Fat Dog: "Poche regole, per questo siamo arrivati fin qui"

La formazione britannica pubblica venerdì il secondo album in studio 'Cancel Me (I'm Tired) tra elettronica, rock, psichedelia, country e la solita dose di ironia che contraddistingue Joe Love e soci

I Fat Dog
I Fat Dog
29 settembre 2026 | 16.36
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Risate, battute e improvvise incursioni nel surreale. Con Joe Love, cantante dei Fat Dog, e il violinista Jed Bevington è difficile capire dove finisca lo scherzo e cominci la serietà. È anche questo il tratto distintivo della band londinese, capace di mescolare irriverenza e sperimentazione, sul palco come nelle conversazioni. L'AdnKronos li incontra a Milano, in un’afosa mattina di luglio, poche ore prima del concerto in cui apriranno per i Foo Fighters. L’occasione è l’uscita di 'Cancel Me (I’m Tired)', il secondo album, in arrivo venerdì 2 ottobre, che segna un deciso cambio di passo rispetto al debutto 'Woof.': un disco in cui l’elettronica incontra il rock, la psichedelia lascia spazio al country e l’ironia convive con testi più personali. L'album arriva dopo due anni di intensa attività dal vivo, con tour internazionali e concerti che hanno consolidato la reputazione del gruppo come una delle realtà più interessanti della nuova scena britannica.

Al centro ci sono i testi del frontman Joe Love, che questa volta ha attinto più direttamente alle esperienze degli ultimi due anni, tra vita privata, matrimonio, dipendenze, rapporti familiari, amore e intelligenza artificiale. Non mancano riferimenti ironici e surreali, dagli extraterrestri alla cultura pop. La lavorazione è stata particolarmente impegnativa per Love, che ha iniziato a registrare subito dopo un caotico tour negli Stati Uniti, durante il quale, racconta la band, tutti i componenti hanno attraversato momenti di difficoltà.

Partiamo dal titolo ‘Cancel Me (I’m Tired)’. Sembra quasi una provocazione. Cosa vi ha stancato davvero quest’anno?’

"È una specie di scherzo. Non crediamo che la gente debba cercarci chissà quale significato. Siamo musicisti: e la cosa peggiore che un musicista possa dire è “Sono stanco di fare musica”. È più che altro una battuta su alcune cose, soprattutto legate al mondo della musica. Anche l’intelligenza artificiale era un po’ al centro dello scherzo: per un attimo tutti hanno pensato che l’Ai avrebbe portato via il loro lavoro, poi si sono resi conto che non era ancora arrivata a quel punto. Così ci siamo messi comodi e abbiamo tirato un sospiro di sollievo per cinque minuti”.

Qualcuno ha descritto i Fat Dog come “la band più selvaggia e perfezionista d’Inghilterra”. Anche sul palco tutto sembra caotico ma quanto lavoro e quanto controllo ci sono dietro questo caos?

"Non ne siamo sicuri ma sì, è qualcosa su cui lavoriamo. Il punto è che il caos nasce dalla musica e dall'energia che si crea quando la suoniamo. E quell'energia deriva dal fatto che ci piace fare musica che suoni bene e che ci entusiasmi davvero. Da lì arriva tutto il resto. Però non credo proprio che siamo la band più perfezionista d'Inghilterra".

Come vi descrivereste, allora?

"Siamo perfezionisti ma fino a un certo punto. Cerchiamo sempre di migliorare quello che facciamo, di farlo suonare al meglio, ma arriva un momento in cui smette di essere divertente e allora bisogna andare avanti. Quando la sezione ritmica è solida e precisa, tutto il resto scorre con maggiore naturalezza. E se il pubblico ci restituisce qualcosa, possiamo spingere la musica verso direzioni più insolite e inaspettate. È uno scambio continuo. Altre volte, invece, ti ritrovi davanti a una platea immobile e non puoi fare a meno di chiederti, arrossendo: "La nostra musica fa davvero così schifo?".

Che rapporto avete col pubblico italiano?

