Buttafuoco il conservatore che ha disarmato le etichette

Nel ritratto di Lila Azam Zanganeh su 'Now Voyager', il presidente della Biennale di Venezia emerge come un "un uomo libero" che sfugge alle aspettative ideologiche

(Pietrangelo Buttafuoco al centro della foto)
(Pietrangelo Buttafuoco al centro della foto)
01 maggio 2026 | 16.09
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C’è qualcosa di profondamente inatteso - e quasi romanzesco - nella figura dello scrittore e giornalista Pietrangelo Buttafuoco, successore di Roberto Cicutto alla guida della Biennale di Venezia, con nomina diretta di Gennaro Sangiuliano, ex ministro della Cultura sotto la premier Giorgia Meloni. Dove molti si aspettavano un intellettuale organico alla destra italiana, pronto a imprimere un segno ideologico alla Biennale, si è invece rivelato un direttore imprevedibile, eccentrico, difficilmente classificabile. In una parola: libero. Il ritratto che ne traccia Lila Azam Zanganeh - scrittrice e intellettuale cosmopolita, nata a Parigi da genitori iraniani, formatasi all’École Normale Supérieure e poi docente ad Harvard, oggi residente a New York - restituisce proprio questa qualità sfuggente. Non un uomo di apparato, ma una figura letteraria, quasi un personaggio uscito da un romanzo europeo del Novecento.Un uomo libero.

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Zanganeh, che ha incontrato Buttaufuoco negli scorsi mesi invernali, ha pubblicato un lungo articolo sulla rivista in lingua inglese "Now Voyager", uscita per singolare coincidenza il 30 aprile, lo stesso giorno in cui si è dimessa la giuria internazionale della 61/a Esposizione internazionale d'arte. Questo il titolo e il sommario: "Un uomo libero. L’intellettuale conservatore Pietrangelo Buttafuoco avrebbe dovuto portare la sua politica alla Biennale di Venezia. Si è rivelato fuori dagli schemi - e più libero - di quanto chiunque avrebbe potuto immaginare".

Buttafuoco, siciliano, classe 1963, porta con sé una biografia che basterebbe da sola a generare diffidenza o curiosità: origini in una famiglia fascista, una conversione all’Islam, una carriera disseminata tra giornalismo, narrativa e teatro. Eppure, come emerge dal reportage pubblicato su "Now Voyager", ogni tentativo di incasellarlo fallisce. La sua nomina alla guida della Biennale, sostenuta dal governo Meloni, aveva acceso timori nella sinistra e aspettative nella destra. I primi temevano una svolta identitaria, i secondi auspicavano una rivincita culturale. "Entrambi sono stati smentiti".

Zanganeh scrive che Buttafuoco ha scelto una linea sorprendente: apertura internazionale, contaminazione culturale, rifiuto delle ortodossie. La nomina della curatrice camerunense Koyo Kouoh, la conferma di Alberto Barbera alla Mostra del Cinema, l’ingaggio di Willem Dafoe per il teatro: decisioni che sfidano ogni lettura ideologica semplice. Più che una strategia politica, sembrano rispondere a una sensibilità estetica e spirituale.

Ed è forse proprio qui il nodo: Buttafuoco non ragiona come un politico, ma come uno scrittore. Il suo sguardo sul mondo è nutrito di miti, filosofia, teologia. La Sicilia - da lui evocata come crocevia universale di civiltà - non è solo un luogo geografico, ma una categoria mentale. In essa convivono Grecia antica, Islam, cristianesimo, demoni e santi. Una visione che rende impossibile qualsiasi riduzione nazionalista.

Non sorprende, allora, che egli guardi con sospetto alle ideologie. Il nazionalismo, dice, è “un veleno”. La politica, nel migliore dei casi, un tentativo imperfetto. La libertà, invece, è una pratica solitaria. Non a caso si definisce - e viene definito - “un uomo libero”, forse il più libero nella destra italiana.

Questa libertà ha un prezzo: l’isolamento. Nel ritratto emerge chiaramente una dimensione di solitudine, quasi esistenziale. Buttafuoco non appartiene davvero a nessun campo. Non è completamente accettato dalla destra, né assimilabile alla sinistra. Vive in una zona intermedia, dove il pensiero si fa personale, irregolare, a tratti contraddittorio.

La sua conversione all’Islam, lungi dall’essere una rottura, è descritta come un ritorno. Anche qui, nessuna cesura netta: piuttosto una continuità spirituale che attraversa tradizioni diverse. La fede, per lui, è una bussola più affidabile della politica.

E poi c’è la letteratura. Nei suoi romanzi - spesso provocatori - il male non è astratto, ma concreto, incarnato. Il diavolo, racconta, lo ha visto da bambino nei campi siciliani. Un episodio che sembra uscito da un racconto gotico e che invece diventa chiave di lettura di tutta la sua opera: il mondo come luogo di conflitto tra luce e oscurità. In questo senso, Buttafuoco appare davvero come un “antimoderno”, nel senso delineato dalla critica francese: un uomo che rifiuta il mito del progresso pur vivendo pienamente nel presente. Guarda al passato senza nostalgia sterile, ma come a un serbatoio di significati perduti.

Alla Biennale, questa visione si traduce in una pratica culturale che privilegia il dialogo tra mondi lontani, la pluralità delle voci, la libertà dell’arte rispetto alle pressioni politiche. Non senza tensioni: la questione della partecipazione russa, ad esempio, ha mostrato quanto sia difficile mantenere questa autonomia in un contesto geopolitico polarizzato. Eppure, proprio in questa tensione si misura la sua originalità. Buttafuoco non offre risposte rassicuranti, né si presta a diventare simbolo di una parte. È, piuttosto, una figura liminale: tra Oriente e Occidente, tra fede e letteratura, tra passato e presente. Forse è questo che lo rende, oggi, così interessante. In un’epoca di identità rigide e appartenenze dichiarate, Buttafuoco rappresenta l’anomalia. Un uomo che continua a dire, come il suo amato Cyrano de Bergerac: “No, grazie”. E che, proprio per questo, resta irriducibile. E libero. (di Paolo Martini)

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