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Catalogna, lo spettro della guerra civile

29 ottobre 2017 | 06.54
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(Afp) - AFP

Il rischio di una guerra civile in Catalogna non è da escludere, di fronte agli eventi che si susseguono di ora in ora. Dopo la dichiarazione d'indipendenza e il commissariamento di Barcellona, sono molti a interrogarsi sul futuro della Spagna, stretta da mesi in una morsa inedita. C'è chi agita lo spettro di una lotta armata e chi invece spera in una tregua. Una situazione da guerra civile, insomma, è immaginabile? "Non penso proprio lo sia - dice all'AdnKronos Enzo Moavero Milanesi, già ministro per gli Affari Europei e ora direttore della School of Law dell'Università Luiss - spero si tratti soltanto di ragionamenti estremi. Mi spaventa già il solo fatto che si evochi in astratto una simile tragica possibilità. Sarebbe terribile e non va dimenticato che la Spagna, e in particolare la Catalogna, hanno vissuto, 80 anni fa, una vera guerra civile, cruenta e sanguinosa".

Certo, le condizioni di allora erano diverse. "Ricordiamoci che negli anni immediatamente antecedenti l'atroce guerra civile del 1936, ci furono un paio di effimeri esperimenti di una Repubblica di Catalogna, sebbene sempre nell’ambito di una Spagna che si voleva federale - continua Moavero Milanesi -. La situazione attuale è differente, ma purtroppo, presenta svariate ombre". Il conflitto, finora contenuto, tra il governo centrale e la ribelle Catalogna, potrebbe sfuggire di mano e improvvisamente esplodere in una rivolta armata. Un'ipotesi inimmaginabile in uno Stato civile come la Spagna, ma che in un clima arroventato come quello attuale, non va neanche scartata.

"In questa complessa vicenda, fra le tante sfaccettature, ci sono due elementi importanti da tenere presenti - argomenta Moavero Milanesi -. Il primo, è la lunga storia identitaria della Catalogna, che si è sempre considerata una sorta di nazione all’interno della Spagna, con una sua identità culturale dalle profonde radici storiche, una sua lingua e con una tradizione consolidata di forte autonomia amministrativa, riconosciuta dall’odierno quadro costituzionale spagnolo. Questi elementi rendono piuttosto peculiare il caso catalano e penso, relativizzino il rischio emulativo per l’Europa che molti commentatori hanno sottolineato, ricollegandolo alla questione delle cosiddette ‘piccole patrie’, dei nazionalismi regionali".

"Il secondo elemento, attiene all'allarmante carenza di dialogo. Proprio perché la questione catalana è antica, non doveva degenerare in una specie di muro contro muro - prosegue Moavero Milanesi - accorreva evitare di finire su un piano inclinato. Non v’è dubbio che, dal punto di vista dell'ordine costituzionale della Spagna, il governo centrale agisca, legittimamente, a difesa dell'unità del Paese; un'azione di sua esclusiva competenza, come esplicitamente prescritto anche dal Trattato UE. E' davvero un peccato, guardando a come da tanti mesi si sono concatenati gli avvenimenti e le prese di posizione, che siano venute meno la capacità di dialogo e la volontà di reciproca comprensione, sole matrici di soluzioni equilibrate. Non si può non notare, per esempio, come i governanti locali catalani, si siano progressivamente collocati in una situazione in cui quasi ogni scelta alternativa alla piena indipendenza sarebbe intesa, in buona sostanza, come un tradimento".

Adesso si sfiora il conflitto fisico e lo si è visto il giorno del referendum. Malgrado le posizioni radicalizzate di entrambe le parti, non è da escludere uno scenario più roseo. "Fino a qualche settimana fa, prima del contestato referendum, si poteva costruire un punto di incontro, magari, sulla base di uno statuto di autonomia più avanzato - riflette Moavero Milanesi - ma oggi, all'evidenza, questa via è diventata estremamente impervia. Penso, però, che sia l'unica tuttora potenzialmente risolutiva".

Intanto, il governo Rajoy ha indetto nuove elezioni in Catalogna per il prossimo 21 dicembre. Un'occasione che potrebbe diventare un'ufficiale e formale verifica degli equilibri e della volontà degli elettori. "In linea teorica, lo potrebbero - dice Moavero Milanesi - ma unicamente se vi partecipassero tutte le forze politiche catalane, incluse quelle indipendentiste. E se tutti i contendenti si dichiarassero pronti ad accettarne l’esito, senza contestazioni a priori o successive. A meno che, dalle urne, gli indipendentisti non escano minoritari, anche in questo scenario, resterebbe aperto il quesito di fondo, quello nodale: se prevalgono gli indipendentisti e chiedono, coerentemente, l’indipendenza, cosa si fa? Sarebbe, verosimilmente, indispensabile aprire un tavolo per serrate trattative".

Questa strada, quindi, è molto teorica, perché le elezioni del 21 dicembre potrebbero essere boicottate dagli indipendentisti, essendo indette dal governo centrale spagnolo. "In effetti, ed è preoccupante rendersi conto - ragiona Moavero Milanesi - che, di fronte ad aspirazioni ben note nella storia, come l’indipendenza e l’autodeterminazione, le stesse democrazie moderne possano trovarsi in ambasce. Che si tratti di Stati federali o centralistici, democrazie o regimi totalitari, la questione dell’integrità territoriale tocca corde ancestrali, resta sensibilissima e di ardua soluzione".

Poco spazio all'ottimismo, quindi? "No, ci sono esempi virtuosi e qualcuno molto recente - conclude Moavero Milanesi -: pensiamo alla Cecoslovacchia che, pacificamente, nel 1992, con una decisione votata dal suo Parlamento, si divide in Repubblica Ceca e Slovacchia, due Stati che diventeranno entrambi membri dell’Unione Europea. C'è, poi, il caso esemplare del democratico e legale referendum del 2014 per l'indipendenza della Scozia dal Regno Unito: con la decisione a maggioranza di restarvi. Ecco, quest'ultimo è un bel precedente di riferimento per evitare tensioni politiche pesanti o come accadde in Jugoslavia, catastrofi umanitarie. Ciò che conta davvero è non chiudere mai la porta al dialogo".

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