L'attore è nel cast dell'atteso film di Alejandro Gonzalez Inarritu con protagonista un inedito Tom Cruise
"Il disastro siamo noi". È questa, in fondo, la sintesi più efficace di 'Digger', il nuovo film di Alejandro Gonzalez Inarritu, nelle sale da oggi, 1 ottobre, con Warner Bros. Pictures. A dirlo all'Adnkronos è Riz Ahmed, tra gli interpreti di una feroce satira che mescola dramma, commedia e follia per interrogarsi sul potere, sull'avidità, sulla manipolazione dell'informazione e sul senso di responsabilità individuale. Al centro della storia c'è Digger Rockwell, interpretato da un inedito Tom Cruise: pancia prominente, completamente calvo e lontanissimo dall'eroismo dei suoi ruoli più celebri. Rockwell è un magnate del petrolio ricchissimo e potentissimo, un personaggio grottesco, egocentrico e, al tempo stesso, filosofico e demoniaco. Quando una sua piattaforma petrolifera in Groenlandia provoca una frattura che innesca una catastrofe ecologica globale, culminata nel distacco di un iceberg destinato a schiantarsi sull'Europa, l'uomo più potente del mondo si trova davanti a una missione impossibile: convincere il pianeta di essere ancora il suo salvatore, pur essendo la causa stessa della sua distruzione.
Convocato dal presidente degli Stati Uniti, interpretato da John Goodman, Digger deve difendersi davanti a un vertice d'emergenza popolato da politici, scienziati, militari e grandi industriali. Tra loro ci sono il vicepresidente interpretato da Michael Stuhlbarg e il dottor Ganesh, fidato consigliere del presidente interpretato da Riz Ahmed. Secondo Ahmed, il film non parla soltanto di una catastrofe ambientale, ma soprattutto di una catastrofe umana. "Il film parla sì di un disastro, ma di un disastro generato dalla nostra assurdità come esseri umani, dal desiderio di potere e ricchezza a qualsiasi costo e dall'irresponsabilità con cui perseguiamo questi obiettivi". Per Ahmed, la forza del film sta proprio nel riuscire a raccontare temi profondamente tragici senza rinunciare all'ironia. "C'è qualcosa di molto intenso e drammatico in tutto questo, ma anche qualcosa di sorprendentemente comico. Siamo creature disordinate e contraddittorie, e il film esplora questa dimensione in modo diretto e provocatorio". Dello stesso avviso Michael Stuhlbarg, che individua nella responsabilità personale uno dei nuclei centrali del racconto. "Siamo responsabili delle nostre azioni e di ciò che facciamo. L'avidità e il bisogno di comfort che spesso inseguiamo possono finire per corrodere qualcosa dentro di noi".
Ed è forse proprio qui che 'Digger' diventa davvero inquietante: il suo protagonista e la realtà contemporanea finiscono per assomigliarsi fin troppo. Un altro tema fondamentale del film riguarda proprio il rapporto tra verità e narrazione. In un'epoca dominata dalla disinformazione e dalle realtà parallele, Ahmed osserva come spesso sia più semplice rifugiarsi in versioni alternative dei fatti. "A volte la verità sulla situazione in cui ci troviamo è così difficile da affrontare che si preferisce scappare. Ci si rifugia in altre realtà, si mette la testa sotto la sabbia e ci si consola con teorie del complotto". Per Stuhlbarg "ognuno si crea la propria verità". Eppure, per Ahmed, le storie restano uno strumento essenziale per comprendere ciò che accade. "La narrazione ci permette di guardare in faccia la verità e di comprenderla meglio, soprattutto sul piano emotivo. Possiamo farlo anche attraverso la risata, come accade in questo film".
Un tema che l'attore lega direttamente alla funzione stessa della satira e della narrazione. "Ho sentito dire che la satira è morta perché la realtà è diventata talmente assurda da rendere difficile persino immaginare qualcosa di più folle". In un certo senso, secondo Ahmed, credo che il film parta proprio da questa domanda: ci chiede se abbia ancora senso raccontare storie, soprattutto di fronte a grandi sfide, grandi tragedie e a una realtà che sembra travolgerci. Ha senso raccontare una storia? O è soltanto una forma di autocompiacimento? Può essere terapeutica? Può unirci? Può aiutarci a ricordare? Credo che questo film - osserva - affronti la questione nel modo più audace possibile". A volte, ammette, "mi crea frustrazione il fatto che vengano considerate soltanto un diversivo, invece di essere uno strumento per elaborare e comprendere la realtà in cui viviamo. Per questo penso che questo film possa dare il via a una conversazione davvero importante".
Secondo Stuhlbarg, invece, il racconto offre la distanza necessaria per osservare noi stessi con maggiore lucidità. "Le storie ci consentono di osservarci con maggiore obiettività. Anche quando la vicenda raccontata è molto diversa dalla nostra esperienza, possiamo riconoscere elementi che hanno avuto un impatto profondo sulla nostra vita". Sulla stessa questione, Sandra Hüller invita però a non fermarsi a una lettura esclusivamente pessimistica dell'essere umano. "Siamo cresciuti con una narrazione secondo cui gli esseri umani sarebbero fondamentalmente cattivi", osserva l'attrice. "Ma tutto dipende dalle storie che scegliamo di raccontare. Potremmo costruire una narrazione opposta, in cui l'umanità è capace di fare cose straordinarie, di preservare ciò che ha intorno e di costruire pace". Per questo Huller rifiuta l'idea che l'essere umano coincida soltanto con la distruzione. "Se fossi davvero d'accordo con questa visione sarebbe piuttosto deprimente. Preferisco pensare che siamo in grado di compiere cose incredibili". Una posizione condivisa da Jesse Plemons, che vede nel protagonista un volto reale dell'umanità ma non l'unico possibile. "L'archetipo di Digger esiste da sempre. La differenza è che possiamo scegliere".
Se la realtà contemporanea sembra spesso superare la satira, per Huller proprio il cinema offre uno spazio privilegiato per osservare e comprendere queste contraddizioni. "È liberatorio mettere in scena queste dinamiche e vedere accadere certe cose in un contesto artistico, dove possiamo modellarle e usarle per mostrare al mondo ciò che facciamo ogni giorno". Il potere, del resto, resta una delle questioni più urgenti affrontate dal film. Per Plemons non è un fenomeno nuovo, ma una costante della storia umana che oggi assume forme sempre più inquietanti. "Il divario tra chi possiede il potere e chi non lo possiede sta diventando sempre più grande. È qualcosa che fa paura". Eppure, proprio nella sua capacità di affrontare apertamente questi temi, 'Digger' trova il suo significato più profondo. "Una delle cose che ho apprezzato di più", conclude Plemons, "è che, dopo tutte le emozioni che il film suscita, ho provato una sorta di sollievo. Alejandro e tutte le persone coinvolte hanno deciso di mettere il problema davanti ai nostri occhi perché possiamo guardarlo in un modo nuovo". (di Lucrezia Leombruni)