La cantautrice toscana, da anni a New York, racconta il nuovo album, il primo realizzato interamente in italiano: "Sanremo? Palco difficile ma con il brano giusto perché no"
Le colline toscane e il caos creativo di Brooklyn, l’Italia che torna a farsi sentire e una New York che resta luogo di fuga e costruzione identitaria. È in questo spazio che nasce 'Senza Fiato', il nuovo album di Birthh, nome d’arte di Alice Bisi, 26 anni, in uscita il 24 aprile per Carosello Records. Quarto lavoro in carriera, il primo interamente in italiano, il disco segna una svolta netta dopo tre album in inglese e un percorso già riconosciuto dalla critica. Co-prodotto interamente dall’artista insieme a Chef P, 'Senza Fiato' intreccia cantautorato, alternative-pop e influenze urban in un racconto che si muove tra due poli geografici ed emotivi: la Toscana dell’infanzia e la Brooklyn in cui si è trasferita dopo il lockdown del 2020, senza più tornare indietro.
Un equilibrio instabile, che l'artista ha saputo trasformare in musica. Ad anticipare il progetto, i singoli 'Little Rat' e 'Truman', tasselli di un lavoro che mette in dialogo dimensione personale e le tensioni della società, dentro un immaginario che passa da Mina e Lucio Battisti fino alla cultura pop contemporanea. 'Senza Fiato' non è solo un cambio di linguaggio per Birthh ma un cambio di prospettiva, che la cantautrice porterà dal vivo in alcuni dei principali festival dell’estate 2026, da Mi Ami a Spring Attitude, passando per tanti altri palchi italiani.
‘Senza Fiato’ è il tuo primo progetto interamente in italiano. Come nasce questa scelta? È stata una decisione istintiva o qualcosa che sentivi inevitabile a questo punto del tuo percorso?
"Da quando mi sono trasferita a New York ho acquisito una consapevolezza diversa del luogo in cui sono nata e cresciuta. Ho iniziato ad ascoltare tantissima musica italiana che ascoltavo coi miei nonni e genitori, Mina, Gino Paoli, Lucio Battisti, forse un po’ per nostalgia, un po’ per sentirmi meno sola in una città così grande e aliena per me. Con lei lentamente anche il mio modo di scrivere si è evoluto, sono iniziate ad uscire delle frasi in italiano nei miei brani, fino a che un giorno ho deciso che avrei scritto una canzone interamente nella mia lingua madre, e da qui non mi sono fermata".
Dopo tre album in inglese, cosa hai scoperto di te stessa – e del tuo modo di scrivere – cambiando lingua? Rispetto ai lavori in inglese hai cambiato anche il modo di costruire le melodie?
"Il modo di costruire melodie è rimasto molto simile ma si è adattato all’esigenza di usare meno frasi tronche, per il resto è rimasto il solito: in freestyle, molto istintivo, neanche io so cosa aspettarmi quando abbozzo una melodia, lascio che le cose escano dalla mia bocca senza pensarci. Non so se cambiare lingua mi abbia fatto scoprire cose nuove di me stessa in modo diretto e lineare, però mi ha spinta a prestare attenzione alla vita in modo diverso. L’italiano è una lingua che trova secondo me la sua più bella espressione quando ciò che provo riesce ad essere descritto attraverso immagini poetiche ma semplici, per usare un termine inglese “show don’t tell”. Scavare dentro e fuori di me e cercare la poesia nelle cose in modo così mirato e necessario, è stato un bellissimo processo che ha migliorato anche la qualità della mia vita".
Il disco sembra muoversi tra due poli opposti: le colline toscane e il caos di New York. Dove ti senti davvero ‘a casa’ oggi?
"Sulle mie gambe".
Musicalmente, ‘Senza Fiato’ mescola cantautorato, alternative-pop e influenze urban. Com’è nato questo equilibrio sonoro e quanto ti rappresenta questa fusione di generi?
"È nato dai miei ascolti, tutto ciò che faccio è musica che ascolterei, penso che la vita abbia tantissime sfaccettature e colori diversi e amo il fatto che diverse sonorità riescano a rappresentare gli aspetti più astratti dell’esperienza umana nella loro totalità. Portare questo nella mia musica cercando però di dare una coerenza e un arco narrativo per non far perdere chi ascolta è davvero fondamentale per me".
Tornare in Italia ora, con questo progetto, ha il sapore di un ritorno o di un debutto per te?
"Di debutto, però un debutto con un bagaglio di esperienza che mi serve a prendere decisioni più consapevoli e ponderate. Forse il meglio di entrambi i mondi".
Dopo un percorso così internazionale, hai mai pensato di portare la tua musica a un pubblico mainstream, come quello di Sanremo? Ti piacerebbe debuttare all’Ariston, magari già il prossimo anno?
"Certo, con il brano giusto a me piacerebbe molto partecipare, è un palco difficile perché ha una storia leggendaria ma proprio per questo penso che sia il raggiungimento di un traguardo importante per chi partecipa. Poi soprattutto le situazioni in cui un musicista può suonare con un’orchestra di quel calibro sono più uniche che rare e per me sarebbe un sogno".
Guardando alla tua evoluzione, cosa diresti oggi alla Birthh che scriveva le prime canzoni con la chitarra a sei anni?
"Penso semplicemente che mi siederei con lei a giocare col veliero dei pirati e le farei tante domande su cosa le piace fare, non vorrei spoilerare niente".
‘Little Rat’ è stato uno dei tuoi primi brani in italiano. Hai avuto paura di fare questo salto? In quel pezzo parli di una condizione costante di ‘fuori posto’: “non posso tornare da voi, mi spaventa essere me stessa”. Oggi è ancora così o hai trovato un tuo equilibrio tra Italia e Stati Uniti?
"No, penso anche tramite questa canzone di essere riuscita a trovare una mia dimensione ovunque io sia".
Hai suonato sullo stesso palco di artisti come PJ Harvey e gli Imagine Dragons. Con chi sogni di collaborare e quale esperienza ti ha segnato?
"A loro modo tutte mi hanno segnato, sicuramente suonare al Primavera Sounds la stessa giornata di Janelle Monae, Little Sims, e Tame Impala ha avuto un impatto molto forte sul mio percorso artistico. Per quanto riguarda collaborazioni future, c’è un’artista americana da poco uscita col suo primo disco che si chiama Audrey Hobert che mi fa impazzire, e poi per puntare in altissimo direi Frank Ocean perché ha influenzato molto il mio modo di scrivere".
Il riferimento a Mina e a Gordon Ramsay costruisce un immaginario molto pop ma anche intimo. Quanto contano questi dettagli concreti nella tua scrittura?
"Contano tantissimo. Per mie esperienza, più piccole e personali sono le immagini, più sono efficaci, alla fine cechiamo tutti l’autenticità nell’arte, anche inconsciamente".
In ‘Inferno’ il discorso si allarga al sociale e al politico. Quanto senti oggi il bisogno, come artista, di prendere posizione?
"Penso che l’arte abbia una grande responsabilità di muovere e accendere gli animi di chi ascolta in più modi possibili. Siamo in un momento storico in cui su 8 miliardi di persone, solo una piccola parte vive senza dover lottare per arrivare a fine mese. C’è aria di rivoluzione e quando c’è aria di rivoluzione bisogna tirare fuori le chitarre elettriche".
Cosa speri che resti addosso a chi ascolta ‘Senza Fiato’?
"La voglia di volersi e volere bene". (di Federica Mochi)