Maduro in tribunale a New York, rappresentato da avvocato di Assange

Dopo l'operazione militare che ha portato alla cattura del presidente venezuelano, Trump rivendica il "controllo" del Paese: "Ci serve accesso totale a petrolio". E minaccia Colombia, Cuba, Messico e Iran

Maduro trasferito in tribunale
Maduro trasferito in tribunale
05 gennaio 2026 | 08.12
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Il presidente venezuelano Nicolas Maduro in tribunale a New York oggi, 5 gennaio, per la prima udienza del processo a suo carico negli Stati Uniti. Maduro è arrivato a bordo di un elicottero a Manhattan dove dovrà rispondere delle accuse di possesso di droga e armi. In abiti da detenuto, l'ormai ex leader di Caracas è sceso dall'elicottero ammanettato ed è stato trasportato su un blindato presso il tribunale Daniel Patrick. Dietro di lui, scortata da agenti della Dea, la moglie Cilia Flores, anche lei ammanettata e con abiti da detenuta.

Le autorità statunitensi hanno imposto condizioni rigorose per garantire che nulla compromettesse la sicurezza del trasferimento dal carcere di Brooklyn, chiudendo le strade lungo il percorso. Maduro e la moglie Cilia Flores saranno trattenuti presso il tribunale Daniel Patrick di Manhattan fino alla loro udienza, prevista per le 18 ora italiana.

Maduro sarà rappresentato in aula a New York da Barry Pollack, avvocato di Washington che ha di recente negoziato l'accordo che ha portato al rilascio di Julian Assange, il fondatore di Wikileaks. E' quanto emerge dai documenti depositati in tribunale.

Intanto, dopo l'operazione militare in Venezuela il presidente americano Donald Trump ha dichiarato che gli Stati Uniti sono ora “al comando” del Paese, mentre la presidente ad interim venezuelana Delcy Rodríguez ha chiesto una “cooperazione” con Washington. Il tycoon inoltre non esclude nuove azioni nella regione: nel mirino ci sono Colombia, Messico e Cuba. Ma il leader Usa punta anche alla Groenlandia e 'avverte' l'Iran.

Trump: "Abbiamo noi controllo del Venezuela". Rodriguez: "Lavoriamo insieme"

''Abbiamo noi il controllo del Venezuela'' e agli Stati Uniti serve ''l'accesso totale al petrolio e alle altre risorse del Paese per poterlo ricostruire'', ha dichiarato Trump parlando ai giornalisti a bordo dell'Air Force One. Trump ha poi detto di non aver ancora parlato con la presidente ad interim Delcy Rodriguez e di ritenere prematuro parlare di elezioni, prima bisogna stabilizzare il Venezuela.

Rodriguez, da parte sua, ha chiesto un rapporto ''bilanciato e rispettoso'' con gli Stati Uniti. ''Riteniamo prioritario procedere verso un rapporto equilibrato e rispettoso tra Stati Uniti e Venezuela", ha scritto su Telegram. "Invitiamo il governo degli Stati Uniti a collaborare su un programma di cooperazione mirato allo sviluppo condiviso'', ha aggiunto.

Minacce a Colombia, Cuba, Messico e Iran

''La Colombia è governata da un uomo malato a cui piace produrre cocaina, ma non ancora per molto'' perché nel Paese è possibile una ''missione statunitense simile'' a quella venezuelana, ha detto Trump. Oltre alla Colombia, tra i Paesi minacciati dal presidente Usa c'è anche il Messico che "deve darsi una regolata, dobbiamo fare qualcosa'', anche se la sua presidente Claudia Sheinbaum è ''una persona fantastica, le offro ogni giorno di inviare truppe".

Per quanto riguarda Cuba ''è pronta a cadere'' da sola, ''non penso sia necessario agire'' lì, ha aggiunto Trump affermando che i cubani ''ora non avranno più soldi in arrivo'' dal Venezuela.

