Rush: “Sul palco celebreremo 50 anni di musica, era il momento di tornare”

Intervista a Geddy Lee e Alex Lifeson in vista del nuovo tour che farà tappa a Milano nel 2027, con nuova una formazione e slancio

Geddy Lee e Alex Lifeson (foto Richard Sibbald)
Geddy Lee e Alex Lifeson (foto Richard Sibbald)
02 marzo 2026 | 10.42
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Dopo l’annuncio a sorpresa della reunion e di un tour nordamericano, i Rush tornano anche in Europa, e faranno tappa in Italia. La storica band canadese, orfana dal 2020 del batterista Neil Peart, suonerà il 30 marzo 2027 all’Unipol Dome di Milano, la nuova Arena Santa Giulia costruita per le Olimpiadi invernali. Sul palco, al fianco di Geddy Lee e Alex Lifeson, ci saranno la batterista tedesca Anika Nilles e il tastierista Loren Gold (già con The Who, Roger Daltrey e Chicago), una formazione che segna un nuovo capitolo nel percorso della band. Il tour celebra i 50 anni di carriera dei Rush e ha ricevuto la benedizione di Carrie Nuttall-Peart e Olivia Peart, rispettivamente vedova e figlia di Neil. Sarà un tributo alla storia del gruppo ma guarda anche avanti, grazie alla nuova energia portata da Nilles. Come raccontano Geddy Lee e Alex Lifeson all’AdnKronos, il ritorno sul palco non è stato semplice dal punto di vista emotivo ma è nato dalla gioia ritrovata di suonare insieme e dalla volontà di onorare l’eredità di Peart. “Non c’è momento giusto o sbagliato - dicono i due musicisti - è solo successo quando doveva succedere”. Il tour coinciderà con l’uscita, il 13 marzo prossimo, della deluxe edition di ‘Grace Under Pressure, del 1984, un box set che includerà un nuovo mix e la registrazione del concerto al Maple Leaf Gardens di Toronto del settembre 1984.

Dopo 11 anni lontani dai palchi, cosa vi ha convinto che questo fosse il momento giusto per tornare a suonare insieme dal vivo?

Risponde Lee: “Beh, il momento giusto…Non penso che per noi esista davvero un momento giusto o sbagliato. È semplicemente successo quando è successo. Ne avevamo già parlato altre volte negli ultimi dieci anni ma per molte ragioni, e ragioni diverse, non eravamo mai riusciti ad andare avanti con l’idea. E poi qualcosa nel modo in cui Alex si sentiva riguardo alla sua salute e l’entusiasmo che entrambi abbiamo provato quando abbiamo ricominciato a suonare insieme dei brani dei Rush ci ha portati a dire: ‘Perché no?’”.

Quanto è stata emotivamente difficile la decisione di riportare la musica dei Rush sul palco senza Neil?

Risponde Lifeson: “Ovviamente è stato difficile. Neil era nostro fratello, un amico molto stretto, un batterista straordinario, un grande paroliere e una parte fondamentale delle nostre vite. Quindi, sì, quella è stata sicuramente la parte più difficile. Ma, alla fine, quando abbiamo finalmente preso la decisione, è stato soprattutto per gioia. Ci piaceva suonare la nostra musica. Non lo facevamo da un po’, sai? Geddy era impegnato con tante cose che lo interessano: ha scritto numerosi libri, è un collezionista incredibile di molte cose e quando si appassiona a qualcosa ci entra profondamente. La sua vita era molto ricca. Io ho fatto un paio di dischi, ho continuato a suonare. E poi, quando finalmente ci siamo ritrovati a parlare seriamente della possibilità di tornare in tour, sì, c’è voluto un po’ per convincermi. Ma adesso sono molto felice della decisione. Penso che sarà un grande tour, davvero molto bello, e Neil sarebbe orgoglioso di noi”.

Avete una nuova batterista. Cosa vi ha convinto che Anika fosse la persona giusta per un ruolo così impegnativo? E che tipo di energia porta nella band?

