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Caso Cucchi, Tomasone: "A pm dell’epoca chiedevo 'c'entrano i carabinieri?'"

23 novembre 2020 | 12.41
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(Foto Fotogramma)

"Non è che si voleva nascondere, era solo che non si è ritenuto di approfondire la questione del mancato fotosegnalamento". A dirlo l'ex comandante provinciale di Roma dei Carabinieri Vittorio Tomasone sentito come testimone nel processo sui presunti depistaggi seguiti alla morte di Stefano Cucchi, che vede imputati otto carabinieri, rispondendo alle domande del pm Giovanni Musaro’. Oggi il generale, ora in pensione, ha proseguito la testimonianza nel processo.

"Quando il 30 ottobre 2009 convocai tutti i militari che avevano avuto a che fare con Stefano Cucchi mi fu detto che non fu fotosegnalato per un problema tecnico ma che si andò oltre perché il ragazzo era stato già fotosegnalato in passato. Non ci fu un procedimento disciplinare nei confronti di chi aveva omesso il fotosegnalamento - ha detto Tomasone nell’aula bunker di Rebibbia- ad avviarlo comunque sarebbe dovuto essere il comandante di compagnia. Il mancato fotosegnalamento è stato oggetto di attenzione da parte dei pm di allora: in quel momento apparivano come fatti normali, oggi sono oggetto di attenzione".

Tomasone ha spiegato che i rapporti all’epoca con il procuratore e con il pm Vincenzo Barba, allora titolare del procedimento sulla morte di Stefano Cucchi "erano rapporti frequenti, di assoluta normalità e assoluta trasparenza. In relazione alla vicenda Cucchi ogni volta che c’era la possibilità chiedevo: c’entrano i carabinieri? C’entriamo noi? C’è qualcosa che dobbiamo fare?". In merito all’interesse sull’aspetto medico-legale del caso, il generale ha ricordato "di averne parlato con Casarsa a seguito di quello che la stampa scriveva sulla morte di Cucchi".

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