Infine l'Iran che verrà "colpito molto duramente" dagli Stati Uniti se verranno uccisi altri manifestanti che stanno partecipando alla protesta di piazza contro il governo di Teheran e il carovita. "Stiamo monitorando la situazione molto attentamente. Se iniziano a uccidere persone come hanno fatto in passato, penso che saranno colpiti duramente dagli Stati Uniti", ha detto il presidente americano.

Petro a Trump: "Pronto a riprendere le armi"

Il presidente della Colombia, Gustavo Petro, si è detto pronto a "riprendere le armi", rispondendo alle minacce di un'azione militare avanzate da Trump.

"Sebbene non sia stato mai militare, conosco la guerra e la clandestinità. Ho giurato di non toccare più un'arma dall'Accordo di pace del 1989, ma per la Patria riprenderò le armi", ha scandito l'ex membro del gruppo di guerriglieri M-19 in un lungo post su X.

"Non sono illegittimo, né sono un narcotrafficante, come beni ho solo la mia casa di famiglia che sto ancora pagando con il mio stipendio. I miei estratti conto bancari sono pubblici. Nessuno può dire che ho speso più del mio stipendio. Non sono avido", ha proseguito Petro, dicendo di avere "enorme fiducia" nel popolo colombiano a cui "ho chiesto di difendere il presidente da qualsiasi atto violento e illegittimo. L'ordine alle forze dell'ordine è di non sparare al popolo, ma all'invasore".

A Trump ha replicato anche la presidente messicana Claudia Sheinbaum. Le Americhe "non appartengono" a nessuna potenza, ha scandito. Trump ha descritto l'operazione militare statunitense di sabato in Venezuela come un aggiornamento della Dottrina Monroe. Sheinbaum ha replicato, affermando: "Le Americhe non appartengono a nessuna dottrina o a nessuna potenza. Il continente americano appartiene ai popoli di ciascuno dei Paesi che ne fanno parte".

Le mire di Trump sulla Groenlandia

"Abbiamo bisogno della Groenlandia per salvaguardare la sicurezza nazionale. E' molto strategica'', ha inoltre insistito Trump, sostenendo che ''anche l'Unione europea ha bisogno che possediamo la Groenlandia''. Il presidente americano ha aggiunto che ''in questo momento la Groenlandia è accerchiata da navi russe e cinesi ovunque'' e che ''la Danimarca non sarà in grado'' di gestire questa situazione.

"Adesso basta", ha reagito il primo ministro groenlandese Jens Frederik Nielssen. "Basta pressioni. Basta allusioni. Basta fantasie di annessione. Siamo aperti al dialogo. Siamo aperti alla discussione. Ma tutto questo deve avvenire attraverso i canali appropriati e nel rispetto del diritto internazionale", ha scritto su Facebook il capo del governo groenlandese.

Riunione del Consiglio di Sicurezza Onu

"Rimango profondamente preoccupato per il mancato rispetto delle norme del diritto internazionale", ha dichiarato il segretario generale dell'Onu, Antonio Guterres, nel corso della riunione d'emergenza del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite dedicata alla crisi in Venezuela.

"Sono profondamente preoccupato per il possibile aggravarsi dell'instabilità nel Paese, il potenziale impatto sulla regione e il precedente che potrebbe creare per le relazioni tra gli Stati", ha affermato Guterres, il cui intervento è stato letto dalla sottosegretaria Onu per gli Affari Politici, Rosemary Di Carlo.

"Non stiamo occupando un Paese: si è trattato di un'operazione di polizia", ha affermato l'ambasciatore statunitense presso le Nazioni Unite, Mike Waltz, condotta "in esecuzione di atti d'accusa legittimi esistenti da tempo", ha aggiunto, reiterando le parole del segretario di Stato Usa Marco Rubio secondo cui "non c'è alcuna guerra contro il Venezuela o il suo popolo".

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