Pino Insegno: "Reazione a Catena al 26% e Lazio prima in classifica: what else?"

Il conduttore si gode una stagione da record con il game show di Rai1 e, in un'intervista all'Adnkronos, riflette sulla sua carriera ultraquarantennale, tra doppiaggio, teatro e televisione

Pino Insegno:
01 ottobre 2026 | 15.20
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"Reazione a Catena sopra al 26% e la Lazio prima in classifica: che annata pazzesca!" Pino Insegno festeggia una stagione da record alla guida di 'Reazione a Catena', con una media di share sopra il 26% (questa edizione, partita il 3 giugno, si concluderà il 23 ottobre) e, in un'intervista all'Adnkronos, traccia un bilancio del successo del game show di Rai1, ma riflette anche sui suoi oltre quarant'anni di carriera tra doppiaggio, teatro e televisione, ricorda alcuni dei maestri che hanno segnato il suo percorso e racconta i progetti a cui sta lavorando per i giovani. Senza trascurare la sua grande passione per la Lazio, prima in classifica con Inter e Roma in questo inizio di stagione. "Ma a Roma allo stadio non si torna per le vittorie, si torna se c'è rispetto per i tifosi", scandisce. 

Che effetto fa vedere 'Reazione a Catena' viaggiare su questi numeri?

"Non è tanto il 26%, abbiamo fatto pure il 27% questa volta. Ma più che altro è il momento di ringraziare. È stato un anno straordinario, con una media di ascolti molto alta e con un gruppo di lavoro eccezionale. Penso alla Rai di Napoli, ad Angelo Mellone, a tutti gli autori guidati da Tonino Quinti e alle decine di persone che lavorano ogni giorno per costruire il programma. Quest'anno abbiamo festeggiato anche i vent'anni di 'Reazione a Catena' e per me, che sono all'ottava conduzione, questo format rappresenta una parte importante della mia vita professionale".

Secondo te perché 'Reazione a Catena' funziona così bene?

"Perché la gente gioca da casa. Non è un programma passivo. Non conta tanto quanto vince il concorrente in studio, quanto il fatto che chi segue il programma da casa provi a trovare la parola giusta, soprattutto quella finale. È un gioco basato principalmente sulla preparazione e sulla conoscenza della lingua italiana. È questo che coinvolge tutti: dai ragazzini alle famiglie, fino alle persone anziane. Si crea una partecipazione vera".

Ti senti alla guida di un programma di vero servizio pubblico?

"Sì, assolutamente. Giocare con l'italiano, con i significati e le sfumature delle parole, apre la mente. Sarebbe bellissimo portare questo meccanismo anche nelle scuole, Tonino Quinti ha anche scritto un apposito format per questo. Giocare non significa non prendere sul serio qualcosa: significa imparare con leggerezza. Credo che questo sia uno degli aspetti più belli del programma".

Nella tua carriera il pubblico ti ha visto come comico, conduttore, attore e doppiatore. In quale ruolo ti senti più a casa?

"Sicuramente nel doppiaggio, che faccio da oltre quarant'anni. Mi piace dire che sono gli attori a prestare il corpo a me, non io la voce a loro. Attraverso il doppiaggio posso essere chiunque e interpretare personaggi che non avrei mai potuto essere fisicamente. Ho avuto la fortuna di dare voce, tra gli altri, a Viggo Mortensen, Jamie Foxx, Will Ferrell e a tanti personaggi che sono entrati nell'immaginario del pubblico. Questo mi rende in qualche modo immortale: i miei figli e un giorno i miei nipoti potranno rivedere quei film e quei cartoni e dire 'questa era la voce di papà, questa era la voce di nonno'. E poi c'è il teatro, che non ho mai abbandonato. Lì sei davvero nudo davanti al pubblico e devi dimostrare ogni sera il tuo valore. Il doppiaggio e il teatro sono le cose che mi fanno sentire davvero a casa. La televisione, invece, è una grande famiglia".

Qual è la cosa più divertente che ti è successa in tv e che ancora oggi ti fa sorridere?

"Ripenso ai primi tempi della popolarità con la Premiata Ditta. All'inizio ero quasi stupito quando qualcuno mi fermava per strada. Poi, da ragazzo, mi capitava perfino di fermarmi al semaforo e guardare nelle macchine accanto sperando che qualcuno mi riconoscesse. Oggi mi fa molta tenerezza pensare a quel periodo. Poi ho capito che la cosa importante non era essere riconosciuto, ma fare questo mestiere nel miglior modo possibile".

Che rapporto hai oggi con la popolarità?

"Oggi quando qualcuno mi ferma per una foto o un saluto e si scusa pensando di disturbare rispondo sempre che mi dispiacerà soltanto il giorno in cui non me lo chiederanno più".

Hai lavorato con tantissimi grandi artisti. Chi ti ha insegnato di più?

