Il collettivo torna in Italia nel 2027 con tre appuntamenti a Milano, Roma e Bologna dello spettacolo 'Riot Days'. L'intervista all'AdnKronos
“Putin può uccidere chiunque in una situazione che abbia a che fare con lui”. Masha Alyokhina, fondatrice delle Pussy Riot, va dritta al sodo nell’intervista all’Adnkronos in vista del ritorno in Italia dello spettacolo ‘Riot Days’, in scena il 17 febbraio 2027 all’Arci Bellezza di Milano, il 18 febbraio al Locomotiv di Bologna e il 19 febbraio al Largo Venue di Roma. La connessione va e viene, qualche parola si perde e poi Zoom riprende. Masha Alyokhina ed Eric Breitenbach stanno per imbarcarsi su un aereo e il tempo per parlare è poco. Incontriamo così le Pussy Riot, con Masha ed Eric affiancati dagli altri membri del collettivo, Alina Petrova e Taso Pletner in collegamento, per parlare dello spettacolo ma anche di guerra, repressione, politica e del ruolo dell’arte in un mondo che cambia così velocemente da costringere anche uno spettacolo come ‘Riot Days’ a cambiare con lui.
Creato nel 2017 dal produttore Alexander Cheparukhin insieme ad Alyokhina, ‘Riot Days’ non è mai stato uno spettacolo immobile. È teatro, testimonianza, musica dal vivo e immagini d’archivio: una storia di resistenza costruita a partire dai libri ‘Riot Days’ e ‘Political Girl’ di Masha ma continuamente riscritta dalla realtà. L’ultima trasformazione è arrivata lo scorso anno, quando metà dello spettacolo è stata tagliata per lasciare spazio al racconto degli anni che hanno portato all’invasione su larga scala dell’Ucraina.
Dall’altra parte dello schermo, Masha parla di Putin, dell’omicidio di Alexei Navalny e del prezzo della libertà. Con Eric, Alina e Taso entriamo anche nei dettagli dello spettacolo, nel rapporto con il punk e nella combinazione di musica elettronica, performance e teatro documentario che porta sul palco. Perché Riot Days, precisano, “non è semplicemente un concerto punk” ma un racconto di resistenza che interroga anche il presente europeo: dalla crescita delle destre al silenzio degli artisti davanti alle guerre, fino alla possibilità che l’arte riesca ancora a influenzare l’opinione pubblica.
‘Riot Days’ è stato creato nel 2017 ma continuate a modificarlo per riflettere quello che sta accadendo nel mondo. Come è cambiato lo spettacolo dall’inizio dell’invasione su larga scala dell’Ucraina e con tutte le guerre che sono in corso?
Risponde Masha: "Ci sono stati molti cambiamenti. L’ultimo risale all’anno scorso, quando abbiamo tagliato metà dello spettacolo. Prima lo show era basato sul libro 'Riot Days'. Raccontava la storia della Punk Prayer, della mia vita in prigione e del nostro processo. Era, in sostanza, una manifestazione di protesta. Abbiamo tagliato metà dello spettacolo e lo abbiamo ampliato con il materiale del mio secondo libro, 'Political Girl'. Il motivo, credo, sia abbastanza chiaro: il secondo libro copre il periodo dal 2014 al 2022, fino all’invasione su larga scala. Volevamo mostrare quello che chiamiamo Road to Hell, la strada che Vladimir Putin ha costretto i cittadini russi a percorrere. È, in sostanza, una storia di repressione. La prima invasione dell’Ucraina. La storia di Alexei Navalny. Un mosaico di molte cose che, fondamentalmente, hanno portato alla guerra. E la guerra mi ha portato a lasciare la Russia".
Masha, nel libro’ Political Girl’ dici che nella Russia di oggi chiunque può essere ucciso in qualsiasi momento. Dall’inizio di questa guerra su larga scala, come è cambiata la tua percezione di questo rischio, del fatto che chiunque possa essere ucciso in qualsiasi momento?
Masha: "Fondamentalmente, dall’omicidio di Alexei Navalny, Putin ha reso chiarissimo che può uccidere la persona più protetta, più conosciuta, davanti a tutti e nessuno fa nulla. È stato un pugno nello stomaco per una parte importante dei leader occidentali, che dicevano che, se Putin avesse ucciso Navalny, ci sarebbero state conseguenze che non si erano mai viste prima. Ma non ci sono state conseguenze. Non è successo nulla. Da quel momento è chiaro che chiunque può essere ucciso in una situazione che abbia a che fare con Putin".
Quanto c’è ancora di Unione Sovietica nella Russia di oggi?
Masha: "Non è un segreto che gran parte della vita in Russia sia ancora molto legata alla Russia sovietica. È l’Unione Sovietica. Putin continua questa tradizione".
State portando ‘Riot Days’ in Italia e in Europa. Come guardate ai movimenti di estrema destra che stanno crescendo oggi? E pensate di poter fare qualcosa, anche attraverso il vostro lavoro, per parlare apertamente di quello che sta succedendo?
