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Due vice donna per Zingaretti

06 marzo 2019 | 06.50
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(FOTOGRAMMA/IPA)

di Mara Montanari
La Tav. Poi la fabbrica. E oggi la presentazione di un pacchetto di proposte sul lavoro in Regione. I contatti con i presidenti di Regione (tra cui il governatore campano Enzo De Luca) per la definire una posizione unitaria del Pd sul dossier Autonomia. E ancora una iniziativa al Sud nei prossimi giorni. Lontano dal Palazzo, insomma. Una scelta precisa, quella di Nicola Zingaretti . "Non ha nessuna intenzione di infilarsi in certi gineprai. Stiamo sulle cose concrete", dicono i suoi.

Ma il neo segretario, ovviamente, del partito si sta occupando. E una griglia di prime decisioni sugli organigrammi è già partita. La novità è quella di Luigi Zanda tesoriere. "La pratica è a buon punto", si fa sapere. Poi c'è la questione vice. Potrebbero essere due e due donne: la piacentina Paola De Micheli, lungo cursus di incarichi nel Pd, e una new entry, sempre dall'Emilia. Si tratta di Stefania Gasparini, presidente del Pd provinciale di Modena. Sulla presidenza del partito il nome resta quella di Paolo Gentiloni.

L'ex premier, impegnato in questi giorni in un giro di conferenze "con incontri di alto livello" tra Stati Uniti e Gran Bretagna, lunedì è intervenuto al St. John’s College, Cambridge e ha parlato proprio del Pd di Zingaretti: "Dopo buoni risultati regionali, la straordinaria partecipazione di quasi 2 milioni di persone alla scelta del nuovo segretario Nicola Zingaretti è un grande segnale di fiducia nel Partito Democratico e di speranza per l’alternativa", ha detto l'ex presidente del Consiglio.

Per quanto riguarda le altre nomine, ovvero la nuova segreteria, se ne parlerà "dopo l'assemblea" del 17 marzo, spiega De Micheli. In quella riunione ci sarà la ratifica ufficiale a segretario del Pd. La platea dei delegati, eletti secondo le percentuali delle primarie, dovrebbe essere all'incirca: 660 per Zingaretti, 220 per Martina e 120 per Giachetti.

Dopo il 17 è prevista una puntata di Zingaretti in Basilicata, dove si vota il 24 marzo, ed in pista c'è un candidato unitario del centrosinistra. Soluzione per la quale Zingaretti si era speso anche durante la campagna congressuale. Una partita difficile ma che potrebbe riservare sorprese. Da Mdp si fa sapere che un sondaggio, uscito ieri, vedrebbe il centrosinistra sopra di un punto sul centrodestra, con i 5 Stelle terzi.

Oltre al lavoro in coalizione nelle regionali, potrebbe esserci un incontro sulle europee con Mdp. Roberto Speranza ha già detto essere disponibile al dialogo con Zingaretti sulle elezioni del 26 maggio. Intanto, ieri, il segretario dem ha visto Emma Bonino. "Più Europa vuole partecipare alla consultazione europea con il suo simbolo. Ma confrontarsi e trovare punti di battaglia comune è sempre utile", ha scritto Zingaretti su Facebook. E' atteso anche un confronto con Federico Pizzarotti di Italia in Comune.

Altro fronte poi è quello parlamentare. Dalle parti del neo segretario si conferma che non c'è alcuna intenzione di toccare i gruppi parlamentari. "Cosa che peraltro non è di nostra competenza". Certo il rapporto con i gruppi, a trazione renziana specie al Senato, rappresenta un'incognita per Zingaretti. Ed è già andata in scena la prima parte di un film che rischia di avere diverse repliche al Nazareno: il braccio di ferro tra renziani e zingarettiani. O, comunque, tra nuova e vecchia maggioranza nel Pd. A fare da scintilla la scelta della delegazione parlamentare da mandare in Assemblea, affidata ai gruppi. Si tratta indicare un centinaio tra deputati, senatori e europarlamentari. Una scelta alla fine rinviata, ma dopo qualche polemica.

Ieri mattina, infatti, a Montecitorio e palazzo Madama arriva la proposta di mandare tutti i parlamentari in Assemblea. Tutti parlano di 'lodo Franceschini': un modo per evitare conte e uno sgradevole 'chi sta con chi' a pochi giorni dal Congresso, è il senso. Alla Camera si decide quasi subito di rinviare la riunione, una scelta che di fatto apre al 'lodo Franceschini'. Al Senato, dove i renziani sono più combattivi, no. E la riunione del gruppo già convocata viene confermata. "Si sono rimangiati un accordo già fatto, che prevedeva 21 senatore a noi e 9 a loro", spiegano i renziani. "Hanno bisogno di posti perché devono accontentare tutti", dice uno dei senatori più vicini al vecchio segretario accusando la nuova maggioranza congressuale.

Dopo aver fatto il punto a palazzo Madama (anche se con assenze a partire da quella di Matteo Renzi stesso e di qualche 'ortodosso' come Davide Faraone) i renziani decidono di tenere il punto: "Zingaretti deve chiedere formalmente il rinvio della riunione", è la 'missiva' che viene inviata al primo inquilino del Nazareno. Alle 18, in apertura del Gruppo, Andrea Marcucci annuncia: "Ho ricevuto formale richiesta dal nuovo segretario di rinviare l'approvazione della lista di senatori per l'Assemblea". Alla fine si decide per un rinvio di una settimana: "Senza polemiche", assicura più di un senatore. Ma anche senza un accordo preciso. Così, sono diversi i senatori renziani che sottolineano: "Per noi l'accordo resta quello e il gruppo dovrà votare".

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