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Ucraina: Kerry ammette, io favorevole invio armi ma Obama indeciso/Adnkronos

10 febbraio 2015 | 15.38
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Il segretario di Stato lo ha rivelato a congressisti americani incontrati a margine della conferenza di Monaco. Con il presidente che continua a mantenere una linea cauta ed attendista, cresce a Washington, anche all'interno dell'amministrazione, il fronte di chi vuole andare subito in aiuto di Kiev.

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(Foto Infophoto)

La questione dell'invio di armi letali di difesa a Kiev, che sta creando tensioni tra Washington e gli alleati europei, sta anche, ancora una volta, creando divisioni tra il presidente e i suoi più stretti consiglieri. E lo stesso segretario di Stato, John Kerry, ha ammesso, parlando ad un incontro a porte chiuse con alcuni congressisti che facevano parte della delegazione Usa alla conferenza sulla Sicurezza a Monaco, che lui è pronto ad accogliere le richieste dell'Ucraina, ma il presidente è ancora molto indeciso, secondo quanto rivela Bloomberg view.

Un'indecisione - l'ormai famosa riluttanza, diventata il tratto distintivo dello stile di Obama, verso la scelta militare, in netto contrasto con il frettoloso anticipo delle azioni preventive del suo predecessore - che è stata mostrata a chiare lettere da Obama durante la conferenza stampa di ieri sera con Angela Merkel, volata a Washington per ribadire un secco no all'idea di fornire armi a Kiev. "Ho chiesto alla mia squadra di valutare tutte le opzioni e la possibilità dell'invio di armi difensive letali è una di queste", ha affermato il presidente mostrando quindi di voler aspettare.

Sembra replicarsi lo schema che si è avuto in passato con la Siria, ma questa volta Obama rischia di trovarsi isolato rispetto a molti degli alleati democratici, e membri del governo. Non solo Kerry, ma anche il vice presidente Joe Biden, durante la sua missione prima a Bruxelles e poi in Germania, si è fermato da un passo dal sostenere pubblicamente l'invio di aiuti militari all'Ucraiana. Mossa che il generale Philip Breedlove, comandante delle Forze Nato in Europa, da mesi invoca.

Anche Ashton Carter, l'uomo che Obama ha scelto come nuovo capo del Pentagono, durante le audizioni di conferma al Senato la settimana scorsa si è mostrato propenso all'invio di armi. A condividere la posizione cauta ed attendista del presidente, Susan Rice, consigliere per la Sicurezza Nazionale, preoccupata dal fatto che un invio delle armi porterebbe ad una pericolosa escalation da parte della Russia.

"Troppo spesso qui a Washington si perde il senso della prospettiva, non possiamo permettersi di essere spinti dagli allarmismi ad azioni istantanee", ha detto Rice che proprio nei giorni scorsi ha presentato la nuova National Security Strategy, una strategia in cui si mettono appunto in prospettiva alcune delle minacce che, in termini giornalistici, appaiono sempre più urgenti, non solo l'aggressività della Russia ma anche lo Stato Islamico, per concludere che non pongono una minaccia diretta allo stile di vita americano.

"Sono ancora ben lungi, anche se i pericoli che fronteggiamo sono molto più numerosi e vari, non mettono a rischio la nostra stessa esistenza come è avvenuto nella Seconda Guerra Mondiale o con la Guerra Fredda", ha spiegato, sottolineando come per la presidenza Obama minacce meno convenzionali, quali quelle dei cambiamenti climatici, le pandemie globali e i cyberattacchi, rappresentino dei pericoli a lungo termine più gravi e quindi da affrontare.

Ma si rafforza ogni giorno di più il coro di chi, a Washington, ritiene che questa volta la cautela di Obama rischia di trasformarsi in un pericoloso appeasement nei confronti di Vladimir Putin. "E' una situazione dannatamente seria, e si ha la sensazione che il presidente non lo comprenda", afferma, parlando con il Washington Post, un ex funzionario dell'amministrazione che segue da tempo il dossier ucraino.

La sensazione che Obama stia facendo un errore di prospettiva e stia quindi sottostimando la minaccia russa, alla luce della sua debolezza economica e l'isolamento provocato dalle sanzioni, è condiviso da Dennis Ross, diplomatico di lungo corso, già inviato di Bill Clinton per il Medio Oriente e e consigliere del segretario di Stato Hillary Clinton per l'Iran. "Il rischio di puntare sulla debolezza e lasciare che la cosa si evolva è che Putin può anche così provocare molti danni", afferma Ross, ora analista al Washington Institute for Near East Policy.

E le questioni mediorientali, ed in particolare il negoziato sul nucleare iraniano che sta vivendo le fasi cruciali a Ginevra, non sarebbero estranee alla cautela mostrata da Obama, che considera di prioritaria importanza il possibile esito positivo dei negoziati entro la scadenza di fine marzo. Cosa che lo spingerebbe a non fare nulla che possa compromettere il ruolo positivo che Putin e Mosca stanno giocando nel mantenere la pressione su Teheran in questa delicatissima fase.

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