Risponde Eric: "Penso che destra e sinistra siano semplicemente un altro modo per dividere le persone. Non abbiamo paura di stare in una stanza con persone che hanno opinioni diverse dalle nostre. Penso che sia normale convivere. E alle persone che non conoscono la nostra storia o che hanno idee diverse dalle nostre, vorremmo comunque dire: venite a vedere lo spettacolo. Ascoltateci e vedete cosa abbiamo da dire. Magari vi piacerà. Magari no. Ma non potete saperlo finché non venite".
Risponde Masha: "Putin sta invadendo l’Ucraina con l’esercito e le bombe. Ma in molti Paesi europei il suo Stato usa il soft power e, sostanzialmente, una enorme quantità di denaro proveniente dal petrolio e dal gas viene immessa nella vostra politica per far collassare i vostri Paesi dall’interno. E' pericoloso. Non è una notizia di quest'anno, succede da molto tempo. Se parliamo dell’Italia in particolare, Alexander Dugin è l’ideologo della folle spiegazione di Putin delle guerre che sta facendo e delle occupazioni. Ed è molto, molto ben accolto in Italia. Sua figlia, che è stata uccisa, è diventata una sorta di eroina nei libri che si trovano nelle vostre librerie. È abbastanza conosciuta, per quanto ne so".
In Italia abbiamo una tradizione molto forte legata all’antifascismo. Pensate che questa tradizione sia ancora presente?
Masha: "Se le persone mettono cuore e sentimento in qualcosa che è già parte della storia, sarebbe una bugia dire che non esiste più. E vedo persone che non sono d’accordo con quello che succede. Queste persone esistono. Quindi perché non dovrebbero essere una buona base di partenza contro la situazione attuale?"
Parlando dello spettacolo, quest’anno ricorrono anche i 50 anni del punk. Vi considerate, in qualche modo, figli di quella rivoluzione punk?
Risponde Eric: "Sì. Il punk, come forma d’arte e genere musicale, fa parte di me fin da bambino. Mi ha cresciuto. È così che ho trovato i miei amici e sono cresciuto organizzando concerti DIY. Quindi, assolutamente sì. Ma non siamo una punk band che suona un concerto. Lo show è una forma teatrale che combina immagini d’archivio e documentarie, musicisti sul palco. È in parte concerto e in parte teatro. Racconta una storia basata sui due libri di Masha. Non esiste uno spettacolo simile".
Quale messaggio pensate che le persone possano portarsi a casa dopo aver visto lo spettacolo?
Risponde Masha: "Vorrei che venissero con il cuore aperto, gli occhi aperti e la mente aperta, e che ascoltassero. Ma non voglio che sia un’esperienza voyeuristica, in cui le persone si limitano ad ascoltarci. Vorrei che le ispirasse a intraprendere il proprio percorso e a fare qualcosa per conto proprio. A parlare contro le cose che ritengono sbagliate. A rendersi conto di avere una voce. Le Pussy Riot non sono sempre state famose. Alcune di queste azioni duravano 40 secondi. Nessuno sapeva se sarebbero state significative o meno. Ma non era questo il punto. Voglio che le persone capiscano che anche loro possono usare la propria voce. E magari cambiare il mondo".
Alla fine di ‘Riot Days’ chiedete al pubblico: “Siete liberi?”. Pensate ancora che la libertà sia qualcosa che possiamo raggiungere oppure qualcosa che dobbiamo difendere costantemente?
Risponde Alina: "La questione è che la libertà può essere portata via molto velocemente. Non dipende da dove sei cresciuto, da quale sia il tuo background. Non è che le persone, per il semplice fatto di vivere in un determinato luogo, siano più abituate all’autoritarismo o a qualcosa del genere. È tutto legato all’indignazione e a ciò che i governi trasmettono alle persone. Lo abbiamo visto nella storia della Germania, o anche dell’Italia, per esempio, e della Spagna. C’è stato un periodo lungo e terribile, nella metà del XX secolo, in cui tutti erano estremamente aggressivi nei confronti degli altri. In Russia, c’è stato il periodo di Stalin, Franco in Spagna. E sì, la libertà può essere tolta molto facilmente. Per questo le persone devono difenderla. Altrimenti, se decidi che “ok, non è affar mio, non è un mio problema, non devo andare a votare”, allora…Essere cittadini di qualsiasi Paese è un lavoro per tutti".
Oggi molti artisti non vogliono parlare apertamente di quello che sta succedendo nel mondo. Rifiutano di farlo, non vogliono affrontarlo sul palco. Pensate che gli artisti debbano parlare e prendere posizione su quello che accade a Gaza e nelle altre guerre?
Risponde Alina: "L’arte è inevitabilmente politica. Viviamo nel mondo reale. E ignorare la politica è comunque un atto politico. A volte il silenzio dice più delle parole. E non parlo soltanto di Gaza ma anche dell’Iran. Per esempio, tutti si scaldano moltissimo perché non è una questione in bianco e nero. Queste persone meritano la libertà… E tutti quelli che parlano della Palestina stanno zitti sull’Iran. Ci sono molte guerre intorno a noi. Guerre arrivate anche nei Paesi europei, perché ci sono rifugiati che arrivano da quei Paesi. Non sono guerre lontane. Sono qui".