Risponde Lee: “E’ buffo, perché il mio amico Les Claypool, che suona nei Primus, mi diceva che avevano avuto qualcosa come 5.000 persone che volevano diventare il nuovo batterista dei Primus. Mi ha fatto sorridere, perché Alex e io siamo molto diversi. Quando ho sentito parlare per la prima volta di Anika Nilles, qualche anno fa, avevo guardato alcuni suoi video, ascoltato la sua musica, e ne ero rimasto molto impressionato. E ho pensato che, se mai avessimo fatto qualcosa di nuovo, mi sarebbe piaciuto contattarla. Ne ho parlato con Alex, lui ha ascoltato la sua musica, e c’era qualcosa nel suo modo di suonare, nel fatto che venisse da un ambiente molto diverso, cresciuta in un altro mondo musicale. Mi piaceva che avesse una storia affascinante, molto distante dal nostro mondo. Così l’abbiamo chiamata. Ho fatto una videocall con lei. E non solo è impressionante come batterista, ma è una persona fantastica: coinvolgente, molto gentile, molto intelligente, con un approccio musicale profondo. Le abbiamo chiesto di venire in Canada e suonare con noi alcuni brani dei Rush per qualche giorno, giusto per vedere cosa sarebbe successo. Lei era entusiasta. E direi che già al quinto giorno avevamo capito che sarebbe stata perfetta: bravissima come musicista, splendida come persona, ed è una presenza piacevole. Quando cerchi un nuovo musicista ci sono tante cose intangibili da considerare, e con Anika tutte queste cose erano positive. Così siamo arrivati alla decisione. Abbiamo parlato con una batterista sola, non con 5.000. Ma è stata comunque un’ottima scelta".

Aggiunge Lifeson, ironizzando: “E poi aveva già i suoi tamburi e le sue bacchette, quindi ci ha fatto anche risparmiare un po’ di soldi”.

Avete influenzato moltissime band. Ci sono artisti che hanno seguito le vostre orme e che apprezzate particolarmente oggi?

Risponde Lifeson: “Penso che abbiamo influenzato molti musicisti negli ultimi decenni. E non so se si tratti solo della nostra musica o più del nostro atteggiamento nel modo di lavorare. Crediamo in quello che facciamo: dobbiamo prima di tutto soddisfare noi stessi con la nostra musica. In un certo senso siamo sempre stati un po’ ‘contro l’establishment’. Credo che molte band giovani abbiano apprezzato il fatto che siamo rimasti fedeli alle nostre convinzioni e abbiamo fatto le cose a modo nostro”.

Risponde Lee: “Ci sono molte band giovani influenzate da noi anche musicalmente. Una, qui in Canada, è un duo che si chiama Crownlands: fanno progressive rock e sono molto impressionanti. Quando li ascolto sorrido, perché è evidente che siano stati influenzati da quello che io, Alex e Neil abbiamo costruito. E poi, come dice Alex, in cinque decenni tantissimi musicisti, provenienti dai generi più diversi, ci hanno detto quanto li abbiamo ispirati quando erano giovani. Ed è il complimento più grande che un musicista possa ricevere”.

Quanto è importante per voi che questo progetto guardi avanti, e non solo al passato?

Risponde Lee: “Bella domanda. L’idea del tour è nata come tributo: non solo ai 50 anni di musica dei Rush ma anche a Neil, perché moltissime delle cose che hanno definito i Rush sono frutto del nostro lavoro come trio. Per me e Alex era importante trovare un modo per rendergli omaggio, e non c’è modo migliore che celebrare la musica che abbiamo scritto e suonato insieme. Però: cosa significa questo per il futuro? Che ispirazione può portare? Posso dirti una cosa: suonare con Anika, per me come bassista, è pura gioia. Porta un’energia e un’intelligenza nuove nelle parti di Neil, aggiungendo la sua personalità. È stata una bellissima sorpresa suonare con lei e reinterpretare insieme quel materiale. E sono sicuro che Alex la pensa allo stesso modo”.

