Il 18 maggio 2016 scampò alla morte, 'Ricordo quelle grida nella notte'
“A distanza di dieci anni rimango spesso impietrito dal dolore e dalla paura, perché mi tornano in mente quei minuti, quelle ore. Sento ancora nella mia testa quei colpi infiniti. Colpi che forse non mi lasceranno mai. E’ come se rimanessi fermo in quella strada, a rivivere quei momenti terribili. Ascolto ancora quelle grida, quei pianti dei poliziotti. No, non mi lascia. E, forse, non mi lascerà mai. Ma questo dolore va trasformato. E io ho tentato di farlo in questi anni, trasformandolo in amore. Incontrando migliaia di studenti, fra scuola e università. Ho tentato di estirpare la pianta del dolore per piantare semi. E se oggi sono qui lo devo solo grazie a quei poliziotti e alla Polizia di Stato, che mi hanno salvato la vita. E mi hanno riportato a casa, dalla mia famiglia”. A parlare, in una intervista all’Adnkronos, è Giuseppe Antoci, oggi eurodeputato del M5S, che nella notte tra il 17 e il 18 maggio del 2016 scampò a un attentato mafioso, avvenuto mentre era di ritorno a Santo Stefano di Camastra (Messina), dal quale uscì illeso solo grazie all'auto blindata e all'intervento degli agenti di polizia addetti alla sua scorta. All’epoca Antoci era il Presidente del Parco dei Nebrodi, autore del cosiddetto ‘Protocollo Antoci’ che, grazie al suo intervento, colpì la mafia dei Nebrodi. Oggi Antoci è uno degli uomini più scortati d’Italia.
“E’ una vita po’ complicata- dice Antoci-Non ci si abitua mai, speri sempre che finisca presto. Una delle frasi che ripeto sempre è ‘Spero di morire da uomo libero’. Però il tema della libertà è complicato perché mi sono sempre chiesto cosa sarei stato se non avessi fatto il mio dovere fino in fondo. Forse non sarei stato in quel caso libero di di poter continuare a dire alle mie figlie che la vita l’ho vissuta con rettitudine e senza abbassare lo sguardo”. Negli ultimi dieci anni qual è stato per Antoci il momento più complicato? “Ci sono stati tanti momenti, in cui la paura mi ha assalito. In cui mi sono dovuto difendere da tante cose, a volte anche dalle meschinità. Però, forse, la nostra storia è la rappresentazione plastica che lo Stato vince. Che lo Stato vince quando si unisce, quando attorno ai progetti ci sono le persone per bene”, dice Antoci senza nascondere la commozione.
“Ci stiamo avvicinando al 23 maggio, in cui verrà commemorato il giudice Falcone e il modo migliore per commemorare i morti è fare il possibile per difendere le norme per le quali hanno perso la vita Falcone, la moglie e gli uomini della scorta. E magari farne altre e pensare che da un piccolo territorio come quello dei Nebrodi possa nascere un protocollo che diventa norma dello Stato”. Antoci ricorda, quindi, il nuovo Codice antimafia che oggi “prende piede nelle istituzioni europee” e “che soprattutto sta devastando in giro per l'Italia i patrimoni delle mafie”, dice ancora Antoci. “E allora ecco io penso che il miglior modo per commemorare i morti, per dare loro una carezza al cuore è tentare di fare il proprio dovere fino in fondo. E questo è quello che ho tentato di fare. Ho tentato solamente di fare il mio dovere. Non lasciandosi trasportare dai silenzi, quei silenzi che forse hanno armato le mani di chi voleva fermarmi, che sono stati tali quando milioni e milioni di euro andavano e venivano intascati da importanti capimafia, da famiglie mafiose importanti. E tutto questo proprio mentre noi commemoravamo le stragi”, spiega. “Il tema è: lo abbiamo migliorato questo paese da questo punto di vista? Io penso di sì e c'è stato un prezzo pesante da pagare lo stiamo pagando ancora adesso. Io ho avuto una famiglia che ha dovuto vedere tre bambine diventare donne di colpo, senza preavviso. Essere assaliti dalla paura di vedere la loro casa presidiata dall'Esercito e cominciare a fare, a 12 anni, una vita difficilissima, dove non hai più la possibilità di poter uscire a prendere un gelato con tua figlia. E se vuoi farlo senza avvisare questi uomini e lo Stato che ormai fanno parte in pieno della mia famiglia”.
