Sostenibilità e digitale, consumatori più avanti delle microimprese: il divario frena la transizione

La quinta edizione dell’Osservatorio per la Sostenibilità Digitale: sull’AI il problema non è la paura, ma la mancanza di usi concreti

 - Unsplash
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24 aprile 2026 | 16.30
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C’è una frattura sempre più evidente tra l’Italia che consuma e l’Italia che produce. I consumatori sembrano aver interiorizzato più rapidamente il rapporto tra sostenibilità e digitale, mentre una parte rilevante delle microimprese fatica ancora a tenere il passo. È quanto emerge dalla quinta edizione dell’Osservatorio per la Sostenibilità Digitale, dal titolo "Digitale e sostenibilità nell’Italia che produce e consuma", realizzato dalla Fondazione per la Sostenibilità Digitale insieme all’Istituto di Studi Politici San Pio V, con la partnership strategica di Confcommercio e Adiconsum.

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Il dato più netto riguarda il confronto tra cittadini e titolari di microimprese. Il 29% dei consumatori italiani ha raggiunto un’integrazione consapevole tra digitalizzazione e sostenibilità, mentre tra i titolari di microimprese la quota scende al 21%. All’opposto, il 44% delle microimprese si trova in una condizione di doppio ritardo, digitale e sostenibile, contro il 34% dei consumatori.

Il paradosso è che gli imprenditori si percepiscono più preparati sul digitale rispetto ai cittadini: il 68,5% dei titolari di microimprese si considera abbastanza preparato, contro il 49,2% dei consumatori. Ma quando si passa dall’autovalutazione ai comportamenti effettivi, il quadro cambia. L’indice sintetico di digitalizzazione è infatti più basso per le microimprese, 0,403, rispetto ai consumatori, 0,458.

Secondo Stefano Epifani, presidente della Fondazione per la Sostenibilità Digitale, la trasformazione digitale non si gioca solo nelle grandi strategie industriali, ma "è il risultato di milioni di decisioni quotidiane" che riguardano sia la domanda sia l’offerta: scelte di consumo, fiducia nelle tecnologie, investimenti, servizi e modelli di business.

La ricerca mostra anche un limite concreto alla disponibilità dei consumatori verso prodotti più sostenibili: il prezzo. Il 64,7% dichiara di dare priorità a prodotti ambientalmente sostenibili, ma solo se non costano di più. La percentuale scende al 57,5% quando viene introdotta l’ipotesi di un costo aggiuntivo. Per le imprese, quindi, la sostenibilità non può essere solo un valore dichiarato: deve diventare accessibile, comprensibile e proporzionata al sacrificio richiesto.

Ancora più marcato il divario sul cambiamento climatico. Il 64,9% dei consumatori lo considera un’emergenza da affrontare subito, mentre tra i titolari di microimpresa la quota si ferma al 45,6%. Quasi venti punti di distanza, il gap più ampio registrato dall’indagine.

Il capitolo sull’intelligenza artificiale conferma che l’AI è entrata nel dibattito, ma non ancora nei processi. Tra i consumatori l’uso regolare di ChatGPT si ferma al 20,8%, mentre tra i titolari di impresa scende al 14,4%. Nelle microimprese, il 53,9% dichiara di non usare affatto l’AI, il 24,6% la utilizza solo occasionalmente, il 20,3% in alcune funzioni e appena l’1,2% la considera già integrata stabilmente nei processi di lavoro.

Le applicazioni restano soprattutto operative: preventivi, offerte e documenti aziendali per il 23,9% delle imprese, comunicazione e marketing per il 18,2%, gestione clienti e vendite per il 13,2%. Solo il 4,9% la usa per l’organizzazione interna del lavoro.

Il punto, però, non sembra essere la paura. Il 46,9% delle imprese afferma di non avere chiaro l’utilizzo concreto dell’AI, mentre il 33% non vede ancora un beneficio economico o operativo evidente. I timori su errori, responsabilità e affidabilità si fermano all’1,5%.

Per Epifani, il vero nodo è la capacità di trasformare tecnologie ormai disponibili in applicazioni concrete e innovazione di processo. "Il gap non è l’accesso alle tecnologie", spiega, "ma la capacità di tradurle in applicazioni concrete, integrandole nei modelli di business".

Una sfida che, per microimprese e policy maker, diventa sempre più urgente: accompagnare la trasformazione non solo con strumenti tecnologici, ma con competenze, linguaggi e soluzioni costruite sui bisogni reali dei territori e dei settori produttivi.

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