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Arte, Serena Semeraro: "La fragilità ci salverà"

26 luglio 2021 | 19.24
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Caliandro: "L'artista è costantemente in contatto con un livello della realtà che potremmo definire sotterraneo, sommerso, rimosso e che richiede all’altro, allo spettatore, una partecipazione attiva"

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Serena Semeraro, Rêverie, 2021, inchiostro su carta, cm 25x21

Nella sua ricerca artistica, Serena Semeraro "si muove al confine tra pittura e scrittura. Non è del tutto esatto dire che i due linguaggi scorrono paralleli nel suo caso, oppure che talvolta si incrociano: le due dimensioni – quella visiva e quella letteraria – tendono invece a fondersi, a diventare un tutt’uno e a creare un nuovo stato espressivo", sottolinea all'Adnkronos il critico d'arte e curatore Christian Caliandro (GUARDA LA GALLERY).

L’autrice infatti, "anche in questa fase aurorale del suo lavoro, è costantemente in contatto con un livello della realtà che potremmo definire sotterraneo, sommerso, rimosso – e che richiede all’altro, allo spettatore, una partecipazione attiva, un dialogo e un rapporto. La relazione con gli altri è così instabile, precaria, frammentata, effimera, fragile che ha bisogno di essere coltivata, di una cura continua. Ha bisogno di uno spazio in cui crescere, vivere, esistere: Serena Semeraro si sta occupando di costruire quello spazio, e di abitarlo. Realizzando dunque un’arte che aiuti a vivere, a esistere con gli altri".

Come scrive l’artista stessa, “la fragilità ci salverà, se non letteralmente, almeno sarà un tratto distintivo, come la debolezza, l’inefficienza, la lentezza, l’incertezza. (…) Quei grumi, quegli abissi, non si possono evitare. Certo, mi dirai. Ma ci sono aspetti che bisogna nominare, per conoscerli. Per partecipare ad una realtà più viva, che non vuol dire più eccentrica, o più dinamica. Ma discontinua, diversificata. Che cos’è, poi, l’io? A volte penso sia l’inganno più grande della storia. C’è per me, semmai, un ‘sé’, non un ‘io’. Un ‘io’ sarà sempre un’isola; un ‘sé’ una radura assolata… Poi se tu ascolti bene, e dici ‘io’, prendi la forma di un palo, o di un ago; se dici ‘sé’, la voce va fuori di te, il petto si apre sulle soglie del mondo…”.

Questa forma di arte "è totalmente aperta, è quasi integralmente fatta di relazioni; un’esperienza interiore – un’esperienza vissuta insieme ad altri. Costituisce -rileva Caliandro- una valorizzazione del territorio del negativo, o di ciò che generalmente viene considerato e percepito come ‘negativo’, quella zona perciò che è stata accuratamente rimossa ed espunta dalla produzione artistica e culturale degli ultimi anni".

A sua volta, "questa valorizzazione - di un negativo che a ben guardare non è negativo - è essenziale per dare vita a un mondo comune (a latere, e marginale, rispetto a quello degli ‘esercenti’, fondato sull’ottimismo, sulla produttività, sul risultato, sull’efficienza, quindi sulla finzione e sull’inautenticità), e a un modo comune di stare al mondo, di stare insieme (con-vivere)".

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