“Questo paese non ha bisogno di simboli né di eroi ne, abbiamo avuti veramente abbastanza ma serve creare normalità- dice Antoci - pensare che ognuno può fare la sua parte e a quel punto diventare seme per gli altri. Il dolore che diventa seme e quindi si trasforma, quando diventa germoglio, pianta, soprattutto quando diventano forti radici che mantengono il terreno dei valori”.
“A un certo punto il Presidente Giuseppe Conte mi ha preso per mano da quella strada buia dei Nebrodi e mi ha fatto comprendere che quella strada andava trasformata e anche in impegno nelle istituzioni, tentando di portare anche lì la voce della lotta alla mafia quella seria, quella praticata, quella che pensa che le mafie ormai sono transnazionali. Quella che pensa che la tutela non è più della Sicilia della Calabria dell'Italia, ma è un'Europa che ha bisogno di tutela di dignità, per i cittadini”. E ricorda “i tanti giornalisti che hanno perso la vita, vorrei pensare a Dafne Caruana Galizia, vorrei pensare a Jean Kusak vorrei pensare a tutti quelli che hanno ritenuto che anche fare il proprio dovere informando possa significare essere semi ed essere portati poi nel cuore da chi come me in fondo ogni giorno fa il proprio dovere”.
In questi anni Antoci ha incontrato migliaia di giovani. “Io in questi anni ho incontrato migliaia di studenti, ho fatto incontri con 100, 1.000, 2.000 studenti nello stesso momento. Quello che mi lascia e che mi ha lasciato il segno è che non sono mai uscito deluso in questi anni da un incontro con loro. E, soprattutto, quello che mi lascia ancora oggi il segno profondo nel cuore non sono le parole, sono i silenzi, sono i loro sguardi Sono a volte le loro lacrime che scendono dai loro visi quando vedono che dietro l'esercizio del dovere c'è un uomo, un padre che ha voluto prioritariamente non fare bene il presidente di un'area protetta, in fondo forse neanche fare bene il buon cittadino, ma prioritariamente far bene i genitori e tentare di anche di essere educato da loro e dai loro silenzi mi hanno accompagnato in questi anni. Hanno a volte alleviato anche le ferite, mi hanno a volte indicato la strada e la strada che mi hanno indicato è quella di non considerarli futuro, ma considerarli presente, essere parte di una squadra. Penso che questo sia il miglior insegnamento che mi hanno lasciato in questi anni è stato di non lasciare nessuno indietro ed è quello che chiedo di fare a loro di non lasciare nessuno di loro indietro, anche coloro che sono nati in contesti difficili, perché io penso che la parola speranza debba essere una parola che debba albergare nel cuore di tutti, anche di coloro che vivono in condizioni familiari complicate anche di famiglie mafiose, perché la speranza è giusta che sia anche nei cuori di chi vuole cambiare vita e deve capire che ce la può fare. Noi dobbiamo prenderlo per mano e accompagnarlo fuori da quella nebbia terribile che avvolge il loro futuro come se li condannasse ad una vita obbligata ad una scelta che non è la loro, ma è purtroppo a volte dovuta dagli eventi. Ecco, io penso che questo sia il miglior modo di esercitare da parte loro il concetto di guida nei confronti di una persona come me, ma nei confronti anche di una legislatore”. E sottolinea: “Io penso che loro siano veramente fonte di ispirazione”.
“Dovevamo presidiare in Europa i temi della lotta alla mafia e lo stiamo facendo con risultati incredibili in parte storici. Lo faremo con la nuova norma sul crimine organizzato transnazionale. Lo faremo tentando anche lì in quelle mura di dare senso e forza a una parola che il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha pronunciato nel suo secondo insediamento a presidente della Repubblica italiana ben 18 volte: quella parola è dignità. E’ dalla dignità che dobbiamo partire, anche dalla dignità delle istituzioni”.
Poi, tornando a parlare di quella notte buia, degli spari, dell’attentato sospira e dice a bassa voce: “Spero di allontanarmi sempre di più da quella strada e da quella notte…”. (di Elvira Terranova)