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Marchionne rilancia la fusione con Gm. Berta: "Complicata, è improbabile"

31 agosto 2015 | 13.08
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Sarebbe addirittura "irresponsabile" non puntare su una fusione tra Fca e General Motors. Parola di Sergio Marchionne che, in un'intervista a Automotive News, spiega le ragioni del suo nuovo affondo: la fusione può produrre "30 miliardi di dollari all'anno cash" e "basta pensare a questo numero" per concludere che "sarebbe irragionevole non forzare" il potenziale partner, argomenta, convinto che non ci sia altra scelta che "mettere pressione su Gm per cominciare a discutere ora".

Ma uno dei massimi esperti del settore, lo storico della Bocconi ed ex responsabile dell'archivio Fiat Giuseppe Berta, raffredda gli entusiasmi. Si tratta, dice all'Adnkronos, di un'opzione "complicata e poco probabile". A pesare, spiega, sono soprattutto "l'aperta ostilità del management di Gm e la costellazione di interessi, anche politici" che gravitano intorno al colosso americano.

L'analisi di Berta parte dalla posizione espressa più volte da Marchionne, che "mette l'accento sul vizio strutturale del settore auto che comporta un sovrainvestimento, con cifre colossali che anche le migliori imprese del settore non sono in grado di sostenere". In questo scenario, si inserisce la proposta dell'Ad di Fca, convinto che sia necessaria "la nascita di un grande gruppo con Gm e Fca insieme, un gruppo capace di produrre 15 mln di vetture all'anno". Il problema, evidenzia però il professore della Bocconi, sono "le fortissime resistenze del management di Gm, con l'Ad Mary Barra che ha già comunicato la sua indisponibilità a prendere in considerazione la sollecitazione di Marchionne". Questo, osserva, "anche considerando che l'aggregazione sarebbe guidata dall'impresa più piccola e che l'elemento aggregante sarebbe lo stesso Marchionne".

Non solo. Secondo Berta è lo standing stesso di General Motors, e le conseguenze politiche che ne derivano, a costituire un ostacolo difficile da aggirare. "E' l'impresa a Stelle e Strisce per definizione e fino alla grande crisi è stata la più grande impresa americana al mondo. Difficilmente la politica americana, soprattutto se il prossimo presidente fosse repubblicano, potrebbe dare il suo via libera", argomenta lo storico.

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