Il film apre la 21ma edizione della kermesse con un cast stellare, tra cui Fanelli, Santamaria, Accorsi, Pandolfi, Puccini e Pesce
Le bugie che raccontiamo agli altri, quelle che raccontiamo a noi stessi e le gabbie che ci costruiamo per paura di cambiare. È nel territorio fragile e spesso inesplorato dell’animo umano che si muove ’Il rumore delle cose nuove’, il film di Paolo Genovese che inaugura la Festa del Cinema di Roma, presentato nella sezione Grand Public. Il regista intreccia le storie di tre coppie, estranee tra loro ma accomunate da equilibri solo apparentemente rassicuranti. Poi un evento inatteso rompe gli argini, costringendo i protagonisti a fare i conti con desideri, menzogne e verità a lungo tenute nascoste. "Mi interessa molto tutto ciò che non si vede immediatamente delle persone, tutto ciò che sta dietro, o dentro", racconta Genovese. Dopo i segreti quotidiani di ‘Perfetti sconosciuti’ e quelli che abitano la mente in ‘Follemente’, qui il centro sono "i segreti dell’anima, quelle cose che decidiamo per mille motivi di lasciare dormienti e non condividiamo con i nostri cari", dice il regista.
Tratto dall’omonimo romanzo dello stesso Genovese, pubblicato nel 2023, il film ne aggiorna personaggi e sensibilità, senza tradirne lo spirito. "È una storia contemporanea e in quattro anni le sensibilità cambiano", spiega il regista, che torna su un tema a lui caro: "Mi interessano le conseguenze della verità e della bugia. I segreti ti costringono ad avere comportamenti che non vorresti avere”. La menzogna, però, non è soltanto uno strumento per nascondersi. Può diventare un alibi per continuare a fare del male, convincendosi di essere persone perbene. È uno dei nodi più delicati del film, che affronta anche la violenza domestica e la difficoltà di sottrarsi a una relazione abusante. "Se prendi mazzate tutti i giorni e poi ti fanno un sorriso, tu ti attacchi disperatamente a quel sorriso", osserva Genovese, raccontando la trappola emotiva in cui può restare imprigionata una vittima. A dare corpo a questa fragilità è Emanuela Fanelli, nei panni di Alba, donna luminosa schiacciata dalla violenza del compagno Umberto, interpretato da Edoardo Pesce. "Alba è un personaggio che mi ha intenerito molto perché è molto pura, luminosa", dice l’attrice. In casa, però, quella luce si spegne: "Si guarda anche lei con gli occhi del compagno, che la fanno sentire sempre sbagliata". La speranza che il giorno successivo possa essere diverso diventa così una condanna che si rinnova.
Pesce, che interpreta un uomo capace di vestire i panni di Topolino per la clownterapia nei reparti oncologici e di trasformarsi tra le mura domestiche, insiste sull’ambiguità del personaggio. "Mi è piaciuto molto il fatto di lavorare su questa ambiguità. Umberto è molto presente come maschera nella società attuale". E aggiunge: "Ci sono persone che vogliono apparire empatiche, generose e brillanti e poi nell’intimo magari sono persone violente e terribili". Anche Viola, il personaggio di Claudia Pandolfi, è prigioniera di una vita che non le appartiene. L’attrice non nasconde il proprio giudizio: "Disapprovo totalmente ciò che fa Viola, che sulla base della sua frustrazione si comporta in modo insopportabile e regala solo menzogne. Vive una ‘non vita’ e basta lo scricchiolio di qualcosa di nuovo e aderisce immediatamente". Stefano Accorsi, al suo primo incontro professionale con Genovese, sottolinea invece la capacità della sceneggiatura di restituire personaggi contraddittori senza condannarli. "La fragilità che mi ha colpito è che ci sono delle cose che non sempre hanno una logica tra quelle che facciamo. Nella sceneggiatura mi ha colpito la capacità di raccontare, c’è un affetto per i personaggi, non c’è giudizio verso i loro errori".
È proprio l’assenza di giudizio a conquistare anche Vittoria Puccini: "Mi ha colpito lo sguardo che Paolo ha sui personaggi, sulle loro imperfezioni, sulle loro fragilità, sui difetti. Paolo non li giudica mai. Emerge la loro anima". Tra i personaggi più incisivi quello di Claudio Santamaria, che interpreta un uomo in sedia a rotelle che ha scelto di ritirarsi dal mondo, dietro una maschera di distacco e ironia. "Si è rinchiuso tra quattro mura e aspetta che la polvere lo seppellisca", racconta l’attore. Ma il vero impedimento del suo personaggio non è fisico: "Ha paura di riaprire la porta della vita e di restare ferito. Il suo vero impedimento non è quello fisico, ma quello del suo cuore". In un racconto di identità recitate e verità rimosse, Genovese torna così a interrogare ciò che si nasconde dietro le apparenze.