto è iniziato nel 1989, quando insieme a Pierpaolo Piccioli, muoveva i primi passi in azienda, prima della lunga esperienza da Valentino e dell’approdo al womenswear di Dior. Oggi Chiuri torna a casa con un’idea precisa: rimettere al centro il Dna di Fendi attraverso leggerezza, pellicceria e una visione condivisa del guardaroba. “Per questo nuovo progetto - racconta Chiuri - c’erano alcuni aspetti che desideravo affrontare, a partire da un’idea di essenziale, con una silhouette determinante sia per l’uomo sia per la donna. Era fondamentale che il Dna di Fendi, riconosciuto per l’heritage legato alla pellicceria e agli accessori, fosse pienamente valorizzato”.
Il primo livello di intervento sul brand di Lvmh riguarda l’identità visiva. Un lavoro strutturale che parte dalla lezione di Carla Fendi e dal celebre ‘libro giallo’ dei loghi. “Ho studiato il logo originale del 1925, un alfabeto ricco e intenso - spiega Chiuri - e l’ho riproporzionato lavorando fedelmente sull’alfabeto stesso”. Il progetto è stato sviluppato con Leonardo Sonnoli, che ha riconsiderato l’alfabeto originario ispirandosi ai caratteri della Colonna Traiana: compatto e chiaro. Questo approccio riflette la cultura trasmessa dalle cinque sorelle Fendi, fondata su rigore e visione industriale. “Le sorelle Fendi erano donne indipendenti, capaci di conciliare l’aspetto creativo con quello pragmatico - ricorda la stilista romana -. Rappresentano l’essenza del Made in Italy: un’azienda familiare che lavorava tutta insieme per un progetto comune. Da quell’ufficio stile sono uscite persone che oggi guidano importanti direzioni creative. Era un’azienda molto disciplinata, rigorosa. Lo spreco non era contemplato”.
Sulle note di Rosalía con ‘Divinize’, la sfilata di Fendi si apre con un completo giacca-pantalone, introducendo una collezione dominata dal nero e tocchi di bianco, beige e rosso. Il tailoring si esprime attraverso gonne sartoriali, giacche con ferma-camicia a vista e jumpsuit essenziali, mentre lo spirito grafico emerge nelle t-shirt con la scritta ‘NO’ e nei velluti dalla forte carica sensoriale. A completare il racconto, il choker in pelle a forma di colletto da camicia, simbolo di una nuova eleganza ibrida e contemporanea. Il cuore del debutto resta la pellicceria, chiamata oggi a confrontarsi con nuove sensibilità. “La pellicceria di Fendi è paragonabile all’alta moda di altri brand: una competenza altissima, spesso non percepita come tale”.
Da qui nasce il progetto di recupero e trasformazione dei materiali: “Quelli durevoli come pelliccia e montone possono essere riutilizzati - assicura -. Vogliamo dare alle persone la possibilità di riportare i propri capi e ricevere una proposta su misura: una nuova giacca, una borsa, persino una coperta”. Tutti i capi in pelliccia della collezione nascono da materiali recuperati. Un ritorno a una pratica già presente nella storia della maison. “Nel Dna di Fendi c’era già il riuso: le sorelle tagliavano le pellicce per realizzare accessori, evitando sprechi” assicura Chiuri.
La leggerezza diventa così il filo conduttore: “Per me, nel Dna di Fendi, la pelliccia significa leggerezza e morbidezza. La pelliccia classica, destrutturata e resa piuma”. Anche il gilet con specchietti e bordi in pelliccia segue questa filosofia: “Si può indossare in modi diversi, per dare un’idea di flessibilità e varietà”. La sfilata, ‘shared’ e non co-ed, ruota intorno al concetto di guardaroba condiviso. “Ho lavorato molto sul capospalla, immaginando un guardaroba condiviso tra uomo e donna - sottolinea Chiuri -. Cappotti e giacche possono essere indossati da entrambi, in modi diversi”. E precisa: “Nulla nei nostri abiti è costrittivo. Sono pensati per uomini e donne con una vita attiva”.
Sugli accessori, Chiuri interviene con la stessa logica di alleggerimento. “Ogni borsa ha un’anima e un pensiero specifico. Il valore passa dall’esperienza d’uso”. Il nuovo corso di Fendi passa necessariamente dal dialogo con l’arte, con due collaborazioni trasversali: quella con Mirella Bentivoglio e con Sacc Napoli. “Sono artiste di generazioni diverse - spiega Chiuri -. Con Sacc Napoli abbiamo lavorato su elementi sportswear, t-shirt e sciarpe legati al prodotto. Per Bentivoglio, artista fondamentale, abbiamo realizzato una riedizione dei suoi gioielli d’artista e delle t-shirt”.
Nel racconto di Chiuri, il passato è sempre presente. Lo dimostra il riferimento all’arrivo di Karl Lagerfeld nel 1965 e al suo primo incontro con Anna Fendi. “Il mio primo ricordo è quando incontrai Anna Fendi - riflette la creativa - dava indicazioni ma allo stesso tempo c’era apertura alle idee. Non era scontato. Parliamo degli anni tra l’89 e il ’99: lavorare con i fondatori ti dà una visione rotonda del brand e ti permette di condividere davvero un progetto”. Per la rimessa a modello delle pellicce è stato attivato anche un presidio produttivo dedicato: “A Roma c’è un atelier per il servizio di riadattamento” annuncia la stilista, che per la sua prima collezione Fendi racconta anche una storia personale. Quella di una stilista romana che torna nel luogo in cui ha imparato il mestiere, dopo aver attraversato le grandi capitali della moda e guidato alcune delle maison più influenti del panorama internazionale.
Il debutto, davanti a celebrities come Uma Thurman, Jessica Alba, Shailene Woodley, Monica Bellucci e Chiara Ferragni, sedute in prima fila, segna una chiusura del cerchio: il ritorno alle origini dopo un lungo percorso di crescita e affermazione. Ma il valore più profondo della collezione sta nella sua capacità di parlare al plurale, mai al singolare. È lo stesso principio delle sorelle Fendi, che rivendicavano il lavoro collettivo: “Questa è Fendi, non l’ho fatto io”. Un principio che oggi Maria Grazia Chiuri sembra davvero aver fatto proprio (di Federica Mochi)