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"Militari sparano in Venezuela, 2 morti al confine"

ESTERI
Militari sparano in Venezuela, 2 morti al confine

(Afp)

Due indigeni Pemon sono stati uccisi dai militari venezuelani nell'area del villaggio di Kumarakapay, al confine con il Brasile. Lo afferma il deputato Americo De Grazia, membro dell'assemblea nazionale. Tra i 14 feriti, 3 sono in condizioni gravi e sono stati trasferiti in un ospedale di Santa Elena di Uairen. "I militari hanno aperto il fuoco contro la comunità indigena - dice De Grazia all'emittente tv Venezuela - che si opponeva al passaggio di una colonna di mezzi".


Alle 6.30 di oggi, un convoglio militare ha raggiunto una sorta di checkpoint creato dalla popolazione indigena Pemon nel villaggio, lungo la principale strada che nella regione collega Venezuela e Brasile. L'arteria è determinante per il passaggio degli aiuti umanitari che vengono raccolti in territorio brasiliano. Quando i civili hanno cercato di bloccare la colonna, i militari hanno aperto il fuoco. La popolazione indigena del villaggio di Kumarakapay ha sequestrato un generale della guardia nazionale venezuelana, José Miguel Montoya. Il militare, come riferisce il deputato De Grazia, è ritenuto responsabile dell'azione che ha provocato i due morti. Ieri Nicolas Maduro ha disposto la chiusura del confine tra Brasile e Venezuela ''per proteggere la pace nazionale".

I vescovi venezuelani esortano i militari a schierarsi "dalla parte del popolo" per consentire l'ingresso di aiuti nel Paese. La Conferenza episcopale lancia un appello ai membri della Fuerza Armada Nacional Bolivariana, evidenziando "il peggioramento generale delle condizioni di vita, soprattutto per quanto riguarda alimentazione e salute". Il Paese, affermano i vescovi, "ha bisogno degli aiuti umanitari" e Nicolas Maduro "ha l'obbligo di occuparsi delle necessità della popolazione. Chiedere e ricevere aiuti non costituisce un tradimento nei confronti della patria" ma "è un dovere morale che riguarda tutti, davanti alle drammatiche sofferenze del popolo venezuelano".

"Noi speriamo che i militari capiscano che la nostra è una lotta umanitaria e non politica, che il popolo venezuelano è disperato, e che quindi facciano passare gli aiuti". Alla vigilia di quello che viene definito il 'D-Day' per il Venezuela, Rodrigo Diamanti, coordinatore in Europa per gli aiuti umanitari e rappresentante in Italia di Juan Guaidò, illustra gli scenari possibili, auspicando che i militari si schierino dalla parte della popolazione e che "non ci siano interventi esterni". "Ci sono due scenari - dice Diamanti all'Adnkronos, parlando da Cucuta, la città al confine tra Colombia e Venezuela dove sono ammassate decine di tonnellate di aiuti umanitari che l'opposizione vuole far entrare nel Paese, in aperta sfida al regime di Maduro, che potrebbe bloccare il passaggio con la forza, e dove oggi si tiene il Venezuela live aid - Uno è che i militari blocchino gli aiuti, anche con l'uso della forza. L'altro, e questo è il nostro auspicio, è che i militari riconoscano che la nostra è una lotta umanitaria e non politica. Io credo di più a questo secondo scenario, perché i soldati e le loro famiglie stanno soffrendo come tutto il popolo".

"Il problema potrebbe arrivare da gruppi cubani o paramilitari, potrebbero essere loro a intervenire per bloccare gli aiuti, non i soldati regolari", avverte Diamanti, riferendo che "continuano i contatti e gli scambi di messaggi di Guaidò con i soldati" per evitare lo scenario peggiore. "Domani è il D-Day - insiste l'uomo del presidente venezuelano ad interim in Italia - tutti gli occhi del mondo saranno puntati su di noi, la pressione è molto alta, ma se domani non dovessero lasciarci passare, noi andremo avanti con la nostra azione fino a quando non consentiranno il passaggio degli aiuti". E per confermare la loro volontà pacifica, Diamanti fa sapere che tutti i volontari indosseranno delle "magliette bianche, formando una catena umana che marcerà ispirata alla non violenza di Gandhi".



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