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Biografie

Tomas Milian, la sua vita in 'Monnezza amore mio'

23 marzo 2017 | 18.25
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Tomas Milian durante la presentazione della sua autobiografia (Foto Fotogramma)

La sua infanzia cubana, il trauma di un bambino che assiste al suicidio del padre, la giovinezza da playboy nella Cuba bene, la scoperta del cinema, la fuga negli Usa, la difficile vita da 'uomo da marciapiede' a New York, l’arrivo in Italia e tutto quell’incontrollabile flusso di eventi che ha portato un giovane attore senza radici a lasciar perdere il suo sogno.

Tomas Milian decise di raccontarsi in 'Monnezza amore mio', edito da Rizzoli nel 2014, un'autobiografia scritta a due mani con Manlio Gomarasca. Autobiografia in cui racconta la sua decisione di lasciare Cuba "e la mia famiglia alto-borghese: ero infelice, non sapevo ancora di essere un ribelle, innanzitutto contro la società cui appartenevo” alla “identificazione con il James Dean di Valle dell’Eden: anche lui aveva problemi col padre” fino alla scelta di “fare l’attore: vado a conquistare l’America”.

Centrali due figure, quella della zia “intellettuale, che finanziava segretamente Fidel Castro e mi disse che se volevo fare il cinema dovevo conoscere come la povera gente riesce a mettere ogni giorno qualcosa in tavola” e, soprattutto, quella del padre “che si suicidò davanti ai miei occhi di 12enne con un colpo di pistola al cuore: rimasi scioccato, ma non piansi, era come se fosse morto un dittatore, perché papà era un militare che ordinava con il bastone. Sì, non me ne voglia la sua anima, ma papà era una specie di mostro”. Per simulare concitazione e dolore, Milian per avvertire la nonna non usò il telefono, ma corse fino a casa sua per avere almeno il fiatone: “Le dissi, ‘Papà s’è sparato’, ma mi veniva da ridere. Ecco ero diventato protagonista del mio film, La valle dell’Inferno”.

Dopo essersi definito, nella dorata prima giovinezza cubana, “un piccolo fascistello senza che lo sapessi, uno stronzo” preso da belle macchine, belle donne e country club, Milian ricorda il primo provino all’Actors’ Studio: “Tra tremila attori Usa c’era un cubano, io: scelsi una parte da Home of the Brave di Arthur Laurents, quella di un nero che io resi però portoricano. Lo so quando sono bravo, e lì lo fui: mi presero”.

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