Risponde Lifeson: “Sì, è così. L’hai detto perfettamente. È una gioia suonare con lei. Come batterista è incredibile; come persona è adorabile. Sorride facilmente, ride facilmente, e c’è un’energia molto positiva quando siamo insieme nella stessa stanza. E la cosa migliore è che ora che si sente più a suo agio con noi, sta iniziando a tirare fuori anche il suo senso dell’umorismo. È fantastico”.

A marzo esce la deluxe edition di ‘Grace Under Pressure’. Questo ritorno potrebbe segnare l’inizio di una nuova fase creativa? State pensando a nuovo materiale?

Risponde Lee: “Credo sia troppo presto per parlarne, davvero. Siamo talmente concentrati sul tour che non riesco a pensare ad altro”.

Che ruolo avete oggi nell’era dei social media e dello streaming? Vi sentite legati alla scena rock contemporanea? Cosa pensate che manchi, se manca qualcosa?

Risponde Lee: “Non mi sento legato alla scena rock attuale, per niente. Non la capisco, e non ho bisogno di capirla. Il nuovo modo di pubblicare e promuovere la musica è completamente diverso da quando io e Alex abbiamo iniziato. So che ci sono molte nuove band che dovrebbero portare avanti la tradizione del rock, ma non so chi siano. È difficile commentare. La cosa che mi disturba di più della scena attuale è quanto sia difficile per i musicisti vivere di musica, a meno che non siano inseriti in un certo tipo di sistema. È molto triste: ci sono tantissimi talenti schiacciati dal controllo che certe piattaforme di streaming hanno sul mercato”.

Una band come la vostra potrebbe emergere oggi?

Risponde Lifeson: “Se iniziassimo ora? Non credo. Eravamo un’unità molto coesa, credevamo in ciò che facevamo, e all’epoca c’erano opportunità per crescere, se le sfruttavi. L’industria era diversa: si suonava tanto in tour, incontravi persone, rappresentanti delle etichette, creavi relazioni. Era un percorso di crescita. Ora non so nemmeno come si farebbe. Quelle realtà non esistono più, le etichette non sono più le stesse. Oggi tutto ricade sul musicista: finanziare le registrazioni, promuovere il proprio lavoro… è un mondo completamente diverso. Non credo che potremmo emergere. E, personalmente, non penso che mi interesserebbe provare a farlo nell’industria musicale attuale”.

Parliamo del tour: come state costruendo la setlist e cosa possono aspettarsi i fan?

Risponde Gee: “Prima di tutto: ormai al mondo ci sono pochissimi segreti, e l’unico che possiamo tenere fino al 7 giugno è quali canzoni suoneremo. Quindi questo rimane segreto. Ma posso dire che stiamo lavorando a uno show con cinque versioni diverse della scaletta. Se vieni a cinque concerti, potresti vedere cinque set diversi, almeno in parte. Circa il 40% dello show cambierà ogni sera. Naturalmente ci sono le canzoni ‘pilastro’ che dovremo suonare tutte le sere. Ma abbiamo così tanti album che stiamo facendo impazzire Anika: ogni volta che proviamo ci ricordiamo un altro brano da aggiungere e la sua lista si allunga, e lei urla: ‘Basta’. Abbiamo imparato circa 31 brani finora, e speriamo di arrivare a 40 da poter alternare. È bello, perché molte band usano sempre la stessa scaletta per tutto il tour, ed è un po’ noioso”.

Un’ultima domanda: nel 2015 Paul McCartney vi disse che dovevate tornare in pista. Quanto vi hanno influenzato quelle parole?

Risponde Lifeson: “Beh, da giovane musicista mi ero promesso che non mi sarei mai messo a discutere con un Beatle. Qualunque cosa un Beatle mi dica di fare, la farò. Sto semplicemente mantenendo quella promessa”.

Aggiunge Gee: “Ben detto, Al. Ovviamente le sue parole hanno avuto un grande impatto su di noi. Non solo per il suo istinto di sopravvivenza: ha più di ottant’anni e il suo talento è ancora immenso. È un grande performer e una persona dolcissima. Quando qualcuno con quella esperienza e quel rispetto ti offre un consiglio, faresti meglio ad ascoltarlo”. (di Federica Mochi)

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