"Gli italiani ci danno dentro. Abbiamo fatto dei concerti davvero belli in Italia. Il migliore che abbiamo mai fatto qui è stato in Sicilia. E’ stato un concerto fantastico. Il pubblico era completamente fuori di testa. Sembrava che fosse sceso in strada tutto il paese. C’era un’energia incredibile. E il ragazzo che organizza il festival ha una regola: una band può suonare lì una sola volta. Quindi puoi andarci soltanto una volta nella vita. È una cosa piuttosto bella".

La vostra musica è sempre stata così? A volte viene definita electro post-punk, ma nel nuovo album ci sono rave, country, pop, psichedelia. Se doveste spiegare i Fat Dog a qualcuno che non vi ha mai ascoltato, come descrivereste la vostra musica?

"Non ne abbiamo davvero idea. Forse 'confused core'. Ma cercare di definire la nostra musica significa soprattutto cercare un'etichetta. Potremmo dire semplicemente rock: è un genere libero, abbastanza ampio da contenere quasi tutto. Per questo volevamo fare un disco rock. Ormai, se ci pensi, tutto è rock. Anche il country"

Avete iniziato durante la pandemia ma la formazione completa è arrivata dopo un po’. Quando avere capito che la vostra chimica funzionava davvero?

"La formazione è sempre stata in continua evoluzione. Fino a un anno fa eravamo in cinque e con persone diverse. Nel tempo alcuni membri sono usciti e altri sono entrati, quindi il cambiamento è sempre stato una costante. Spero però che d'ora in avanti le cose si stabilizzino, vorremmo mantenere questa formazione il più a lungo possibile. Gestire questi cambiamenti può essere piuttosto stressante. C'è chi decide di intraprendere nuovi percorsi professionali, chi perde interesse nel progetto. Il nostro ultimo bassista, per esempio, ha trovato la fede e ha scelto di non suonare più. In altri casi, come per il batterista e altri musicisti, è semplicemente venuto meno il coinvolgimento. Se facciamo i conti, nel corso degli anni circa otto persone hanno lasciato la band. Per questo è bello poter contare, almeno per ora, su una formazione relativamente stabile".

Vorreste aggiungere altri membri?

"Ballerini di supporto. Coristi soul. Un tastierista. Un suonatore di theremin. Ci serve un thereminista. E un cantante lirico".

Ci avete già provato?

"Una volta abbiamo provato con un cantante lirico ma non ha funzionato molto bene. Era una persona che stava lì e cantava lirica per tutto il tempo. Dopo una canzone abbiamo pensato: “Ok, messaggio ricevuto".

Devo chiedervelo: perché Fat Dog? Perché ‘fat’ e perché ‘dog’? Qual è la storia dietro il nome della band?

Risponde Joe: "Credo che tutto sia nato durante il lockdown, quando avevo un account Instagram dove pubblicavo le foto dei cani più grassi che riuscivo a trovare. Beagle da cento chili, insomma: i cani più sovrappeso e dall'aria più malinconica che mi capitavano sotto gli occhi. Poi arrivò il nostro primo concerto e il promoter ci chiese all'improvviso: 'Come vi chiamate?'. Avevamo una decina di minuti per trovare un nome. Ci siamo guardati e alla fine abbiamo pensato: 'Fat Dog'. E da allora è rimasto quello".

C’è anche un cane con le ali sulla copertina del nuovo album…

"Volevamo dargli un'atmosfera più pacifica. A dire il vero, per questo disco avevamo persino pensato di abbandonare del tutto l'immaginario dei cani. Poi, all'ultimo, ci siamo detti: 'Al diavolo, mettiamoci un altro cane'. Mi piace perché trasmette un senso di calma e serenità. In fondo anche il disco va in quella direzione: è più etereo, più sospeso, meno irruento. E un cane con le ali mi sembrava l'immagine perfetta per rappresentarlo."

