Spread vicino a 130 punti, cala la fiducia nei titoli di Stato. Cosa sta succedendo?

Potrebbe essere finita la lettura ottimistica da parte dei mercati di una realtà sempre più arrotolata in una spirale di bassa crescita, inflazione che sale e incertezza che regna incontrastata

Spread vicino a 130 punti, cala la fiducia nei titoli di Stato. Cosa sta succedendo?
02 ottobre 2026 | 16.43
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Sale ancora lo spread, intorno a quota 130, su livelli massimi da più di un anno e mezzo. L'andamento del differenziale tra il Btp a dieci e l'omologo Bund tedesco, insieme alla crescita rapida dei rendimenti di molti altri titoli sovrani, è un segnale chiaro. Potrebbe essere finita l'ottimistica lettura da parte dei mercati di una realtà sempre più arrotolata in una spirale di bassa crescita, inflazione che sale e incertezza che regna incontrastata. L'aveva detto già all'inizio dell'estate, con sorprendente nettezza, il Governatore della Banca d'Italia Fabio Panetta: "I rischi sono incorporati solo in parte nelle valutazioni di mercato" mentre "la persistente incertezza geopolitica espone i mercati a correzioni anche brusche". Parole che oggi suonano non più come un avvertimento ma come una previsione che si è concretizzata.

Cosa è cambiato in questi mesi?

La domanda che ricorre è: cosa è cambiato in questi mesi? La risposta che pesa di più nell'analisi di quello che sta avvenendo può essere sorprendente: sostanzialmente, niente. E questo è il problema. Ovvero, nessuna delle incognite che si vedevano è stata risolta e, anzi, lo scenario si è ulteriormente complicato. Gli investitori hanno un ragionevole tempo massimo di sopportazione e, quando si esaurisce, cambiano strada. A pesare è, come sempre quando si parla di finanza, un elemento più degli altri: la fiducia. Vale per i titoli delle grandi aziende e vale, a maggior ragione, per i titoli di Stato. Se le prospettive restano incerte troppo a lungo, vengono messe in discussione le capacità di tenuta e la reazione è una corsa alla vendita, che genera una pressione che fa aumentare i rendimenti e, di conseguenza, i costi di finanziamento.

Le guerre non si fermano, l'inflazione sale

La guerra in Ucraina va avanti da più di quattro anni e sette mesi, con le tensioni tra la Russia e la Nato sempre più forti e lo spettro di un incidente che possa allargare il conflitto sempre più vicino a un rischio reale che a un'ipotesi di scuola. Anche la guerra in Medio Oriente è sempre aperta, con le minacce e gli ultimatum tra Iran e Stati Uniti a scandire una cronaca fatta di un sostanziale immobilismo. La strategia sbandierata dal maggiore azionista dello scacchiere globale, Donald Trump, appare velleitaria anche agli occhi degli osservatori più ottimisti. E anche il ritorno delle petroliere nello Stretto di Hormuz non ha portato al calo dei prezzi di greggio, benzina e diesel. L'inflazione è tutt'altro che sotto controllo, come dimostrano i dati di settembre in Francia, Germania e Italia, superiori alle attese degli analisti.

Cosa succede a mutui e prezzi?

Questi dati, con un effetto a catena, rendono probabili nuovi interventi delle banche centrali, la Bce per l'Europa e la Fed per gli Stati Uniti. Il loro mandato principale è focalizzato proprio sulla stabilità dei prezzi e il percorso è sostanzialmente imposto proprio dall'andamento dei dati, prescindendo dalle puntuali obiezioni dei governi che vorrebbero 'commissariare' la politica monetaria. Le conseguenze più dirette sono, per i consumatori, quelle legate a un costo del denaro più alto: aumentano le rate da pagare dei mutui a tasso variabile già in essere, aumentano i tassi, anche quelli fissi, dei mutui di nuova erogazione. Tutto questo, stando alla dottrina economica, dovrebbe avvenire in cambio di un raffreddamento dei prezzi.

Perché gli investitori abbandonano i Titoli di Stato?

La catena innescata dalle guerre che non finiscono, e dalle relative conseguenze, ha contribuito a creare un contesto che spinge gli investitori a vendere i bond e che, in prospettiva, può scoraggiarli dall'aderire a nuove emissioni. Una fuga dal debito pubblico che fa riavvolgere il nastro della storia finanziaria. Non siamo ancora ai numeri e allo scenario della crisi del 2011, quando lo spread italiano arrivo a quota 570, ma il rischio che non va mai sottovalutato è che l'effetto contagio, con la complicità della speculazione, possa complicare rapidamente una situazione come quella attuale. I primi a essere presi di mira sono i Paesi più fragili da un punto di vista finanziario. E in questa fase lo sono quasi tutti i principali paesi europei: la Francia, per l'ormai cronica instabilità politica; la Germania, per la stagnazione economica e la crisi industriale; l'Italia, per il suo debito pubblico sempre troppo alto. (Di Fabio Insenga)

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