Primo rapper a ricevere il Premio alla Carriera della rassegna dedicata alla canzone d'autore, l'artista ha parlato anche delle manifestazioni di questi giorni: "Guardiamo il dito mentre ci stanno mozzando la mano".
"Emozionato e orgoglioso che il Premio Tenco abbia deciso di aprire al rap come forma cantautorale". Frankie Hi-Nrg Mc ha ricevuto ieri sera il Premio Tenco alla Carriera sul palco del Teatro Ariston, diventando il primo rapper nella storia a ottenere questo riconoscimento dalla più autorevole rassegna italiana dedicata alla canzone d'autore. Un premio al suo percorso artistico, ma anche un passaggio simbolico che segna l'ingresso definitivo dell'hip hop nel perimetro del cantautorato italiano. Sul palco, dopo aver ricevuto il premio, ha proposto quattro brani accompagnato dal batterista Donato Stolfi: 'Quelli che benpensano', 'Faccio la mia cosa', 'Potere alla parola' e 'Autodafé', quest'ultima eseguita insieme a Fabri Fibra. Al termine del duetto che ha chiuso il set di Frankie e aperto quello di Fibra, il rapper marchigiano lo ha salutato definendolo "il Guccini del rap italiano", riconoscendone il ruolo pionieristico nella storia dell'hip hop nazionale. Un set costruito intorno al nuovo progetto di Frankie, 'Voce e batteria', che spoglia il rap di loop, sequenze e campionamenti per riportare in primo piano le parole. Conversando con l'Adnkronos a margine dell'esibizione, l'artista ha parlato dell'evoluzione del rap ma anche delle proteste di piazza di questi giorni: "Guardiamo il dito mentre ci stanno mozzando la mano".
Questo Premio Tenco alla Carriera celebra il tuo percorso ma è anche un riconoscimento per l'intera scena hip hop. Come lo vivi?
"Lo vivo in modo strano, sinceramente, perché essere qui nel ruolo del festeggiato in qualche maniera mi fa sorridere. D'altro canto mi riempie d'orgoglio essere il primo di quella che immagino sarà una serie di nuovi cantautori, definiamoci così. Questo premio denota un'attenzione e un desiderio di crescita e di evoluzione da parte di un'istituzione culturale importante e sacra come il Club Tenco. Quindi diciamo che sono bipartito".
Sul palco hai voluto con te Fabri Fibra per un duetto su 'Autodafé'. Perché hai scelto proprio lui?
"Perché è uno dei migliori. Abbiamo una relazione di reciproca stima e rispetto e, per la canzone nella quale l'ho coinvolto, 'Autodafé', mi sembrava assolutamente il più adatto, il più capace di dare il proprio punto di vista in un brano che parla dei propri fantasmi. Lui è uno che di fantasmi personali se ne intende e sa guardarsi con un occhio chirurgico, tagliente, nel quale mi riconosco. Sono molto felice che abbia scritto quello che ha scritto e che sia ospite di una mia canzone. E sono felice di non essere stato l'unico Mc su quel palco a raccontare ciò che il rap rappresenta per la cultura italiana".
Manuel Agnelli ha detto di avere amato il rap quando era soprattutto denuncia, mentre oggi in alcune sue espressioni vede prevalere l'ostentazione, tra catene e Lamborghini. Il rap ha perso la sua forza originaria?
"Il rap al quale si riferisce Manuel è in realtà subentrato al rap delle origini, perché inizialmente il rap era assolutamente ostentazione del sé: significava essere poveri e raccontarsi ricchi. Basta ascoltare i primi pezzi rap di cui abbiamo registrazioni per capire che era esattamente questo. Successivamente, con un esperimento, il rap è diventato uno strumento per raccontare anche la realtà e, così facendo, per fare cronaca a tutti gli effetti".
Tu sei stato il pioniere del rap di denuncia sociale in Italia. Hai iniziato con 'Fight da Faida' nel 1992.