Siete preoccupati anche per quello che sta succedendo tra Putin e Donald Trump? Per il loro rapporto?
Risponde Taso: "Sì. Agli europei dico di ascoltare quello che dicono le persone. E lentamente le persone stanno iniziando a svegliarsi. E sì, siamo preoccupati. Come potremmo non esserlo?"
Avete pagato un prezzo personale enorme per quello che avete fatto, per aver parlato apertamente. Guardando indietro, c’è qualcosa che non rifareste? Oppure, al contrario, qualcosa che avreste voluto fare diversamente?
Risponde Alina: "Parlo per me. Non posso dire che farei qualcosa diversamente. Non c’è nulla di cui mi vergogni. Per me era molto importante parlare, diffondere la mia opinione e renderla visibile e udibile. Quando hanno cercato di chiudermi la bocca, mi hanno fatto davvero arrabbiare. Sono impazzita. Ma allo stesso tempo trovo ridicolo il fatto di aver ricevuto una condanna così pesante solo per aver espresso un'opinione sul mio governo. E non capisco perché dovrebbe essere punita con una condanna. Allo stesso tempo, mi dispiace profondamente che per me sia quasi impossibile vedere i miei genitori. E ho davvero paura che non li rivedrò mai più. Mi provoca molto dolore. Sento però di aver fatto la cosa giusta. Comporta moltissime conseguenze e devo conviverci. Se mi chiedi: 'Cambieresti qualcosa del tuo passato?', risponderei di no. Tutto ha un prezzo. E noi abbiamo pagato il nostro. Ma adesso stiamo cercando di vivere con ciò che è successo. La nostra è divisa in due, come in una realtà spezzata. E metà sarà per sempre morta".
Putin è al potere da così tanto tempo che per un’intera generazione di giovani russi questa situazione è normale. Come si rompe questa normalizzazione? Come si parla alle generazioni più giovani?
Risponde Alina: "Penso che per le generazioni più giovani dovrei parlare con i bambini europei. Perché i bambini europei scelgono le loro convinzioni come se fossero uno starter pack. Non si fanno domande. Perché se vivi in una dittatura, quando hai 11 anni e sei a scuola, e hai una linea generale basata su un’unica opinione, inizi a farti delle domande. E poi, quando trovi le risposte a quelle domande, non è più possibile portarle via da te. Ma non è mio compito insegnare qualcosa ai giovani russi che sono oggi in Russia".
Che cosa può fare il punk nel 2026 che la politica tradizionale non riesce più a fare?
Alina: "Non penso che le Pussy Riot siano un gruppo punk. Credo che ci sia una sorta di equivoco. Non ci siamo mai considerate un collettivo punk. E se usi una chitarra elettrica, non significa automaticamente che stai facendo musica punk. O se fai musica rumorosa, o se ti comporti sul palco in maniera un po’ diversa, non significa esattamente che sei punk. Perché il punk è una cultura, è un modo molto preciso di mostrarsi. Le Pussy Riot sono un gruppo di attiviste politiche che fanno anche musica. E non penso che si possano mettere in una scatola e appiccicare un’etichetta dicendo: “Questo appartiene a questo genere musicale”. Non posso dire che i punk possano cambiare qualcosa. Ma gli artisti sì. Possono cambiare le cose. Puoi vedere anche che i politici cercano spesso di mettere a tacere gli artisti. E cercano di controllare ciò che gli artisti producono, ciò che cantano, ciò che scrivono e tutto il resto. Gli artisti possono cambiare le cose e influenzare l’opinione delle persone. Noi usiamo un altro tipo di linguaggio per raggiungere la mente delle persone. E l’arte è qualcosa che colpisce direttamente il cuore e la mente delle persone".
Quale messaggio volete dare al pubblico italiano con il vostro spettacolo?
Risponde Taso: "Tutto è politico. Anche se suoni musica classica, è politica. Quindi venite semplicemente a vedere lo spettacolo".
Alina: "Non conosco molto bene gli italiani dal punto di vista politico ma sono stata diverse volte in Italia. Sono molto curiosa di vedere che tipo di persone verranno a vedere il nostro spettacolo. E sarà molto interessante vedere anche i volti delle persone e le età. L’ultima volta che ci siamo esibiti in Italia è stata davvero tanto tempo fa. Conosco un po' il contesto e so che c'è una sensibilità politica prevalentemente di destra. Russi e italiani sono due popoli vicini gli uni agli altri. Forse perché abbiamo lo stesso modo di comprendere il mondo. Vorrei semplicemente chiedere al pubblico di venire e condividere la loro opinione dopo lo spettacolo. Perché questo ci aiuterà a capire cosa sta realmente succedendo in Europa e anche in Italia".
Taso: "Quindi venite ad ascoltare la nostra storia e raccontateci la vostra".