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Iraq: morto Tareq Aziz, il volto 'umano' del regime di Saddam

05 giugno 2015 | 18.40
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A causa di un attacco cardiaco in un ospedale di Nassiriya

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Tarek Aziz in una foto del 2006 (Afp)

Tareq Aziz è morto oggi a causa di un attacco cardiaco in un ospedale di Nassiriya. Proprio nella città dell'Iraq meridionale l'ex ministro era stato trasferito - secondo i media iracheni - "negli ultimi tempi del governo Maliki (premier fino all'agosto 2014, ndr)", dopo una lunga detenzione in una prigione a Baghdad. Di religione cristiano caldea, nato a Mosul 79 anni fa, Tarek Aziz, è stato per 30 anni al potere nel Paese .

Noto ai tempi della prima guerra del Golfo, quando ricopriva la carica di ministro degli Esteri, come "il volto umano" della dittatura, è stato invece giudicato con severità dall'opposizione irachena, che lo ha accusato di aver negato i massacri dei curdi, di aver taciuto sulle esecuzioni di massa e tollerato il sistema di torture e intimidazioni voluto dal rais.

La sua carriera politica iniziò nel 1968: in quell'anno, Michael Yuhanna, il suo vero nome poi arabizzato in quello di Tareq Aziz , si trasferì con la famiglia a Baghdad, dove iniziò a militare nel partito di governo Baath. E così Aziz passò dalla professione di giornalista a quella di ministro dell'Informazione, una carica tra le più delicate in un regime 'impenetrabile' come quello iracheno.

Fedelissimo del regime, su Tarek Aziz erano però circolate voci secondo cui Saddam lo accusava di essere un traditore. A fugare tutti i dubbi era stato Ziad, il figlio primogenito del "volto umano" del regime, che aveva smentito dissapori o litigi, mai avvenuti tra suo padre e Saddam.

Resta famoso il suo rifiuto di consegnare una lettera da parte di George Bush senior a Saddam Hussein, che l'allora segretario di Stato americano, James Baker, voleva affidargli a Ginevra poco prima che iniziasse la guerra del Golfo.

Il defunto vice presidente iracheno era stato arrestato il 24 aprile del 2003, dopo essere stato tra i 55 gerarchi più ricercati dalla coalizione, con l'accusa di aver preso parte alla decisione di uccidere 42 persone in un blitz della polizia irachena avvenuto nel 1999.

La sua odissea giudiziaria ha vissuto fasi altalene: il 2 marzo 2009 era stato assolto e liberato, ma pochi giorni dopo era stato giudicato colpevole di crimini contro l'umanità e condannato a 15 anni di carcere. Il 2 agosto dello stesso anno era stato condannato a sette anni di carcere per aver contribuito a pianificare la deportazione dei curdi dal nord Iraq.

Sottoposto a più capi d'imputazione in relazione con la repressione delle rivolte sciite del 1991, il 26 ottobre 2010 era stato condannato a morte mediante impiccagione per il ruolo avuto nelle persecuzioni alla comunità sciita. La condanna era stata tuttavia sospesa, soprattutto a seguito delle proteste dell'Unione europea.

Diabetico e cardiopatico, le sue condizioni di salute avevano più volte suscitato preoccupazione e molte campagne erano state lanciate a livello internazionale per la sua liberazione. In più occasioni aveva chiesto asilo, senza successo, a paesi occidentali tra i quali l'Italia. Nel nostro paese, sulla sua vicenda, c'era stata una grande mobilitazione da parte del Partito Radicale.

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