"Con la Premiata Ditta siamo cresciuti all'ombra di giganti. Gino Bramieri ci ha insegnato moltissimo sulla comicità. Poi abbiamo avuto la fortuna di incontrare e frequentare persone straordinarie come Nino Manfredi, Ugo Tognazzi, Vittorio Gassman, Walter Chiari, Sandra Mondaini e Raimondo Vianello. Lo stesso vale per il doppiaggio, dove ho avuto maestri eccezionali. Noi siamo stati fortunati perché abbiamo potuto letteralmente respirare questi grandi artisti e imparare stando accanto a loro. Oggi non è più possibile perché nello studio di doppiaggio per motivi di privacy e accordi di riservatezza non può entrare nessuno, nemmeno per ascoltare e imparare".

Un ricordo magico del periodo dei tuoi esordi?

"Con Walter Chiari. Eravamo a Mantova, dopo una serata dedicata a Gorni Kramer. Mi guardò e mi disse: 'Mantieni questo sguardo, mi piace. Sembra il mio quando ero giovane'. È una frase che mi porto nel cuore ancora oggi".

Un momento particolarmente doloroso della tua carriera?

"La morte di Pietro Garinei. Mi aveva voluto con uno spettacolo nel cartellone del Sistina, il mio primo spettacolo da solo. Mi aveva detto che lui sarebbe stato seduto in platea. Purtroppo morì nello stesso giorno del mio esordio. Per me fu come se crollasse il Sistina. Ho perso tante persone che per me sono state molto importanti, da Corrado Pani a Franco Califano, ma quel momento fu particolarmente doloroso. Come il giorno della morte di mia madre, che coincise con un altro mio debutto a teatro e con la nascita di mio figlio il giorno successivo. Una tempesta di emozioni che non dimenticherò mai".

Hai ancora un sogno professionale da realizzare?

"Io sposto sempre il traguardo un metro più avanti. Quando sto per raggiungere un obiettivo ne immagino subito un altro. Però c'è un progetto a cui tengo molto: creare delle accademie gratuite per i ragazzi. È un sogno che spero di poter realizzare presto. Mi piacerebbe aiutare i giovani a studiare davvero questo mestiere, senza scorciatoie. Oggi spesso si cerca il successo immediato, mentre io credo che servano preparazione e sacrificio".

Ce l'hai con i talent show?

"Il rischio è che si cerchino scorciatoie a volte persino dannose. Io credo molto nello studio e nella formazione. Anni fa ne parlavo anche con Mogol: se fosse nato oggi, forse un artista come Lucio Battisti sarebbe stato eliminato dopo una sola puntata di un talent perché non aveva una voce tecnicamente perfetta. E lo stesso discorso potrebbe valere per un giovane Vasco Rossi. Prima si costruiva un artista nel tempo, si investiva su una personalità. Oggi c'è il rischio che, se un'esperienza come 'X Factor', 'Amici' o un altro talent non va bene, quel ragazzo sparisca subito dai radar. E invece magari lì dentro c'è un professionista che avrebbe solo bisogno di più tempo per crescere e maturare".

Hai ricevuto dei 'no' importanti nella tua carriera?

"Molti più di quanto si possa pensare. Mi dissero che non sarei mai diventato doppiatore e invece è una professione che svolgo da oltre quarant'anni. Al Centro Sperimentale arrivai undicesimo: fui giudicato idoneo ma non ammesso. Anni dopo sono tornato lì come insegnante. I miei 'no' mi hanno aiutato tantissimo. Spesso sono stati proprio quelli a spingermi a fare meglio".

Con i colleghi della Premiata Ditta vi frequentate ancora? Vi è mai venuta voglia di tornare a lavorare insieme?

"La Premiata Ditta resterà sempre una parte fondamentale della mia vita. Ho passato 27 anni straordinari con loro e sono ricordi indelebili. Non abbiamo mai vissuto il nostro lavoro come una gara con altri gruppi comici dell'epoca, come il Trio Marchesini-Solenghi-Lopez: era tutto molto goliardico. Oggi mi capita di pensare che molte delle cose che facevamo allora probabilmente non passerebbero più con la stessa leggerezza. Il politicamente corretto ha cambiato molto il modo di fare comicità, almeno sulla tv generalista è praticamente sparita. Io credo che non si debba avere paura dell'ironia: la comicità è anche provocazione, è graffiante, deve colpire e far riflettere".

Da laziale storico, ti stai divertendo per questo avvio di stagione da primi in classifica?

"Molto. Da laziale e da padre di quattro figli laziali sono contentissimo di questo exploit della squadra".

Con questi risultati i tifosi dovrebbero ripensare il boicottaggio dello stadio?

"Non credo che siano i risultati a cambiare le cose. Il punto è un altro: i tifosi chiedono rispetto. La Lazio ha una storia, una tradizione e un popolo che ha seguito la squadra anche nei momenti più difficili. E che ancora oggi, nelle partite in trasferta riempie il settore ospiti. Ma manca un rapporto con la dirigenza. Il tifoso vuole essere ascoltato e rispettato per quello che rappresenta".

Se arrivasse una telefonata di Gennaro Gattuso con un invito allo stadio?

"Gattuso è l'uomo giusto per affrontare una sfida complicata come questa e credo che stia facendo un ottimo lavoro. Ma il problema non è vincere una partita in più o una in meno. È una questione di rispetto reciproco e di rapporto con i tifosi. È quello che tutti si augurano possa essere ricostruito. Ma non dipende da noi".

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