Il racconto dello show allo stadio Meazza
Quando le luci accendono San Siro, c’è ancora una colonna di fumo all’orizzonte. È quella dell’incendio che nel pomeriggio ha colpito zona Bovisa, visibile anche dallo stadio mentre gli spalti si riempivano di centinaia di fan. Poi, il fumo lascia spazio alla musica e Milano cambia volto. Per una notte il Meazza diventa il regno di Sfera Ebbasta.
Per molti San Siro è un punto di arrivo, per il trapper - nato a Sesto San Giovanni e cresciuto tra le case popolari di Cinisello Balsamo - sembra essere l’ennesima tappa di un percorso che non conosce confini. Ma che segna un traguardo in una carriera lunga ormai dieci anni. Sfera è tornato a casa da protagonista, davanti al pubblico della città che lo ha visto partire e che oggi lo incorona. È qui che scrive una nuova pagina della sua storia. Quella dell’artista che ha cambiato il volto della trap italiana, contribuendo a darle un respiro internazionale, anche quando sembrava impossibile. Dietro c'è una storia che potrebbe essere quella di tanti ragazzi cresciuti in periferia. Le risse, i piccoli furti e le barre come voglia di riscatto. Quelle stesse barre che hanno anche un po’ stancato, accusate di parlare soltanto di sesso, droga e alcol. Eppure, sono proprio quelle canzoni che questa sera hanno riempito la Scala del calcio.
E per celebrare questo traguardo, Sfera sceglie di osare con una scenografia imponente. Il palco è la riproduzione tridimensionale del Duomo di Milano, dominato da una gigantesca Madonnina dorata. E al collo, come segno ormai distintivo, una collana tempestata di diamanti, che ha illuminato il Meazza per una notte. Al grido di ‘Money Gang’, il concerto si trasforma in un viaggio attraverso i brani più iconici della sua carriera. Partita dai palazzetti di Cinisello Balsamo alle street, dalle street a Milano. Fino a ‘Rockstar’, l'album che, come racconta lui stesso, gli ha cambiato la vita. E da quel momento nulla lo ha più fermato.
Ed è proprio quando Sfera ripercorre il cammino fatto che sul palco sale anche chi, in qualche modo, quel percorso lo ha visto nascere. Ci sono padri che accompagnano i propri figli nella crescita e poi, quando arriva il momento, li lasciano andare. Un po’ per metterli alla prova, un po’ perché hanno sempre creduto nel loro potenziale. Quel ‘padre’, nella storia del rap italiano, si chiama Marracash. E quel ‘figlio’ è Gionata Boschetti, per tutti Sfera Ebbasta. Nessuna parentela di sangue, ma di musica. Sfera è nato con l’etichetta indipendente di Marracash, il primo a riconoscere il ‘King della trap’ anche quando la trap era ancora un linguaggio per pochi. Quell’abbraccio stasera è l’immagine di un passaggio di consegne, ormai da tempo compiuto.
Sfera Ebbasta incarna l'idea di un artista che vive di provocazione. D'altronde, cos'è il rap senza provocazione? Ma in dieci anni è cambiato anche lui. È cambiata la musica, è cambiata l'estetica: dai denti ricoperti d'oro e dalle pellicce colorate a un'immagine più matura e consapevole. Un'evoluzione che passa anche attraverso brani come ‘VDLC’, dove il racconto della provocazione lascia spazio al riscatto sociale e alla crescita senza una figura paterna.
Sul palco c’è spazio per tutti. Per un corpo di ballo numeroso e per gli ospiti che hanno segnato la sua carriera. Dai veterani, come Guè, ai protagonisti della nuova scena, come Anna Pepe.
E dopo la visita a San Siro della sera precedente, quando era andato a salutare i fan già in fila fuori dallo stadio, arriva per loro il regalo più atteso. Sfera direttamente dal suo primo San Siro annuncia, con un video in cui passeggia mano nella mano con il figlio Gabriel di quattro anni, un nuovo progetto discografico. Non c’è un titolo, né data precisa. Solo una parola: ‘settembre’. E la risposta dal Meazza è arrivata forte e chiara: un boato come segno di approvazione.
Gionata Boschetti sarà per sempre quel ragazzo di Cinisello che sognava di fare musica con delle idee ben precise. La differenza è che oggi quel ragazzo, Sfera Ebbasta, è diventato il volto simbolo di una generazione che ha portato la trap fuori dall’underground. Dieci anni fa era alla ricerca di un posto. Oggi quel posto è tutto suo. San Siro non è stata una consacrazione, quella era arrivata ormai da tempo. Ma oggi gli ha solo restituito l'ennesima conferma, quella di aver riscritto la storia della trap italiana.