"Io mi sono inserito in uno scenario internazionale già attivo. Uno dei passaggi fondamentali è stato 'The Message' di Grandmaster Flash and the Furious Five. Ne parlo anche nel mio libro, 'Faccio la mia cosa'. Grandmaster Flash non aveva alcuna voglia di incidere quella canzone, perché diceva: 'La gente viene alle nostre feste per dimenticare ciò che c'è là fuori, quello che trova a casa, il padre alcolizzato o il padrone di casa che la minaccia. Viene da noi per liberarsi'. Invece quel brano ha aperto la strada a un intero filone, il conscious rap. Poi sono arrivati i Public Enemy, che lo hanno trasformato in un vero e proprio strumento politico".
Poi, però, sono tornate le catene e l'ostentazione della ricchezza.
"Sono tornate perché inizialmente il rapper era povero e si raccontava ricco. Poi è diventato davvero ricco e ha continuato a raccontarsi come tale. Le proprie origini e il senso di rivalsa nei confronti di tutto quello che la vita ti ha sempre negato non vengono annullati quando la vita comincia a darti ciò che prima ti aveva negato".
Quindi non condividi le critiche rivolte a rapper e trapper che ostentano il lusso?
"Quando Sfera Ebbasta sul sacro palco del Primo Maggio si presenta con, credo, quattro Rolex e li ostenta tenendo bassi i pantaloni e mostrando un paio di mutande che costa quanto tutto il nostro abbigliamento messo insieme, fa una cosa potentissima. Lui arriva dal basso, era povero. Viene da una famiglia straziata dalla povertà, dall'ennesima madre coraggio che ha lavorato per permettergli di esprimersi. La genuinità della sua espressione lo ha reso ricco. E adesso, nel momento in cui ostenta quella ricchezza, chi sono io per dirgli che è una cosa di cattivo gusto?".
Non è il tipo di hip hop al quale sei più vicino, però.
"Io appartengo alla scuola dell'hip hop che preferisce le collane di cuoio, la Beat Generation, il 'peace and love' e tutto quello che ne consegue. Ma questo non toglie che Sfera abbia tutte le ragioni di essere e di esistere. Il rap racconta quello che siamo. Se siamo questa futilità, possiamo guardare schifati a quel rap quanto ci pare, ma lo schifo dobbiamo provarlo prima di tutto per noi stessi".
Al Tenco hai portato il tuo ultimo progetto 'Voce e batteria'. Come nasce?
"Sul palco dell'Ariston, come nel disco uscito in primavera, sono stato accompagnato da Donato Stolfi, uno straordinario batterista torinese di estrazione jazz al quale, a un certo punto, ho fatto scoprire la cassa in quattro. Nel tour che abbiamo appena concluso e nel disco abbiamo cercato di riportare la luce sui contenuti, sui testi e sull'essenzialità del rap delle origini, che avveniva sopra i break messi da un dj e, successivamente, con i Run-DMC, sopra una batteria elettronica e con l'intervento degli Mc".
Sul palco, però, la batteria è acustica.
"Sì, è una batteria acustica con alcune parti elettroniche. Non ci sono sequenze, è tutto suonato a mano, non ci sono loop e non ci sono campionamenti. È un'invenzione fatta per raccontare meglio quello che è già stato detto".
Hai eseguito anche 'Quelli che benpensano', una canzone del 1997 che continua a essere molto attuale. Hai mai pensato di rimetterci mano?
"No, non avrebbe avuto senso inventarci una versione diversa di quello che ormai è un classico nella memoria collettiva".
Nelle ultime ore c'è stata molta apprensione intorno alle manifestazioni.
"Grande, grande, grande apprensione. Siamo tutti 'appresi'. Io, sinceramente, mi sento anche un po' preso per il cul*. Si sposta l'attenzione sul dito, tutti guardano il dito e non si accorgono che ti stanno mozzando la mano". (Dall'inviata a Sanremo Antonella Nesi)