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Pci, storico Fabbri: "Nacque contro protezionismo cooperativo ma dal '45 legame determinante per Lega"

19 gennaio 2021 | 13.21
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Il movimento cooperativo, fenomeno economico caratterizzato dal profilo socio-imprenditoriale, nacque in Italia nella seconda metà dell’800 nel periodo dell’Unità d’Italia, 150 anni fa ed è quindi di molto antecedente alla fondazione del Partito Comunista Italiano, avvenuta 100 anni fa. Al 1854 risale la fondazione del Magazzino di previdenza di Torino degli operai torinesi, una società di mutuo soccorso che contava alcune centinaia di adesioni e che dette vita ad uno spaccio di generi alimentari di prima necessità e che è considerata la prima impresa cooperativa italiana.

Tuttavia, le cosiddette cooperative “rosse”, che ebbero il loro fulcro nella Lega delle cooperative, legarono le loro sorti al Partito Comunista quando nel 1945 venne ricostituita la Lega, dopo l’esperienza della Federazione delle società cooperative che era stata fondata nel 1886 e poi sciolta nel periodo fascista dal prefetto di Milano nel 1925.

“Il collante tra Lega delle cooperative e il Pci nacque e si saldò dopo la Resistenza e la caduta del Fascismo, quando Togliatti inserì il Pci tra i fautori del processo di democratizzazione del paese di cui l’associazionismo cooperativo, e i suoi stretti legami con la rete dei comuni rossi, sarebbe stato uno dei punti di forza”. A delineare il quadro storico, l’evoluzione ed i legami con il Pci delle cooperative italiane è lo storico Fabio Fabbri intervistato dall’Adnkronos in occasione del Centenario della nascita del Pci, autore di numerosi saggi sulla storia del socialismo italiano, sulla cooperazione e sulle origini del fascismo, tra i quali ‘Il movimento cooperativo nella storia d’Italia’ (Feltrinelli, 1979).

”Parallelamente, il Pci sostituì la gloriosa tradizione riformista e la storica presenza del Psi alla leadership della Lega, tanto che nel 1947, venne eletto presidente Giulio Cerreti (lo sarà fino al 1963), già braccio destro di Togliatti a Mosca”, sostiene Fabbri, che è stato responsabile della Biblioteca della Lega delle Cooperative ed è stato professore ordinario di Storia Contemporanea all’Università Roma Tre.

“Il Pci, che nel 1921 nacque in opposizione ai ‘traditori’ riformisti, considerò la sua nascita in opposizione alle ‘correnti degenerate del socialismo, imputridite nel parassitismo statale’, prosegue Fabbri citando quanto scrisse Antonio Gramsci alla vigilia di Livorno. "Esse avevano creato, soprattutto al Nord, aristocrazie operaie che con il loro ‘protezionismo cooperativo credevano di emancipare la classe operaia alle spalle della maggioranza del popolo lavoratore’. A Livorno quindi i comunisti attaccarono puntualmente in modo diretto e frontale il movimento cooperativo”.

Fabio Fabbri a sostegno della sua analisi cita Amadeo Bordiga, il primo segretario del Partito Comunista, che “nella sua relazione congressuale, negò che il proletariato sarebbe potuto giungere alla rivoluzione con un partito come quello socialista; e che le cooperative potevano essere fortilizi della rivoluzione nelle mani di un partito proletario, ma potevamo essere, secondo Bordiga: ‘fortilizi della controrivoluzione nelle mani di un partito socialdemocratico’”.

Tornando ai legami del Pci con la Lega delle cooperative lo studioso racconta come il sostegno del Pci sia stato “determinante e fondamentale allo sviluppo della Lega. Gli ideali associati e la origine storica della cooperazione, naturalmente orientata a favore delle classi popolari, fu un motivo di condivisione con la battaglia condotta dal Pci in Italia. A ciò si aggiunga che, all’interno della struttura organizzativa del Pci, un settore specifico era dedicato alla cooperazione, spesso affidato a personaggi di rilievo, come Domenico Marchioro, Agostino Novella, Gerardo Chiaromonte. Inoltre, dal 1947 ad oggi la maggior parte dei presidenti di Legacoop sono stati iscritti e proposti dal Pci”.

In ogni caso, “i legami tra i partiti della Sinistra e la Lega sono stati sempre forti e stringenti. – ricostruisce lo storico Fabio Fabbri - Per oltre 40 anni, dal 1947 ai primi anni Novanta, sia il Pci che il Psi, ed anche il Pri, intervenivano, in proporzione alla loro consistenza elettorale, sulla nomina di dirigenti nazionali, provinciali e settoriali del movimento cooperativo. Ed anche la politica di intervento economico e finanziario della Lega non fu mai avulsa da quelle che erano le direttive di marcia dei partiti di riferimento, almeno fino al 1992".

"Alla fine di quell’anno, infatti, in seguito allo sgretolamento dei partiti tradizionali, causato sia dal ciclone di Tangentopoli che dal disgregamento dell’Urss, si mise in moto nell’universo cooperativo un processo di autonomia dai partiti di riferimento".

"Sembrava insomma – osserva Fabbri - di essere vicini all’esaurimento e alla crisi di un modello storico, quando il neo presidente della Lega, Giancarlo Pasquini (1992-1996), in una storica intervista a ‘l’Unità’ del 2 dicembre 1992 dichiarò che era ‘morto e sepolto il meccanismo della cinghia di trasmissione, come pure finita la cooperazione di partito’”.

Ma in quali settori delle coop rosse attecchirono maggiormente i valori del Comunismo? “In primo luogo in quello delle cooperative bracciantili, - argomenta Fabbri - le cui radici risalgono al 1883 e alla figura storica di Nullo Baldini, oggi corrispondenti alle cooperative di lavoro agricolo. Segue tutto il settore delle cooperative di muratori, alcune delle quali hanno avuto uno sviluppo di primo piano in campo nazionale ed europeo come la Cmc di Ravenna. Seguono poi quelle dei facchini, dei portuali, dei trasportatori e di tutti quei settori in cui la mano d’opera fosse in primo piano nel rapporto di lavoro”.

Quanto a ideali comuni e influenza storica del Pci c’è da dire che “la Legacoop ha sempre avuto bisogno di una rete legislativa che tutelasse il variegato mondo e i diversi settori delle sue associazioni, sia nel mercato che in sede politico giudiziaria. A partire dall’art. 45 della Costituzione, di cui fu promotore e interprete il comunista Aladino Bibolotti, che recita: ‘La Repubblica riconosce la funzione sociale della cooperazione a carattere mutualistico e senza fini di speculazione privata’. E’ ovvio che una forte rappresentanza storica e parlamentare dei partiti della sinistra, e in particolare del Pci, - argomenta Fabbri - ha particolarmente influito sullo sviluppo della cooperazione, soprattutto in quei settori, qual è quello della produzione e lavoro in cui è più manifesta l’associazione tra coloro che uniscono i propri mezzi e le proprie braccia per intervenire sul mercato del lavoro, senza l’intermediazione del privato o di chi detiene la proprietà dei mezzi di produzione”. (di Cristina Armeni)

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