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Il papà del raggio bisturi Cyberknife: "E' stato più difficile che per Steve Jobs"

MEDICINA
Il papà del raggio bisturi Cyberknife: E' stato più difficile che per Steve Jobs

Il neurochirurgo John Adler

"Io come Steve Jobs? No, lui ha avuto una storia molto più facile!". John Adler, professore all'università americana di Stanford, neurochirurgo inventore del 'raggio bisturi' Cyberknife, dribbla con una battuta i paragoni con il fondatore di Apple che ha iniziato la sua carriera dentro un garage perché non trovava finanziatori. Le loro vite si sono incrociate davvero, seppur in circostanze drammatiche, quando Adler ha fatto parte dell'équipe che proprio con la sua 'creatura' ha trattato il guru informatico colpito da un cancro. Due storie accomunate da una partenza difficile.

Per Adler l'esordio è stato nei laboratori di Standford, nel cuore della Silicon Valley, dove si era trasferito dalla Svezia per proseguire gli studi. Era la fine degli anni '80 e l'idea 'giusta' già c'era, ma era ancora lontana dal concretizzarsi. "Io ci credevo - racconta all'AdnKronos Salute, in occasione del convegno 'International focus on neurotranslation' al Centro diagnostico italiano di Milano - e pensavo che la Silicon Valley fosse il posto giusto dove essere. Era un luogo speciale per la tecnologia. Ancora oggi, se uno vuole realizzare il sogno della propria vita, quello è il posto per farlo".

Oggi il Cyberknife è un robot per la radioterapia diffuso in tutto il mondo e usato per colpire in modo ultrapreciso tumori cerebrali, della colonna, di prostata e polmone. Ma per il suo 'papà' darlo alla luce è stata un'odissea. "Tradurre la mia idea in una macchina complessa richiedeva molto denaro - spiega - Nella Silicon Valley c'erano diversi venture capitalist disposti a investire, ma preferivano farlo per dispositivi che potevano dare un ritorno sull'investimento molto più rapido. Io ho avuto la fortuna di riuscire a vendere a 5 università americane la mia macchina prima di averla costruita fisicamente. E' stato il 'calcio d'inizio' che ha messo in moto tutto, anche se per molto tempo il denaro ha continuato a non essere sufficiente ".

Nei primi anni Adler lavora al suo progetto nei laboratori di Stanford e nel 1992 fonda la sua società. "Nel 1994 abbiamo trattato il nostro primo paziente e tra il '94 e il '98 il nostro maggiore successo è stato non fallire", sorride l'esperto. Per Adler la sfida era "vendere un'idea che potesse essere interessante per tanti, non solo in campo medico. Steve Jobs ha fatto parte della computer revolution e chi aveva i soldi ne aveva capito l'importanza, quindi non era poi così difficile reperire finanziamenti - osserva il neurochirurgo - Per me invece è stato molto più problematico trovare le risorse, perché nessuno ci credeva . Cyberknife è stata una grande idea, ma circoscritta alla medicina".

"In molti pensano che nelle storie di successo non esistano difficoltà iniziali. In realtà si tratta di eccezioni: anche Google per 2 anni ha avuto problemi prima di riuscire a decollare definitivamente. Forse le persone dovrebbero essere informate anche di tutti questi fallimenti", afferma Adler. Nei primi anni ha mai pensato di gettare la spugna? "Ogni giorno - risponde - Ma non l'ho mai fatto perché la mia azienda per me è come un figlio. Come si fa ad abbandonare il proprio bambino? E' molto difficile crescerlo, serve tanta passione, soprattutto quando è malato o ha qualche problema. Cyberknife è la mia creatura e non l'ho mai lasciata".

Oggi sono circa 300 gli esemplari nel mondo, di cui una decina in Italia. "Il mio obiettivo adesso è rendere la tecnologia più economica e più facile da usare . Questo permetterà di democratizzare la tecnologia portandola anche nei Paesi in via di sviluppo e nei centri più piccoli", sostiene Adler che ricorda che i robot-laser non ci sono in Africa e sono molto limitati in America Latina.

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