Macklemore denuncia le grandi arene Usa: "Vietano il mio tour 'Free Palestine'"

Il rapper in un lungo post sui social: "Gli Stati Uniti si vantano della libertà di espressione, eppure siamo arrivati al punto in cui una manciata di miliardari può decidere quali cause siano accettabili"

Macklemore denuncia le grandi arene Usa:
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07 novembre 2026 | 16.20
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Macklemore torna ad attaccare l'establishment dell'industria musicale americana. Il rapper ha accusato nove delle principali arene statunitensi di aver rifiutato di ospitare le date americane del suo tour benefico 'Free Palestine', sostenendo che le disponibilità sarebbero state ritirate una volta compresa la natura dell'iniziativa. L'artista, già escluso lo scorso settembre dal tour 'Loop' di Ed Sheeran dopo alcune dichiarazioni a sostegno della Palestina, ha affidato il suo sfogo a un lungo messaggio pubblicato su Instagram. Reduce dai concerti di Dublino, Parigi e Londra, Macklemore ha raccontato come il progetto fosse nato con l'obiettivo di approdare anche negli Stati Uniti. "I concerti di Dublino, Parigi e Londra sono stati tra le esperienze più belle che abbia mai vissuto. Grazie a tutti coloro che hanno condiviso con noi quelle serate di gioia, amore e resistenza", ha scritto. "Fin dall'inizio il nostro obiettivo era portare questo tour anche negli Stati Uniti. Ma dopo settimane di tentativi, nove delle più importanti arene americane ci hanno detto di no". Nel mirino dell'artista sono finite il Madison Square Garden di New York, il Prudential Center del New Jersey, il Barclays Center di Brooklyn, la Ubs Arena di Long Island, l'Intuit Dome, il Kia Forum e la Crypto.com Arena di Los Angeles, il Chase Center di San Francisco e la Climate Pledge Arena di Seattle.

Secondo la ricostruzione del rapper, fino a metà settembre erano state individuate possibili date per ospitare gli eventi. "Avevamo ricevuto disponibilità di date in queste strutture da qui alla fine dell'anno. Ma non appena è emerso che si trattava di concerti benefici per la Palestina, quelle date sono improvvisamente scomparse. Le porte si sono chiuse", ha denunciato. "Le conversazioni sono state diverse da caso a caso, ma il risultato è stato sempre lo stesso: quegli spettacoli non si sarebbero tenuti in quelle venue. In oltre vent'anni di tournée non avevo mai vissuto nulla di simile". Per Macklemore, quanto accaduto non rappresenta un caso isolato: "Da decenni attivisti, poeti, scrittori, musicisti e artisti che hanno espresso solidarietà al popolo palestinese subiscono conseguenze per averlo fatto. Molti hanno pagato un prezzo molto più alto del mio". Nel lungo post, il rapper denuncia anche un clima di intimidazione nei confronti di chi prende posizione sul conflitto israelo-palestinese. "Le intimidazioni, le manipolazioni e i tentativi di censura che ho subito fanno parte del modo in cui chi detiene il potere mantiene il silenzio nel mondo dello spettacolo. È la loro principale strategia per tenerci sotto controllo: state zitti e fate il vostro lavoro, altrimenti sarete puniti".

Parole dure anche nei confronti di chi, a suo dire, anteporrebbe interessi economici alle questioni umanitarie: "Preferirei perdere ogni opportunità in questa industria piuttosto che trascorrere un altro giorno a salvaguardare gli interessi di persone che danno più valore ai loro rapporti d'affari con Israele che alla vita dei palestinesi". L'artista ha poi esteso la sua riflessione alla libertà di espressione negli Stati Uniti. "Viviamo in un Paese che si vanta della libertà di espressione. Eppure siamo arrivati al punto in cui una manciata di miliardari può decidere quali cause siano accettabili, quali voci meritino di essere ascoltate e quali vite umane valga la pena difendere. Oggi tocca alla Palestina. Domani cosa sarà?". Secondo Macklemore, proprio lo slogan 'Free Palestine' sarebbe percepito da alcuni centri di potere come una minaccia: "Non perché metta in pericolo qualcuno, ma perché mette in discussione i sistemi di potere sui cui hanno costruito le loro fortune". E rivolgendosi agli artisti riluttanti a esporsi pubblicamente, aggiunge: "Capisco quella paura. L'ho provata anch'io. Ma credo che inizi a perdere forza nel momento in cui comprendiamo di non essere soli".

A sostegno della sua tesi, il rapper cita il successo delle tre date europee del tour: "Tre arene sold out. Decine di migliaia di persone provenienti da contesti, religioni e percorsi di vita diversi riunite insieme. Più di quaranta artisti e oratori che hanno messo il proprio nome e la propria visibilità al servizio della liberazione del popolo palestinese. Per quanto si sia cercato di dipingere questo movimento come animato dall'odio, ciò che ha riempito quelle sale è stato l'amore". Nonostante le difficoltà, Macklemore assicura di non avere intenzione di fermarsi. "Ci saranno altri concerti per la Palestina. Continueremo a lavorare con artisti e organizzatori, portando avanti ciò che abbiamo iniziato in Europa. Probabilmente lo faremo all'aperto, che forse era il posto giusto fin dall'inizio". A chiusura del messaggio, il rapper lancia un'ultima sfida alle grandi arene americane: "Arriva un momento in cui il mondo cambia non perché chi detiene il potere ci concede il permesso di farlo, ma perché le persone smettono di chiederglielo. Costruiremo i nostri palchi. Possono possedere le arene. Ma non possiedono le persone che le riempiono. E non le possiederanno mai". Alle accuse dell'artista ha replicato un portavoce di Msg Entertainment, che a 'Variety' ha dichiarato: "Gestiamo alcune delle venue più richieste al mondo, con una disponibilità estremamente limitata, e Macklemore non è un artista da palasport".

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