Chiuse le indagini della Procura di Roma scaturite da inchiesta francese sull'attentato al quartiere ebraico dell'agosto '82. Pm: "Emersa la strategia dell'organizzazione di Abu Nidal e la convergenze tra gli attentati"
Ci sono altri cinque indagati per l'attacco terroristico alla Sinagoga di Roma avvenuto il 9 ottobre 1982. A distanza di 44 anni dall'attentato che scosse la comunità ebraica romana uccidendo il piccolo Stefano Gaj Taché di appena due anni e causando il ferimento di 40 fedeli davanti al Tempio maggiore, la Procura di Roma ha emesso l'avviso di conclusione indagini per altre cinque persone per le quali si ipotizza la corresponsabilità nell'attentato.
Le indagini condotte dalla Digos di Roma e dalla Direzione centrale della polizia di prevenzione, sono state riattivate sulla base di nuove notizie emerse nelle indagini condotte in Francia sull'attentato compiuto nel quartiere ebraico di Parigi il 2 agosto 1982 e riconducibili alla stessa organizzazione.
Il commando, composto da terroristi appartenenti alla organizzazione capeggiata da Abu Nidal, lanciò bombe a mano, contemporaneamente esplodendo raffiche con pistole mitragliatrici all'indirizzo dei numerosi fedeli che, al termine della funzione religiosa, stavano uscendo dal cancello secondario della Sinagoga su via Catalana, dileguandosi poi nelle vie adiacenti.
L'istruttoria dell'epoca aveva portato alla condanna all'ergastolo di Osama Abdel Al Zomar, palestinese, rimasto latitante, con Sentenza della Corte d'Assise di Roma del 23 maggio 1989, divenuta irrevocabile l'11 maggio 1990 per concorso nell'attentato.
Le nuove indagini sull'attentato alla sinagoga di Roma che hanno visto anche l'acquisizione di una memoria depositata il 14 giugno 2022 dalla comunità ebraica di Roma, si sono svolte - spiega la procura di Roma - in cooperazione con l'Autorità Giudiziaria francese, polo antiterrorismo di Parigi, anche con la creazione di una Squadra investigativa comune, istituita l'8 febbraio 2023 alla luce delle convergenze effettivamente emerse tra l'attentato perpetrato a Roma e quello del 9 agosto 1982 presso il ristorante 'Jo Goldenberg', nel quartiere ebraico del IV Arrondissement di Parigi, nel corso del quale un commando, lanciando una granata a mano all'interno del locale e successivamente aprendo il fuoco su avventori e passanti, aveva causato sei morti e oltre una ventina di feriti tra cui 4 italiani.
Nel corso delle indagini - spiegano i magistrati - sono stati sviluppati accertamenti ad ampio spettro, anche con mirate attività tecniche ed acquisizione di testimonianze e documentazione, in correlazione con la rilettura, l'analisi e il raffronto con gli atti istruttori e dibattimentali dell'epoca, le fonti diplomatiche e giornalistiche, i documenti di archivi privati e pubblici, sia relativi all'attentato in questione che degli altri compiuti a Roma in quegli anni e riconducibili alla stessa organizzazione.
Il complesso delle evidenze ha consentito di confermare la collocazione dell'evento nella strategia dell'organizzazione di Abu Nidal, di far emergere le convergenze oggettive e soggettive tra gli attentati di Roma e Parigi e di individuare quindi gli appartenenti all'organizzazione che si ritiene abbiano contribuito al compimento dell'attentato alla Sinagoga di Roma, concorrendo con diversi ruoli e funzioni: decisione e supervisione, organizzazione e logistica, contributo operativo.
L'avviso di chiusura indagini riguarda Abou Zayed Walid Abdulrahman, 68enne, detenuto in Francia e a giudizio per la strage del 2 agosto 1982 di Rue des Rosiers a Parigi; Abed Adra Mahmoud Khader, 71enne palestinese residente in Cisgiordania; Abassi Souheir Mohammad Hassan Khalil, 74enne di origine palestinese residente in Giordania; Hamada Nizar Tawfiq Mussa, 65enne di origine palestinese residente in Giordania; Abu Arkoub Omar Mahid Abdel Rahman, 66enne di origine palestinese, residente in Giordania; si ipotizza che abbiano agito in concorso anche con Alhamieda Rashid Mahmoud alias Fouad Hijazy, Maher Said, Al Awad Yousif alias Arabe El Arabi Tawfik Gamal, deceduti.