E nel nuovo disco c’è anche un ‘Bad Dog’…

Risponde Joe: "Sì, è uno di quei brani che ogni tanto mi fanno pensare: 'Forse abbiamo esagerato'. In realtà, però, è una canzone piuttosto vecchia. Risale al periodo tra il primo album e questo e l'abbiamo sviluppata durante il tour. All'inizio ne esisteva soltanto il primo minuto: l'avevamo pensata per il nostro set a Glastonbury, come una sorta di scarica di energia per accendere il pubblico. Poi ci siamo affezionati all'idea e abbiamo deciso di trasformarla in un brano vero e proprio".

Il nuovo album mette insieme moltissime influenze, dai DAF a Ennio Morricone, passando per gli Electric Six. C’è un artista a cui tornate sempre?

"Ennio Morricone ci fa piangere ogni volta. Beh, non proprio ogni volta. Siamo di parte. Lui è un maestro degli archi. È il re. In Italia avete una tradizione straordinaria quando si parla di colonne sonore. Ci sono tantissimi compositori che hanno scritto pagine memorabili per gli archi e io continuo a tornare spesso a Ennio Morricone. Ha realizzato così tanti dischi incredibili che conosco a memoria, pur non avendo visto molti dei film per cui furono composti. Nel 1969, per esempio, sembrava essere in uno stato di grazia: scriveva alcune delle musiche più belle di sempre. Pensiamo a brani come ‘Sean, Sean’, il celebre tema di Giù la testa di Sergio Leone".

Conoscete altri artisti italiani?

"Ryan Paris, un artista italo-disco, pseudonimo di Fabio Roscioli. Anche se il nome ‘Paris’ può confondere, è italiano. È molto bravo".

Qual è stato il momento più folle nella realizzazione dell'album? Avete raccontato che il tour americano è stato piuttosto pazzo e che ogni membro ha avuto, a modo suo, una piccola crisi.

Risponde Joe: "Durante il tour americano me la sono passata piuttosto bene. Mi ero appena sposato, quindi ero di ottimo umore. Il giorno delle nozze, però, ho fatto l'errore di mangiare una caramella alla cannabis. Non sono mai stato particolarmente bravo a gestire gli effetti dell'erba e, dopo averla presa, mi sono ritrovato da In-N-Out Burger convinto che da un momento all'altro sarebbe successo qualcosa di terribile. Ero lì, seduto davanti al mio hamburger, completamente in preda al panico, certo che sarebbe scoppiata una sparatoria. Alla fine, però, non è successo assolutamente nulla: mi sono mangiato il panino e tutto è andato per il meglio".

È stato il momento più folle della vostra vita?

Risponde Joe: "Non direi. In realtà non è stato poi così folle. Probabilmente è una storia piuttosto noiosa".

Risponde Jed: "Non so se ci siano stati momenti davvero folli. È stato tutto abbastanza tranquillo. Abbiamo semplicemente bevuto troppo. In America è diverso rispetto alla cultura dei pub inglesi. Da noi puoi entrare in un pub, bere una pinta o due e poi uscire. Nei bar americani invece è: shot di whisky, Budweiser, un altro shot, un hot dog… E alla fine esci dal bar tenendoti i pantaloni. È una cosa completamente diversa".

Il disco affronta anche temi personali come dipendenza, famiglia, amore e intelligenza artificiale. Rispetto a Woof, sembra più personale, pur senza perdere il vostro senso dell’umorismo. Com’è stato l’approccio alla scrittura di questo album?

