La band indie rock britannica festeggia 20 anni di carriera, farà tappa in Italia a fine febbraio e prepara un nuovo album: "Sarà più cupo e sperimentale"
Vent’anni dopo i primi successi, i The Kooks continuano a essere una presenza centrale nel panorama indie internazionale. Mentre la loro prima ondata di fan è rimasta fedele, il pubblico Gen Z li ha adottati a sua volta, riportandoli in cima a festival e classifiche. Eppure, quando nel 2006 pubblicarono 'Naïve' come quarto singolo del loro album di debutto 'Inside In/Inside Out', non immaginavano che sarebbe diventata la colonna sonora di un'intera generazione. La band britannica originaria di Brighton festeggia quest’anno 20 anni di carriera, si prepara a fare tappa in Italia con una data a Milano il 28 febbraio ed è al lavoro su un nuovo album che, come racconta il cantante Luke Pritchard all’AdnKronos, sarà "più cupo e sperimentale" del precedente.
Iniziamo dal nuovo album uscito a maggio 2025, 'Never/Know', il settimo in studio. Che momento rappresenta per The Kooks, artisticamente e personalmente?
"È stato un momento davvero bello. È sembrata una specie di chiusura del cerchio ma anche una ripartenza. Per diversi album abbiamo lavorato con produttori e ci siamo un po’ allontanati dal nostro suono originale, quello degli esordi. Così ci è sembrato il momento giusto per tornare alle radici. È un album basato sulla semplicità. Mi ero dato alcune regole: volevo che ci fossero al massimo quattro elementi contemporaneamente. Volevo riportare al centro le canzoni. Abbiamo fatto tutto da soli ed è stato bellissimo. È stato divertente lavorare senza troppa pressione. Alla fine è venuto fuori un disco molto gioioso, in contrasto con quello che molte persone intorno a noi stavano vivendo. Abbiamo trovato la felicità nella musica e nella connessione tra di noi. Siamo diventati tutti dei padri di famiglia, ormai, e le nostre vite si sono un po’ stabilizzate. L’album lo riflette: è ancora rock’n’roll, ha ancora i suoi spigoli, ma c’è anche calma e sicurezza”.
Quest’anno uscirà anche un nuovo progetto discografico in occasione dei 20 anni di carriera. Sarà una continuazione naturale dell’album precedente o qualcosa di completamente diverso?
“Sarà sicuramente in continuità. Vogliamo mantenere la tradizione, sarà molto un 'album da band'. Abbiamo un produttore old school. Negli ultimi dieci anni il produttore è spesso stato considerato più importante dell’artista stesso. Ora credo che le band stiano tornando centrali. Sarà forse un album più sperimentale, con elementi psichedelici. A livello lirico sarà più cupo, meno legato alla gioia della famiglia, con un po’ più di oscurità. Sarà in continuità, pur cercando di evolversi dal punto di vista sonoro”.
Come è cambiato il modo di scrivere canzoni rispetto agli inizi?
“Per certi versi è lo stesso. La differenza è che ora registro molto di più. Prima non lo facevo: scrivevo strofa e ritornello con la chitarra e se me li ricordavo, restavano. Ora è più facile fare demo in casa e immaginare il suono. Ma in fondo è sempre uguale: cerchi una bella melodia, vuoi essere onesto. È come pescare: stai lì e aspetti. Ci metto meno tempo di prima, da ragazzo scrivevo tutto il giorno. Ma la magia è la stessa: alcuni giorni succede, altri no”.
Hai parlato di oscurità. E la nostalgia? Ti appartiene o preferisci guardare avanti?
“Mi piace molto la nostalgia, la trovo di ispirazione. Da giovane ascoltavo musica del passato, guardavo film d’epoca, leggevo poesia beat. Ora è strano perché c’è nostalgia anche in relazione alla nostra band. È bello vedere i teenager appassionarsi alla musica dei primi anni 2000. Ho fatto demo molto ‘indie 2000’. Mi piace abbracciare tutto questo”.
La scena indie britannica è stata fondamentale per voi. Come la vedi oggi?
“È complicato. Siamo ancora nell’era della centralità del produttore. La scena live esiste ma ci sono meno sottoculture. I social hanno cambiato tutto. I ragazzi bevono meno, escono meno ai concerti. È positivo per la salute ma culturalmente qualcosa si è perso. Però le cose cambiano sempre. Nell’ultimo anno sono emerse più band. Anche il ritorno degli Oasis è stato importantissimo: ha riportato attenzione sul rock. I teenager stanno tornando a interessarsi a musica di vent’anni fa”.
Sono passati vent’anni dal vostro debutto. Cosa ti sorprende di più guardando indietro?
“Eravamo giovanissimi, e anche un po’ immaturi. Cresci in una bolla: vivi su un bus, viaggi, suoni. Però abbiamo fatto qualcosa di bello e ci siamo divertiti. Mi rende felice sapere che la nostra musica ha resistito nel tempo, soprattutto in Uk, Australia e Germania. È incredibile, considerando che avevamo solo 18 anni. Non avevamo l’hype di band come Arctic Monkeys o Kings of Leon. Il successo è arrivato piano piano”.
Tornate finalmente a suonare in Italia. Che pubblico ti aspetti? Hai un ricordo speciale legato ai concerti qui?
“Il pubblico è sempre molto elegante, ed è fantastico. Non abbiamo suonato abbastanza in Italia. Il mio ricordo preferito è un tour nei piccoli paesi, concerti all’aperto per 500 persone. È stato speciale vedere l’Italia vera: sedersi in piazza con un espresso, sentire la storia. I fan sono incredibili, conoscono tutte le canzoni. Sarà bello. Faremo uno show diverso, sarà come un concerto da arena ma in un club”.
Se immagini i Kooks tra vent’anni, cosa vorresti che la gente dicesse di voi?
“Che ci siamo divertiti. E che abbiamo ispirato le persone a prendere una chitarra e scrivere canzoni in camera. Per me è fondamentale. Se riusciremo a mantenere viva questa tradizione, sarà qualcosa di speciale”. (di Federica Mochi)