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Da Ground Zero agli ospedali, la sfida di Libeskind per l'architettura che 'cura'

SANITÀ
Da Ground Zero agli ospedali, la sfida di Libeskind per l'architettura che 'cura'

(foto: Infophoto)

L'architettura "non è solo l'arte astratta di costruire palazzi. Penso che possa essere parte di quelle professioni che contribuiscono alla guarigione dei malati". Parola di 'archistar'. Daniel Libeskind ha affrontato tante sfide nella sua carriera: da Ground Zero (fa parte del suo progetto originario l'idea di una torre alta 1.776 piedi, a ricordare l'anno della dichiarazione d'indipendenza degli Stati Uniti) al Jüdisches Museum di Berlino. Nel suo curriculum anche le 4 sculture poste agli angoli di piazza Italia all'Expo di Milano, come pure il Padiglione Vanke. Ora l'artista polacco di famiglia ebraica, naturalizzato statunitense, metterà la sua architettura decostruttivista al servizio dell'ospedale del futuro.

Tre i progetti in cantiere, "ma non posso dire dove", si scusa parlando all'AdnKronos Salute in occasione di un suo intervento oggi a Milano, al Convegno internazionale 'Healing architecture: designing innovations in architectures for health', organizzato dal Cluster 'Design of health facilities' del Politecnico di Milano e dal Cneto (Centro nazionale per l'edilizia e la tecnica ospedaliera). Un unico punto di partenza: "Penso che dobbiamo trasformare radicalmente quello che è l'ospedale oggi, perché viene da un'altra era, da un altro modo di pensare ai malati come se non facessero parte del nostro mondo".

"Non è una scelta, è inevitabile", avverte: "Credo che gli ospedali debbano subire un cambiamento radicale nella società contemporanea. Non possiamo più segregare la malattia e i malati in un tipo di ambiente che è stato prodotto nel diciassettesimo, diciottesimo, ventesimo secolo. Serve un ambiente umanistico dove le persone sono integrate socialmente e a livello intellettuale e medico, in un posto bello esteticamente. Anche lo spazio di lavoro sta cambiando rapidamente per soddisfare nuove esigenze". E l'architettura, "usando il proprio linguaggio che è luce, materiale, proporzioni, acustica, terra e cielo, può comunicare con le persone e contribuire al loro benessere psicofisico".

Il malato, per Libeskind, deve essere inserito in un nuovo percorso di luce e gioia. "La sanità del ventunesimo secolo deve creare un ponte verso il mondo nel suo complesso - insegna l'archistar - Gli spazi per la salute del futuro dovrebbero consentire a chi li abita di integrarsi con essi instaurando un legame di tipo emozionale, persino somatico. Solo considerando questi edifici sotto una luce completamente diversa potremo privarli di fredde etichette, e consentire al paziente di entrare in una nuova sfera della salute e della speranza".

Parola d'ordine: memoria, "un aspetto molto importante per la salute", riflette l'architetto. "Ci sono molti traumi nella vita. E questi traumi non dovrebbero essere repressi, o nascosti, sia che parliamo del Jüdisches Museum di Berlino o di Ground Zero a New York. Devono essere mostrati al pubblico, come parte della vita di ogni giorno, e per superarli serve" un contributo "in termini di luce, di spazi pubblici e società nel suo insieme. L'architettura deve essere coinvolta in domande non solo intellettuali, ma emozionali e fisiche".

Una filosofia che Libeskind metterà in pratica nei suoi progetti. "Sto lavorando in quest'area - conferma - La considero una delle più innovative e importanti per l'obiettivo di rendere le nostre città sane". L'architetto è al lavoro per "un ospedale che tratta diverse malattie psichiatriche dei bambini". E ancora "per un istituto dedicato ai disturbi da stress post-traumatico", un luogo con criteri anche tecnologici su misura per persone "che necessitano di cure immediate, ma anche di assistenza estesa alle famiglie per poter recuperare". Il terzo progetto, invece, è "un grande ospedale universitario".

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