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Dopo addio a Renault in Fca vince orgoglio per 'pericolo scampato'

06 giugno 2019 | 19.11
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Alla fine della vicenda (se questa è la fine, ma non è scontato) è anche possibile che - paradossalmente - i minori rimpianti per la mancata fusione fra FCA e Renault siano proprio di quelli che ci hanno creduto di più, a iniziare da John Elkann e Mike Manley, mentre il disappunto maggiore sia proprio di quelli - i membri del Cda della ex Régie - che hanno dovuto chiudere la porta all'operazione, non per propria scelta ma su ordine altrui.

Significativi i toni utilizzati oggi dalle due parti, con un John Elkann che ha rivendicato che "ci vuole coraggio per iniziare un dialogo come abbiamo fatto noi" ma altrettanto "per interromperlo e ritornare immediatamente all'importante lavoro che abbiamo da fare" visto che si è arrivati "fino al punto oltre il quale diventa irragionevole spingersi".

Il gruppo italo-americano rivendica con orgoglio di avere gettato le basi di un progetto di ampio respiro, magari troppo per qualche gruppo concorrente, si ipotizza a Torino. Ma soprattutto al Lingotto c'è una sorta di sensazione di 'scampato pericolo' davanti a un interlocutore che - si sottolinea - conosceva da tempo la proposta eppure, una volta diventata pubblica, "ha avanzato richieste solo per soddisfare l'opinione pubblica, chiedendo l'impossibile". Richieste troppo dettagliate e troppo vincolanti in una fase invece necessariamente ancora 'fumosa' come quella che precede la definizione di un memorandum.

Sul fronte opposto, invece, il 'singolare' comunicato del board di Renault che - testualmente - esprime "rammarico", ringrazia FCA "per gli sforzi compiuti" e riconosce come la proposta del Lingotto fosse "opportuna, per il grande valore industriale e l’attrattiva finanziaria che comporta, creando un leader mondiale del settore automobilistico con sede in Europa". Il tutto senza neppur poter addossare alcuna responsabilità agli alleati di Nissan che hanno avuto - sempre per bocca del cda di Renault - un "approccio costruttivo" e che probabilmente si sarebbero sentiti più a loro agio in un rapporto 'affollato' anziché nel matrimonio scricchiolante con i soli francesi.

La logica conclusione è che questo matrimonio abortito - l'ennesimo fra un'azienda italiana e una francese - ha un solo responsabile, il governo di Parigi, che ha cacciato Renault in un cul de sac pericoloso soprattutto nel momento in cui vorrebbe 'stringere' con i partner dell'Alleanza, Nissan e Mitsubishi.

A dare il polso della visione dall'esterno sull'operazione, l'andamento in Borsa dei due gruppi, con FCA che dopo lo sbandamento iniziale ha recuperato tutto e chiuso in marginale ma significativo rialzo a 11,71 euro, mentre Renault è letteralmente crollata, arrivando a perdere il 10% e chiudendo a 52,60 euro (-6,41%). Ma questo, forse, è solo l'inizio di una nuova fase del risiko automobilistico nel quale FCA è ormai ufficialmente un player di primo piano. Se come preda o come cacciatore, oggi è difficile dirlo.

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