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Borsellino: Germanà, io miracolato e quello strano trasferimento

L'ex questore Germanà
L'ex questore Germanà
17 gennaio 2019 | 14.43
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"Io sono un miracolato, e lo ripeto. Sono un vero miracolato e non capisco perché gli altri colleghi siano morti e io no. Io quel 14 settembre del 1992 mi salvai solo per la mia prontezza di riflessi. Ma Messina Denaro, Bagarella e Graviano non riuscirono a uccidermi". Sono trascorsi quasi 27 anni da quel giorno, ma per il Questore Rino Germanà è come se fosse stato ieri. L'ex poliziotto, oggi in pensione, rivive ogni attimo di quell'attentato nel corso della sua deposizione al processo sul depistaggio delle indagini per la strage di via D'Amelio, che vede alla sbarra tre poliziotti accusato di calunnia aggravata: Mario Bo, Fabrizio Mattei e Michele Ribaudo, dove è stato chiamato dall'accusa. Germanà, rispondendo alle domande del Procuratore aggiunto Gabriele Paci, ricorda anche quello 'strano' trasferimento dalla Criminalpol di Palermo al commissariato di Mazara del Vallo, una sorta di retrocessione della sua carriera. Siamo nell'estate del 1992, e da poco meno di due mesi era stato ucciso il giudice Giovanni Falcone insieme con tre agenti della scorta.

Paolo Borsellino, che era stato trasferito a Palermo, dove ricopriva l'incarico di Procuratore aggiunto, e che per anni aveva lavorato a Marsala al fianco di Rino Germanà, aveva cercato di richiamare Germanà al suo fianco, poco prima di essere ucciso in via D'Amelio. Germanà aveva condotto una inchiesta su un tentativo di condizionare i componenti del collegio giudicante di un processo per mafia e che, secondo la tesi dell'accusa, potrebbe aver provocato il suo 'strano' trasferimento. Nel giugno del '92 Germanà venne incaricato di indagare su pressioni denunciate da due alti magistrati di Palermo per pilotare il verdetto del processo per l'omicidio del capitano dei carabinieri Emanuele Basile. Un tentativo che sarebbe stato condotto dal notaio Pietro Ferraro.

Rino Germanà, senza nascondere la sua emozione, racconta al Tribunale, presieduto da Francesco D'Arrigo, le fasi dell'attentato di cui è stato vittima. "Leoluca Bagarella, Giuseppe Graviano e Matteo Messina Denaro erano su una Fiat Tipo e poi c'era un'altra macchina - racconta - C'erano già andati la settimana prima, ma siccome non dormivo sempre nello stesso posto, erano tornati. Quel 14 settembre, verso le 14, tornando a casa, avevo un motorino, e stavo per andare via. Ma, per fortuna, mi chiamò il mio autista e mi ricordò che nel pomeriggio dovevamo andare a parlare con il Questore di Trapani. Così decidemmo di portarci due macchine da lasciare poi dal meccanico. Io ero solo e l'autista era sull'altra auto. Lasciai il mio motorino a un agente che doveva fare un servizio di osservazione e presi una Panda con le pastiglie del freno difettose. Quando ero sul lungomare fui avvicinato dalla macchina, sentii il rombo del motore ma ero sovrappensiero. Guardo indietro e mi vedo puntare addosso un fucile che spara. Io scappo sulla spiaggia, ma loro fanno inversione di marcia, e tornano, sparando un colpo di kalashnikov. Sono stato un miracolato".

'Il dottore mi chiese di lavorare con lui a Palermo'

E' proprio grazie a Germanà che è venuto fuori lo spessore criminale del boss Matteo Messina Denaro, latitante da quasi 30 anni. Una carriera brillante, quella di Germanà, che però subisce uno stop improvviso nel giugno del '92. In quel periodo l'allora vicequestore aggiunto depositò un rapporto investigativo sul tentativo di condizionare il verdetto per l'omicidio del capitano Basile, con i nomi di alcuni politici. C'era appena stata la strage di Capaci e Paolo Borsellino, già Procuratore aggiunto a Palermo, fece sapere a Germanà di volerlo utilizzare alle sue dipendenze per le indagini antimafia del suo ufficio. "Il dottor Borsellino mi chiese di lavorare con lui - racconta - Lui si spese, con i vertici della Polizia, credo. Decise così. Poi ho svolto attività di investigazioni a Palermo e l'8 giugno del 1992 venni ritrasferito al commissariato di Mazara del Vallo".

In quella calda estate del 1992 Germanà venne convocato a Roma, al ministero dell'Interno. Da lì a poco venne trasferito, a sorpresa, a Mazara del Vallo per dirigere, di nuovo, il commissariato, una sorta di retrocessione. Germanà ricorda al Tribunale l'indagine sulle presunte pressioni al giudice Scaduti. "Il fascicolo riguardava il fatto che un notaio, Pietro Ferraro, aveva avvicinato il Presidente Scaduti che all'epoca era Presidente della Corte d'assise, per l'omicidio Basile per, in qualche modo, condizionarne l'esito. Per agganciare il Presidente disse che doveva soddisfare l'esigenza del ministro Mannino, ma poi disse che aveva ricevuto mandato da un parlamentare 'trombato' di nome 'Enzo' - racconta Germanà- Fui avvicinato da un giornalista di Campobello che faceva il segretario a un parlamentare di nome 'Enzo' di Partanna che mi disse che il parlamentare che cercavo di nome 'Enzo' è Vincenzo Inzerillo e non Vincenzo Culicchia, che mi disse, 'non è mai stato nella corrente manniniana'".

"Nel maggio 1992 mi chiamò il Prefetto Luigi Rossi e mi chiese se nella vicenda del notaio che aveva avvicinato il Presidente scaduti c'era qualcosa di specifico nei confronti del ministro Mannino. E gli dissi che all'indomani gli avrei dato una risposta- racconta ancora Germanà- All'indomani lo chiamai e il mio dirigente, Di Costanzo, mi disse che già avevano il rapporto senza specificare chi lo avesse". Rispondendo, nel corso del controesame, alle domande dell'avvocato Giuseppe Panepinto, legale del Primo dirigente Mario Bo, che gli chiede se durante la telefonata del Prefetto Luigi Rossi "ebbe la sensazione di avere avuto pressioni", Germanà ha risposto seccamente: "Non ho ricevuto nessuna pressione, è evidente che il vicecapo della Polizia si interessi di una indagine per capire se un ministro fosse coinvolto in una indagine".

Il diretto interessato, il Prefetto Luigi Rossi, all'epoca vicecapo della Polizia, anche lui sentito all'udienza di oggi, ha spiegato: "Fu il capo della Polizia Parisi (oggi deceduto ndr) a chiedere una relazione e io convocai Germanà". Paolo Borsellino non gradì molto il trasferimento a Mazara del Vallo e il 4 luglio, a Marsala, gli chiese nuovamente di tornare a Palermo. "Lo vidi durante il saluto di commiato a Marsala, essendo stato trasferito definitivamente alla Procura di Palermo. Alla fine accompagnai Borsellino e lui mi disse, dandomi per la prima volta del tu e con affetto: "Ma come fai a tornare a Mazara del Vallo?' e mi disse: 'Poi ne parliamo'.E disse: 'Rino, preparati a venire a Palermo, non so se alla Squadra mobile o altrove" e io risposi: "Va bene, signor procuratore". Quindici giorni dopo però Borsellino fu ucciso nella strage di via D'Amelio. E il 14 settembre di quell'anno Germanà sopravvisse all'attentato.

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