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Sanità: a -50 gradi la sfida quotidiana del medico dell'Esercito in Antartide

16 gennaio 2016 | 15.32
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Letizia Valentino, capitano medico delle Forze speciali dell'Esercito italiano

Un paesaggio di straordinaria bellezza che nasconde però le maggiori insidie per l'uomo, il clima più freddo e più secco del pianeta. E' l'Antartide dove a oltre 3000 metri svetta la base Concordia, la struttura di ricerca permanente franco-italiana. Per tre mesi la 'casa' del contingente militare italiano, formato da 24 soldati provenienti anche dalla Marina Militare, dall’Aeronautica e dai Carabinieri. Ad occuparsi della loro salute è Letizia Valentino, 32 anni, capitano medico delle Forze speciali dell’Esercito italiano: la prima donna militare che sta partecipando alla XXXI spedizione in Antartide, nell’ambito del Programma nazionale di ricerca in Antartide.

A febbraio farà ritorno in Italia. "La cosa che mi manca di più a livello personale è il gusto della frutta e della verdura fresca - racconta la dottoressa all'Adnkronos Salute - A livello sociale riesco ancora a gestire bene la lontananza dagli affetti più veri della mia vita". Certo, dopo quasi tre mesi alla base, avvolti dall'ipnotico bianco della neve e dei ghiacci, "è naturale che mi manchi la famiglia e gli amici, anche se sono abituata alla distanza. So che la qualità del tempo che passerò con loro al mio rientro mi ripagherà di questa lunga attesa".

Il freddo e l'isolamento, in modi diversi, sono le insidie che mettono a dura prova gli operatori e richiedono quindi l'intervento del medico. "Ho trattato soprattutto casi di sindrome d'alta quota, con insonnia, mal di testa, nausea e affanno - osserva Valentini - ma anche coliti, enteriti, dolori muscolari e tendiniti e affrontato piccoli infortuni domestici quali ferite da taglio e avulsioni ungueali. Con il passare del tempo, l'attenzione cala e la percentuale di infortuni rischia di aumentare. Sicuramente in questo contesto torna utile la medicina ambulatoriale abbinata a una buona dose di psicologia umana". 

Il capitano Valentino non è alla prima esperienza fuori dall'Italia: per 5 anni dirigente del servizio sanitario degli incursori del nono Col Moschin, è stato per tre volte in Afghanistan. Una preparazione e un bagaglio di esperienze che l'ha sicuramente aiutata nella gestione di situazioni d'emergenza. "Io sono partita avvantaggiata essendo un militare dell’Esercito - aggiunge Valentino - La formazione e il continuo addestramento sono elementi essenziali che ci permettono di ben operare in qualsiasi contesto".

"Non devono ovviamente mancare una buona dose di adattabilità, voglia di conoscenza e capacità di portare le proprie esperienze un po' all'estremo - precisa il capitano - ma anche la preparazione attraverso i corsi di preparazione stabiliti dall'Enea che si svolgono sul Brasimone (per quanto riguarda la parte più teorica) e sul Monte Bianco (parte pratica). In questo modo ci si conosce con il resto del gruppo della spedizione e si iniziano a saggiare le prime difficoltà legate alle condizioni estreme di freddo".

A oltre tremila metri e con temperature che scendono fino a -50 gradi sotto zero, il corpo è estremamente stressato e i cambiamenti devono essere gestiti al meglio. "Il corpo tende al dimagrimento. Ci troviamo a 3.300 metri che equivalgono a 4000 per lo schiacciamento del polo, per cui il metabolismo è influenzato dall'ipossia e dal freddo - sottolinea il capitano Valentino - Tendenzialmente si perdono 5-6 chili in media per individuo. All'inizio sono soprattutto liquidi perché siamo in un ambiente molto secco e ci si disidrata molto. Il consiglio - aggiunge - è quello di bere ma beviamo comunque un'acqua desalinizzata data dallo scioglimento della neve locale".

Il dimagrimento, spiega, "è influenzato dall'affaticamento muscolare legato al freddo, dalla mancanza di un appropriato apporto di sonno (legato alla quota) e dal fatto che gli operatori si muovono molto a piedi all'interno della base per poter raggiungere i laboratori o per lavorare nella raccolta dei campioni di neve, nella sistemazione dei magazzini esterni".

Se il freddo è il nemico 'numero uno', chi lavora sulla base Concordia ha un altro ostacolo da dover affrontare. Meno percepibile, ma forse più pericoloso: l'isolamento. "Le problematiche sono soprattutto legate ai rapporti interpersonali, all'isolamento fisico dagli affetti e al confinamento lavorativo in base - chiosa la dottoressa - Il lavoro del personale scientifico e di supporto logistico spesso si svolge in ambienti ristretti, per ore in shelter o laboratori isolati e piccoli, con apparecchiature essenziali. Di contro i momenti di svago all'interno della base sono legati a una convivenza forzata in ambiente ristretto, con stanze e bagni in comune, gli orari sono stabiliti ogni giorno e scanditi da riunioni, mensa, attività ben precise all'interno della base".

Gli svaghi come tv, radio o internet, spesso dati per scontati nel resto del mondo, in Antartide diventano un miraggio: "Questi media non sono di facile accesso e utilizzo. Le comunicazioni con l'Italia sono essenziali e questo forza maggiormente la condivisione e la convivenza tra i singoli. Un'altra difficoltà, che rappresenta comunque un arricchimento, è la presenza di culture differenti sia dal punto di vista scientifico che relazionale. Ci sono italiani, francesi, inglesi, russi, tedeschi, spagnoli e i limiti comunicativi possono ampliare l'isolamento di alcuni, ma essere per altri un 'movens' di conoscenza e stimolo".

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