"Conobbi Armani grazie a un cane". Leo Dell'Orco e la prima sfilata senza il fondatore

Lo storico compagno di vita e di lavoro dello stilista: "La nostra è stata una storia bella e tosta"

Giorgio Armani e Leo Dell'Orco - IPA
Giorgio Armani e Leo Dell'Orco - IPA
16 gennaio 2026 | 10.26
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A poco più di quattro mesi dalla morte di Giorgio Armani e alla vigilia della prima sfilata senza il fondatore, Leo Dell’Orco rompe il riserbo e affida a un’intervista al "Corriere della Sera" un racconto intimo e inedito della loro vita insieme, tra lavoro, affetti e responsabilità ereditate. “Il primo periodo è stato strano. Mi mancava la persona”, racconta Dell’Orco, compagno di vita e storico collaboratore dello stilista. L’appartamento condiviso resta diviso come allora: “Nella sua parte non entro, non ho toccato nulla”. Armani, dice, non aveva paura della morte e “forse ci ha preparato al vuoto”, programmando ogni dettaglio del dopo, anche quelli più delicati.

Dell’Orco ricorda un rapporto diretto, spesso conflittuale ma sincero: “Se qualcosa non mi piaceva glielo dicevo. Nessuno aveva il coraggio di contraddirlo, io sì”. Discussioni accese, seguite però da una normalità immediata: “Io dimentico tutto e torno con il sorriso”. Un legame che lo stilista stesso sintetizzava così: “Ogni mattina mi sveglio con il sorriso di Leo”. Tra i passaggi più duri, gli ultimi due mesi della malattia: “Andavo a dormire senza sapere se lo avrei trovato al mattino. Lui aveva capito che non ce l’avrebbe fatta. Mi diceva: ‘Non ho più voglia’”. Una resa al tempo che, secondo Dell’Orco, non ha mai intaccato l’immagine che Armani aveva di sé: “Lo abbiamo sempre trattato come l’uomo di quarant’anni che prendeva in mano il mondo”.

Sul futuro della maison, Dell’Orco respinge l’idea di un singolo erede: “Non si sostituisce Armani. Ci siamo noi. Silvana per la donna e io per l’uomo, come lui ha deciso”. Una responsabilità che pesa, soprattutto alla vigilia della prima sfilata senza il fondatore: “Ora non c’è più la scusa ‘c’è Giorgio’. Dobbiamo decidere noi”.

Tra i ricordi più lontani, il primo incontro per caso in un parco di Milano: "avevo 22 anni, ed ero con un amico. Eravamo tornati da una vacanza strampalata da Lampedusa, dove avevamo conosciuto delle ragazze tedesche. Eravamo in forma. Incontriamo questo cane che se ne andava in giro da solo. Cerchiamo il padrone, era Giorgio. Ci ringrazia e ci invita a bere a casa sua perché abitava lì vicini. Abbiamo accettato ma il mio amico Gabriele mi ha detto 'Ma sai chi è lui?'. Lo guardai stupito: 'No, chi è?'. Poi l’inizio come modello prima di lasciare il “posto fisso” in Snam per entrare negli uffici Armani di via Durini. Poi la gavetta, la malattia e la morte di Sergio Galeotti, l’altro trauma che segnò profondamente lo stilista: “Giorgio piangeva per giorni, ma ha tenuto”.

Dell’Orco racconta anche la passione per gli sport e gli orologi, la prima volta allo Studio 54 di New York, la dimensione privata di Armani: poco incline ai regali, orgoglioso del diamante che "Leo" gli aveva donato - tanto da correre nella casa di Pantelleria durante un incendio sull'isola pur di salvarlo - rigoroso nelle abitudini, severo ma coerente. “Era serissimo, intuitivo sulle persone, non aveva bisogno di nulla per sentirsi completo”. Alla domanda se il loro sia stato “un grande amore”, la risposta è asciutta: “È stata una bella storia. Bella e tosta”. E sull’assenza: “Mi manca perché ora sono io a dover decidere. Ma ho avuto un grande maestro e allenatore. Me la gioco”.

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