Risponde Joe: "Questo disco è stato diverso soprattutto dal punto di vista dei testi. Avevo delle idee precise e sentivo il bisogno di svilupparle. In 'Cancel Me (I'm Tired)', per esempio, affronto anche il tema dell'intelligenza artificiale con una certa ironia, quasi a dire: 'Va bene, ormai può farlo lei al posto mio'. In realtà, però, amo fare musica e non credo che vorrei mai smettere. È stato anche un anno particolarmente intenso: mi sono sposato, ho attraversato situazioni personali importanti e ci sono state alcune difficoltà familiari. Per il primo album non sentivo l'esigenza di parlare di qualcosa di specifico. Mi piaceva lasciare spazio all'immaginazione, costruire storie che avessero quasi un carattere narrativo, vicino alla finzione. Con questo lavoro, invece, volevo essere più diretto e onesto. Credo di averlo capito quando ho provato a fare un esperimento con l'intelligenza artificiale. A un certo punto mi sono detto: 'Potrei chiedere a ChatGPT di scrivermi una canzone'. L'ho fatto ed è stato terribile. È stato allora che mi sono chiesto cosa renda davvero una canzone tale. La risposta che mi sono dato è che conta il suo essere personale: sapere da dove nasce, sentire che contiene qualcosa di autentico e irripetibile di chi l'ha scritta".

L’intelligenza artificiale è uno dei temi più discussi nell’industria musicale, anche perché molti artisti rischiano di diventare dipendenti dagli algoritmi e dai sistemi di AI. Come la vedete?

"È una questione curiosa. Credo che l'intelligenza artificiale abbia il suo spazio, ma che attorno ad essa ci sia anche molta più fuffa di quanto si pensasse all'inizio. Per noi, però, il cuore della musica resta l'esperienza dal vivo. La cosa più importante è salire sul palco, suonare e condividere quel momento con il pubblico. Nessuno compra un biglietto per andare a vedere un computer. Magari tra venticinque anni assisteremo a concerti di artisti K-pop attraverso visori collegati direttamente al cervello, comodamente seduti sul divano di casa. Oggi, però, l'emozione vera è ancora quella della musica dal vivo. E questo vale soprattutto per i Fat Dog: credo che la nostra musica acquisti davvero senso sul palco. In realtà è così per molte band, ma ancora di più per quelle che basano tutto sull'energia e sull'impatto fisico dell'esibizione. A volte ascolti un disco senza cogliere fino in fondo cosa voglia comunicare un gruppo. Poi lo vedi dal vivo e pensi: 'Ah, ecco. Adesso ho capito davvero'".

Avete detto di aver rifiutato la possibilità di rappresentare il Regno Unito all’Eurovision Song Contest. E' anche un esempio del vostro atteggiamento nei confronti dell’industria musicale. Potete perdere una grande opportunità, ma se qualcosa non vi sembra giusto, per voi è comunque la scelta giusta?

Risponde Joe: "Credo che dipenda soprattutto dal fatto che siamo tutti profondamente appassionati di musica. Ci divertiamo a fare cose assurde e sopra le righe, ma a un certo punto ci è sembrato di esserci spinti troppo oltre. Arriva un momento in cui l'ironia smette di essere soltanto un gioco e diventa quasi una caricatura di te stesso. Molti non se ne rendono conto ma c'è il rischio di consumarsi lentamente, di perdere qualcosa lungo la strada. Ti ritrovi a fare certe cose, a vestirti in un certo modo, e finisci per chiederti se esista ancora una via di ritorno. Ti domandi persino se sarai ancora capace di scrivere una grande canzone dopo esserti infilato un würstel in testa e aver corso per il palco. In realtà, però, la questione va oltre quel tipo di provocazione. Ha più a che fare con il fatto di non voler affrontare tutta la macchina della promozione, le interviste e gli obblighi che accompagnano un disco, per poi ritrovarsi a sostenere una canzone in cui non ci si riconosce davvero e a ripetere sul palco gesti o coreografie che non hanno più alcun significato".

Esiste una regola non scritta all’interno dei Fat Dog?

"Una regola non scritta? Un tempo forse era: 'Niente musica country'. Anche se, a essere sinceri, ogni tanto è divertente infrangere le regole, purché senza esagerare. Forse l'unica che vale davvero è: niente boat shoes sul palco. Quella sì che è una buona regola. Per il resto non credo che abbiamo molte restrizioni. E probabilmente è proprio questo il motivo per cui siamo arrivati fin qui: non siamo mai stati una band particolarmente interessata alle regole".

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