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Corte di Strasburgo conferma il divieto italiano di donare embrioni alla ricerca

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Corte di Strasburgo conferma il divieto italiano di donare embrioni alla ricerca

Impedire a una donna di donare gli embrioni ottenuti da fecondazione in vitro ai fini della ricerca scientifica non è contrario al rispetto della sua vita privata. Lo ha deciso la Grande Camera della Corte europea dei diritti dell'uomo, nella sua sentenza relativa al caso della vedova di Nassiriya, Adele Parrillo.

Nella sentenza sul caso Parrillo contro Italia (ricorso 46470/11), la Corte europea dei diritti dell'uomo "ha dichiarato, con 16 voti a 1, che non c'è stata nessuna violazione dell'articolo 8 (diritto al rispetto della vita privata e familiare) della Convenzione europea dei diritti dell'uomo". Il caso riguardava il divieto contenuto nella legge 40/2004 sulla procreazione medicalmente assistita vigente in Italia, "che impediva alla signora Parrillo di donare embrioni ottenuti da fecondazione in vitro, che non erano stati impiegati per una gravidanza, alla ricerca scientifica".

"La Corte, che è stato chiamata per la prima volta a pronunciarsi su questo problema", si legge in una nota dei giudici di Strasburgo, aveva giudicato ricevibile l'ipotesi di violazione dell'articolo 8, dato che "gli embrioni in questione contenevano materiale genetico della signora Parrillo e di conseguenza rappresentano un elemento fondamentale della sua identità. La Corte, ha ritenuto, in via preliminare, che in Italia doveva essere dato un notevole margine di manovra su questa delicata questione, come confermato dalla mancanza di un consenso europeo e testi internazionali in materia".

"La Corte ha poi ricordato che il processo di elaborazione della legge 40/2004 aveva dato luogo a notevoli discussioni e che il legislatore italiano aveva preso in considerazione l'interesse dello Stato nel proteggere l'embrione e l'interesse delle persone a esercitare il loro diritto all'autodeterminazione", anche se in questo caso "non era necessario esaminare la delicata e controversa questione di quando inizia la vita umana, dato che non era stato invocato l'articolo 2 (diritto alla vita)". Infine, notando che "non c'è alcuna prova che il compagno defunto della signora Parrillo avrebbe voluto donare gli embrioni alla ricerca medica, la Corte ha concluso che il divieto in questione è necessario in una società democratica".

Come punto addizionale all'ammissibilità della richiesta, la Corte precisa di aver esaminato per la prima volta se la procedura per sollevare la questione di costituzionalità, introdotta in Italia nel 2007, rappresentasse un ricorso interno da tentare prima di rivolgersi a Strasburgo. Concludendo che, nel caso specifico, questa forma di 'tentativo domestico', cioè la scelta di rivolgersi alla Consulta prima che a Strasburgo, non dovesse essere obbligatoriamente eseguito.

Nel 2002 la coppia era ricorsa alla fecondazione in vitro, che aveva dato origine a 5 embrioni, crioconservati presso una clinica privata romana. Nel 2003 la tragedia: il compagno di Adele, classe 1954, perde la vita nell'attentato in Iraq. Non volendo procedere con l'impianto degli embrioni, Adele ha richiesto di poterli donare ai fini della ricerca scientifica, per contribuire a trovare trattamenti per malattie difficili da curare. Ma la legge italiana proibisce esperimenti su embrioni umani anche a questo scopo, punendoli con la reclusione in carcere da 2 a 6 anni. Per tale motivo la donna si era rivolta nel 2011 alla Corte Edu.

"Siamo chiaramente un po' delusi dalla decisione odierna della Corte europea dei diritti dell'uomo, ma ora aspettiamo la sentenza della Consulta italiana", attesa nei prossimi mesi, sulla questione del divieto di donazione degli embrioni alla ricerca scientifica contenuto nella legge 40/2004 sulla Pma, confermato oggi dalla Corte Edu nella sentenza sul caso Parrillo vs. Italia. A commentare all'AdnKronos Salute la decisione dei giudici di Strasburgo è Nicolò Paoletti, l'avvocato di Adele Parrillo, vedova di Nassiriya che si era rivolta alla Corte nel 2011.

"Sarà interessante - prosegue il legale - vedere quale sarà il rapporto di questa sentenza con la decisione della Consulta, che era stata rinviata nel 2014 proprio in attesa di Strasburgo. Un margine di manovra è riconosciuto alla Consulta italiana, che forse potrebbe ancora decidere in maniera diversa", conclude Paoletti.

"La decisione della Corte di Strasburgo si centra sul principio del consenso informato: mentre è sicuro che il compagno di Adele Parrillo avrebbe voluto far nascere gli embrioni, non vi erano indicazioni che avrebbe voluto donarli alla ricerca scientifica. In questo campo, la ricostruzione della volontà autentica a posteriori non è irragionevole e, come commento, aggiungerei neanche auspicabile". Così Cinzia Caporale, componente del Comitato nazionale per la bioetica (Cnb). "C'è dunque una valorizzazione del principio del consenso informato - dice l'esperta all'AdnKronos Salute - che in questo campo è un elemento centrale. Non si tratta di figli già nati, su cui una donna potrebbe rivendicare la piena potestà. Né di beni materiali su cui si possa esercitare proprietà. Sono embrioni, per i quali resta intatta la necessità di un accordo e di un consenso esplicito. Quindi la Corte ha dato agli embrioni uno status diverso sia rispetto ai beni materiali, che ai figli".

Per Caporale "c'è poi un'interessante seconda 'gamba' della decisione: la Corte riconosce che c'è un'Europa plurale su questi temi, dice che non c'è accordo, e i trattati che costruiscono l'Europa politica escludono le decisioni che potrebbero entrare in conflitto con i valori costituzionali degli Stati membri e con gli ambiti di legge nazionali. Ora, quanto una Corte europea può intervenire in questi temi e dire sì, anche se il tema è in conflitto con valori presenti in Costituzioni e norme nazionali, io intervengo lo stesso (come avvenuto già per la Pma o per le coppie di fatto)? Ebbene, questo limite è ancora da definire. E' una storia che stiamo vivendo, non sappiamo ancora quanto l'Europa interferirà nell'ambito di queste tematiche".

Secondo l'esperta, "tutto questo non aiuta il nostro Paese a uscire dalle 'secche', e il mondo della ricerca ne esce sconfitto e ancora una volta penalizzato. Quanto alla normativa italiana sulla fecondazione assistita, continuamente oggetto di sentenze italiane ed europee, ne occorrerebbe una nuova? "Da cittadina dico no - risponde Caporale - per la cattiva prova di sé che il legislatore ha dato e sta dando in materia di biodiritto: quello che è stato prodotto o è in itinere è davvero di scarsissima qualità. Ma da esperta della materia francamente dico sì. Si sono creati dei vuoti su alcune questioni e anche una confusione che penalizza i cittadini più vulnerabili, i meno abbienti, i meno capaci di districarsi fra le sentenze. In linea teorica è possibile anche continuare così, ma per il cittadino queste norme non sono gestibili, quindi c'è assolutamente bisogno di una nuova norma quadro", conclude.

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