Sono emersi dal lavoro di ricostruzione - spiegano ancora i magistrati - i tratti della storia e della collocazione dell'organizzazione terroristica, fondata nel 1974 da Sabri Khalil Abdul Hamid Al Banna alias Abu Nidal nel segno del radicale rifiuto di ogni tipo di dialogo con Israele, a seguito della decisione di Arafat di rinunciare ad effettuare azioni violente fuori da Israele e dai Territori Occupati. Numerosi furono gli attacchi terroristici, ai danni di obiettivi ebraici e non solo, perpetrati in Europa, Italia compresa, e in Medio Oriente fra la seconda metà degli anni '70 e gli anni '80. I fatti di Parigi e Roma si inserivano in un contesto di fortissima tensione. Solo quattro mesi prima dell'azione omicidiaria condotta presso il Tempio Maggiore di Roma, precisamente il 4 e il 5 giugno 1982, vi era stato un raid aereo delle forze armate israeliane sui campi profughi palestinesi e altri obiettivi dell'Olp a Beirut e nel Sud-Libano, che aveva causato la morte di 45 persone e il ferimento di altre 150, mentre il successivo 6 giugno aveva inizio l'operazione nel sud del Libano nota come "Operazione Pace per la Galilea".
"Tutti sono presunti innocenti fintanto che non c'è un giudizio e una sentenza passata in giudicato, ma è anche vero che questo sembra essere finalmente un passo avanti", afferma all'Adnkronos Eliana Pavoncello, che rimase ferita insieme al marito nell’attentato alla Sinagoga di Roma del 9 ottobre del 1982, sull'avviso di conclusione delle indagini, emesso dalla procura di Roma, nei confronti di cinque persone per le quali si ipotizza la corresponsabilità nello stesso attentato, aggiungendo che "queste nuove evidenze ci portano più vicini a una verità che informalmente sospettavamo".
"Mi fa molto effetto e mi sorprende che questo sviluppo non ci sia stato prima", sottolinea Pavoncello convinta che in ogni caso un'eventuale conclusione giudiziaria non cambierà tutto ciò che lei e suo marito hanno dovuto attraversare: "Io sono una cittadina italiana - conclude la sopravvissuta all'attentato nella Sinagoga - e sono fiduciosa nelle istituzioni sempre, anche quando sono molto lente".
“Siamo grati alla procura di Roma per aver valorizzato tutti gli indizi a disposizione sino ad arrivare alla conclusione delle indagini con la prospettiva di un eventuale processo”, ha detto all'Adnkronos l’avvocato Cesare Del Monte, legale della Comunità ebraica di Roma.
"La Comunità Ebraica di Roma accoglie con amarezza la notizia della chiusura delle indagini sull’attentato del 9 ottobre 1982 davanti al Tempio Maggiore. Quel giorno, un commando terroristico palestinese uccise Stefano Gaj Taché, un bimbo di 2 anni, e ferì gravemente decine di persone che uscivano dalla Sinagoga per la festa di Sheminì Atzeret, in chiusura di Sukkot. Un atto antisemita che colpiva innocenti in preghiera, con il pretesto di una guerra che era in corso altrove. Dopo oltre quarant’anni, l’avviso di conclusione delle indagini nei confronti di cinque persone segna un passaggio importante nel percorso di accertamento della verità e di restituzione della giustizia". Lo sottolinea la Comunità ebraica di Roma che "esprime riconoscenza agli inquirenti, alla magistratura e alle istituzioni che hanno lavorato in questi anni, anche in cooperazione internazionale, per riaprire e sviluppare le indagini".
L’attentato, ricorda la Comunità, "colpì famiglie inermi, segnando una delle pagine più tristi e dolorose della storia della nostra Comunità e della Repubblica". “Resta forte lo sconcerto per il tempo trascorso e per il muro di omertà, reticenze e ostacoli che ha rallentato per decenni la piena emersione della verità, prolungando il dolore delle famiglie e della nostra Comunità”, dichiara il presidente della Comunità ebraica di Roma, Victor Fadlun.
"Per troppo tempo la verità è rimasta ostacolata da silenzi, protezioni e ambiguità che non possono essere accettati - aggiunge Fadlun - Oggi si compie un passo avanti, ma resta il dovere di andare fino in fondo. Chiediamo che la ricerca della verità prosegua senza esitazioni e che tutti i responsabili vengano finalmente portati davanti a una corte di giustizia. È un diritto delle vittime e delle loro famiglie, ma è anche un dovere dello Stato”.